Per 24 anni, dal 1969 al 1993, l’uomo più ricercato d’Italia visse nascosto nell’ombra, orchestrando centinaia di omicidi, traffici di droga su scala internazionale e una guerra sanguinosa che trasformò la Sicilia in un campo di battaglia. Il suo nome era Salvatore Riina, ma tutti lo conoscevano come Totò Riina o semplicemente Ukurtu, il corto per la sua bassa statura.
Ma dietro quel soprannome apparentemente innocuo, si celava uno degli uomini più spietati e violenti della storia della criminalità organizzata. Riina non era un boss tradizionale che delegava l’esecuzione delle sentenze di morte ai suoi sottoposti. No, lui uccideva personalmente con le proprie mani e lo faceva con una freddezza e una brutalità che terrorizzavano anche i mafiosi più incalliti.
Si stima che abbia ucciso personalmente almeno 150 persone, forse molte di più, e ordinato l’esecuzione di migliaia di altre. Ma la domanda che ha tormentato l’Italia per decenni è come è possibile che quest’uomo, ricercato in ogni angolo del paese sia riuscito a vivere tranquillamente in Sicilia per 24 anni senza essere catturato? Aveva davvero una rete di protezione così vasta e potente da renderlo invisibile alle forze dell’ordine? O c’erano complicità ai massimi livelli dello Stato che lo proteggevano? Chi erano i suoi alleati segreti e quali
pezzi dello Stato italiano erano compromessi con Cosa Nostra durante gli anni del suo dominio assoluto? La storia di Totorriina non è solo la biografia di un criminale, è una finestra sull’oscura relazione tra mafia e potere nell’Italia della seconda metà del veco. Salvatore Rina nacque il 16 novembre 1930 a Corleone, un paese dell’entroterra siciliano arroccato sulle montagne a sud di Palermo.
La sua famiglia era povera, contadini che lavoravano terre non loro, per sopravvivere. Il padre Giovanni venne ucciso durante un bombardamento alleato nella seconda guerra mondiale, lasciando la madre concetta vedova con quattro figli da crescere in condizioni di estrema povertà. Il giovane salvatore crebbe in un ambiente duro dove la legge dello Stato non arrivava e dove le dispute si risolvevano con la violenza e il codice d’onore mafioso.
Corleone non era un paese qualunque, era da generazioni una delle roccaforti di Cosa Nostra. Un luogo dove la mafia non era un’organizzazione criminale esterna, ma parte integrante del tessuto sociale. Qui essere uomo d’onore significava avere rispetto, potere, la possibilità di sfuggire alla miseria. Rina lasciò la scuola prestissimo dopo appena la terza elementare.
Non sapeva leggere e scrivere quasi per niente e questa ignoranza lo accompagnò per tutta la vita. Ma aveva altre qualità che nella Corleone di quegli anni contavano molto di più. era coraggioso, spietato e non aveva scrupoli. Fin da ragazzo dimostrò una propensione alla violenza che andava oltre la norma anche per gli standard mafiosi.
Il suo ingresso ufficiale, in Cosa Nostra avvenne quando era ancora adolescente sotto il patronato di Luciano Liggio, un boss locale che stava costruendo la sua fortuna con furti di bestiame, estorsioni e omicidi. Io riconobbe in Riina un talento naturale per la violenza e lo prese sotto la sua ala protettrice.

Insieme a un altro giovane corleonese, Bernardo Provenzano, Riina divenne uno dei bracci armati di Liggio, eseguendo gli omicidi che il boss ordinava. Il primo omicidio accertato di Riina risale al 1946, quando aveva solo 16 anni. uccise un uomo durante una lite per ragioni che non sono mai state del tutto chiarite.
Fu arrestato, processato e condannato, ma la condanna fu leggera e presto tornò libero. Era l’inizio di una carriera criminale che sarebbe durata oltre mezzo secolo. Negli anni 50 Corleone era teatro di una guerra interna tra fazioni mafiose per il controllo del territorio e degli affari. Da una parte c’era il boss tradizionale Michele Navarra, un medico rispettato che gestiva la cosca locale con metodi relativamente moderati.
Dall’altra c’era Luciano Liggio con i suoi giovani e violenti protetti, tra cui Riina e Provenzano che volevano prendere il potere e gestire gli affari in modo più aggressivo e redditizio. La tensione esplose in una serie di omicidi che culminò nell’agosto 1958 con l’assassinio dello stesso Michele Navarra. Il dottore fu crivellato di colpi mentre guidava la sua Fiat 1100 sulla strada tra Corleone e Palermo.
L’agguato fu organizzato da Liggio ed eseguito materialmente da Riina, Provenzano e altri killer. Con questo omicidio la cosca corleonese passò nelle mani di Liggio e Riina divenne uno dei suoi luogotenti più fidati. Ma uccidere un boss rispettato come Navarra aveva delle conseguenze. Le forze dell’ordine intensificarono le indagini e Liggio, Riina e Provenzano furono costretti a darsi alla latitanza.
Iniziò così per Riina una vita da fuggitivo che sarebbe durata con qualche interruzione per il resto della sua esistenza. La latitanza non significava inattività. Al contrario, Riina continuò a gestire i suoi affari criminali e a consolidare la sua posizione all’interno della cosca. Nel 1969 Liggio fu arrestato e condannato all’ergastolo per l’omicidio Navarra.
Con il boss in prigione il potere passò formalmente a Riina e Provenzano che divennero i capi indiscussi della cosca corleonese. In questo periodo Riina si sposò con Ninetta Bagarella, sorella di un altro importante mafioso corleonese. Il matrimonio fu celebrato in gran segreto, dato che Riina era latitante, ma fu un evento importante perché sancì l’alleanza tra due potenti famiglie mafiose.
Con Ninetta Riina avrebbe avuto quattro figli, tutti cresciuti nell’ambiente mafioso e tutti, come vedremo, destinati a seguire in qualche modo le orme del padre. Gli anni 70 furono un periodo di trasformazione per Cosa Nostra. La mafia siciliana scoprì il traffico internazionale di Eroina, un business infinitamente più redditizio dei tradizionali racket e delle estorsioni.
I corleonesi, con Riina e Provenzano al comando si buttarono nel narcotraffico con grande aggressività, stabilendo contatti con fornitori in Medio Oriente e con distributori negli Stati Uniti. Ma il narcotraffico portò anche nuove tensioni all’interno di Cosa Nostra. I profitti erano enormi, ma andavano divisi e non tutti erano d’accordo su come farlo.
Alcune cosche palermitane, più vecchie e tradizionali, guardavano con sospetto all’ascesa dei corleonesi, questi montanari rozzi e violenti che non rispettavano le regole consolidate. Si preparava una guerra che avrebbe insanguinato la Sicilia per anni. All’inizio degli anni 80 le tensioni all’interno di Cosa Nostra esplosero in quella che venne chiamata la seconda guerra di mafia, un conflitto sanguinoso che fece migliaia di morti e trasformò Palermo in una città sotto assedio.
Da una parte c’erano i corleonesi guidati da Rina e Provenzano, dall’altra un’alleanza di cosche palermitane capeggiata da Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Gaetano Badalamenti. In gioco non c’erano solo i profitti del narcotraffico, ma il controllo stesso di Cosa Nostra Siciliana. Rina aveva pianificato la guerra con meticolosa precisione.
Sapeva che i corleonesi erano numericamente inferiori rispetto alle cosche palermitane, ma aveva due vantaggi decisivi: una disciplina ferrea e una spietatezza assoluta. Mentre le cosche tradizionali avevano ancora alcuni scrupoli, rispettavano certe regole non scritte come non uccidere donne e bambini, non colpire durante le feste religiose.
non aveva alcuna di queste inibizioni. Per lui chiunque fosse un ostacolo andava eliminato senza eccezioni e senza pietà. La guerra iniziò nell’aprile 1981 con l’omicidio di Stefano Bontate, boss di Santa Maria di Gesù e uno degli uomini più potenti di Palermo. Bontate fu ucciso il 23 aprile mentre tornava a casa per festeggiare il suo compleanno.
La sua Alfa Romeo fu crivellata di colpi d’arma da fuoco mentre era ferma a un semaforo. L’assassinio di un boss così importante avrebbe dovuto scatenare una reazione immediata, ma Rina aveva preparato il terreno così bene che la reazione fu disorganizzata e inefficace. Meno di un mese dopo, l’11 maggio, fu la volta di Salvatore Inzerillo, boss di Passo di Rigano e alleato di Bontate.
Anche lui fu ucciso in un agguato mentre era in auto. Con questi due omicidi Rina decapitò la leadership dell’opposizione e lanciò un messaggio chiaro. Nessuno era al sicuro, nessuno era troppo importante per essere toccato. seguì un’ondata di omicidi senza precedenti. Nel giro di 2 anni circa 1000 persone furono uccise in quella che sembrava una mattanza senza fine.
Non venivano uccisi solo i boss rivali, ma anche i loro familiari, i loro soci, i loro amici. Riina applicò il principio dello sterminio totale. Quando decideva di eliminare qualcuno, eliminava anche tutti quelli che gli stavano vicino per assicurarsi che non ci fossero vendette future. Interi rami familiari di cosche rivali furono cancellati.
Il metodo di Rina era sistematico. Prima identificava il bersaglio, poi studiava le sue abitudini, i suoi spostamenti, le sue debolezze. Quando tutto era pronto, organizzava l’agguato con precisione militare. Spesso partecipava personalmente alle esecuzioni, non perché fosse necessario, ma perché gli piaceva. Alcuni pentiti hanno raccontato che Riina provava un piacere quasi fisico nell’uccidere.
che rideva mentre sparava, che si vantava delle sue vittime come un cacciatore dei suoi trofei. Una delle caratteristiche più agghiaccianti di Rina era la sua capacità di tradire. invitava i suoi nemici a incontri apparentemente pacifici, prometteva alleanze e riconciliazioni e poi li faceva uccidere a tradimento. Questa tattica gli permise di eliminare molti boss che altrimenti sarebbero stati troppo guardinghi per essere raggiunti.
Michele Greco, detto il Papa per il suo aspetto bonario, fu uno dei complici di Rina in molti di questi tradimenti. Greco ospitava nella sua villa incontri di pace che si trasformavano in trappole mortali. Ma Rina non si limitava a uccidere altri mafiosi. Chiunque rappresentasse una minaccia per lui o per i suoi interessi veniva eliminato.
Imprenditori che si rifiutavano di pagare il pizzo, testimoni che avevano visto troppo, giornalisti che indagavano troppo a fondo, politici che non collaboravano, magistrati che lo perseguivano. lista delle sue vittime includeva rappresentanti di tutti i settori della società siciliana. Durante la guerra di mafia, Rina riuscì anche a eliminare i suoi rivali all’interno dello stesso schieramento corleonese.
Alcuni boss che avevano aiutato i corleonesi a vincere la guerra furono uccisi subito dopo, quando Riina decise che erano diventati troppo potenti o troppo indipendenti. Era una strategia classica del Divid e Timpera. Usare gli alleati per sconfiggere i nemici e poi eliminare anche gli alleati per rimanere l’unico dominatore.
Nel 1934 la guerra era praticamente vinta. I corleonesi controllavano Cosa Nostra e Riina era il capo indiscusso, il boss dei boss. Le cosche rivali erano state distrutte, i loro capi morti o in fuga, i loro territori conquistati. Palermo e tutta la Sicilia occidentale erano sotto il controllo di Riina. era l’apice del suo potere, ma anche l’inizio della sua nemesi, perché la violenza estrema usata durante la guerra aveva attirato un’attenzione senza precedenti da parte dello Stato italiano. Non era più possibile ignorare
o minimizzare il problema della mafia. Troppe persone erano morte, troppo sangue era stato versato per le strade di Palermo. L’opinione pubblica italiana ed internazionale chiedeva azioni concrete e soprattutto Rina aveva commesso un errore fatale. Aveva iniziato a uccidere rappresentanti dello Stato sfidando direttamente il potere centrale.
Il primo grande omicidio di un rappresentante dello Stato fu quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, ucciso insieme alla moglie Emanuela Sett Carraro e alla gente di scorta Domenico Russo il 3 settembre 1982. Dalla chiesa era stato mandato in Sicilia con poteri speciali per combattere la mafia ed era considerato un pericolo per Cosa Nostra.
Riina ordinò personalmente il suo assassino, sottovalutando le conseguenze che questo avrebbe avuto. L’omicidio dalla chiesa provocò uno shock in tutta Italia. Un prefetto, un generale dell’Arma dei Carabinieri, ucciso in pieno centro a Palermo insieme alla moglie. Era un’umiliazione per lo Stato, una dimostrazione del potere della mafia che non poteva restare senza risposta.
Il governo reagì approvando nuove leggi antimafia, aumentando le risorse per le forze dell’ordine, creando una struttura investigativa specializzata. era l’inizio della controffensiva dello Stato. Ma Rina non capì il messaggio, o forse lo capì, ma pensò di essere intocabile. Nei mesi e negli anni successivi continuò la sua strategia di violenza estrema, convinto che attraverso il terrore avrebbe potuto piegare qualsiasi resistenza.
Era un calcolo sbagliato che alla fine lo avrebbe portato alla rovina. Mentre Riina consolidava il suo potere attraverso il terrore e la violenza, un’altra battaglia si stava combattendo nelle aule dei tribunali. A Palermo un gruppo di magistrati coraggiosi aveva deciso di sfidare Cosa Nostra usando le armi della legge.
Tra loro spiccavano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due giudici che avevano dedicato la loro vita alla lotta contro la mafia e che sarebbero diventati simboli di questa battaglia. Falcone e Borsellino, insieme ad altri magistrati del cosiddetto Pool antimafia, avevano sviluppato un metodo investigativo innovativo.
Invece di indagare sui singoli delitti, studiavano l’organizzazione nel suo complesso, seguivano i flussi di denaro, analizzavano le relazioni tra i vari membri e soprattutto avevano capito l’importanza dei collaboratori di giustizia, i pentiti che dall’interno dell’organizzazione potevano fornire informazioni decisive.
Il primo grande pentito fu Tommaso Buscetta, un mafioso palermitano che aveva perso molti familiari nella guerra scatenata da Rina. Buscetta, arrestato in Brasile nel 1983 ed estradato in Italia, decise di collaborare con Falcone. Le sue rivelazioni furono una bomba. Per la prima volta un uomo d’onore di alto livello parlava apertamente della struttura di Cosa Nostra, dei suoi rituali, delle sue gerarchie, dei suoi crimini.
Grazie a Buscetta e ad altri pentiti che seguirono il suo esempio, i magistrati riuscirono a ricostruire la mappa completa dell’organizzazione mafiosa. Il risultato di questo lavoro fu il maxi processo di Palermo, il più grande processo alla mafia mai celebrato. Iniziato il 10 febbraio 1986 in un’aula bunker appositamente costruita nel carcere del Lucciardone.
Il processo vide imputati 475 mafiosi, tra cui Totò Riina, accusato di decine di omicidi e di essere il capo di Cosa Nostra. Il processo durò quasi 2 anni e si concluse con condanne durissime. 19 ergastoli, oltre a centinaia di anni di carcere distribuiti tra gli altri imputati. Rina fu condannato all’ergastolo in Contumacia, essendo latitante, ma la condanna non lo toccò direttamente, almeno nell’immediato.
Continuava a vivere nascosto, protetto dalla sua rete di complicità, dirigendo Cosa Nostra come se nulla fosse. Anzi, la condanna lo rese ancora più determinato a vendicarsi contro lo Stato e contro i magistrati che lo avevano perseguito. La strategia di Rina negli anni successivi al maxi processo fu quella della strage.
Se la guerra di mafia aveva insanguinato la Sicilia uccidendo altri mafiosi, ora Riina decise di portare la guerra contro lo Stato stesso. L’obiettivo era seminare terrore, dimostrare che Cosa Nostra era più forte dello Stato, costringere i politici a trattare e a fare concessioni. Era una strategia folle e suicida, ma Rina era convinto che avrebbe funzionato.
Il 21 settembre 1989 un giudice di nome Antonino Saetta fu ucciso insieme al figlio Stefano mentre percorrevano l’autostrada Palermo-Agrigento. Riina aveva ordinato l’omicidio perché Saetta stava lavorando a casi importanti contro Cosa Nostra. Ma uccidere anche il figlio, un giovane innocente, fu un atto di crudeltà gratuita che scioccò l’opinione pubblica.
Seguirono altri omicidi di rappresentanti dello Stato, il capo della squadra mobile di Palermo, Ninni Cassarà, il commissario Beppe Montana, il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile. Ogni volta gli omicidi erano eseguiti con modalità sempre più eclatanti per massimizzare l’impatto mediatico e il messaggio di terrore.
Ma ogni omicidio rafforzava anche la determinazione dello Stato a non arrendersi. Il 12 marzo 1992 Rina superò ogni limite. Salvo Lima, politico democristiano ed ex sindaco di Palermo, fu ucciso a colpi di pistola mentre era in auto. Lima era considerato il punto di contatto principale tra Cosa Nostra e il mondo politico, l’uomo che garantiva protezione e favori in cambio di voti e appoggio.
lo fece uccidere perché secondo lui Lima non aveva mantenuto le promesse di far ribaltare in Cassazione le condanne del maxi processo. Era un messaggio chiaro. Neanche i protettori politici erano più al sicuro se non servivano adeguatamente gli interessi mafiosi. Ma il vero spartiacque fu il 23 maggio 1992. Quel giorno Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta furono uccisi in un attentato esplosivo sull’autostrada vicino a Capaci.
500 kg di tritolo furono fatti esplodere al passaggio del corteo di auto blindate, creando un cratere enorme e disintegrando letteralmente il veicolo su cui viaggiava Falcone. Fu la strage più spettacolare e scioccante della storia italiana del dopoguerra. Rina aveva ordinato personalmente l’attentato, convinto che eliminando Falcone avrebbe decapitato la lotta antimafia.
Ma ancora una volta aveva sbagliato i calcoli. La morte di Falcone provocò una reazione di sdegno senza precedenti in tutta Italia. Migliaia di persone scesero in piazza. I lenzuoli bianchi apparvero ai balconi di Palermo come simbolo di ribellione contro la mafia. Il governo fu costretto ad azioni straordinarie. L’esercito fu mandato in Sicilia.
Furono approvate nuove leggi ancora più dure. Furono stanziati fondi ingenti per la lotta alla criminalità organizzata. Meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, fu la volta di Paolo Borsellino. Il magistrato fu ucciso insieme a cinque agenti della scorta in un’autobomba fatta esplodere in via D’Amelio sotto la casa della madre dove Borsellino si recava spesso a farle visita.
Anche questo attentato era stato ordinato da Riina che voleva eliminare l’altro grande magistrato simbolo della lotta antimafia. Ma con le stragi di Capaci e via D’Amelio, Riina aveva firmato la propria condanna. Lo Stato italiano, sotto una pressione senza precedenti dell’opinione pubblica nazionale e internazionale, mise in campo tutte le sue risorse per catturare il boss dei boss.
La caccia all’uomo si intensificò come mai prima e soprattutto all’interno di Cosa Nostra cominciarono ad esserci dubbi sulla strategia di Riina. Alcuni mafiosi pensavano che le stragi fossero controproducenti, che stessero attirando troppa attenzione, che alla fine avrebbero distrutto l’organizzazione. Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, l’Italia intera era sotto shock.
Il governo amato reagì con il pugno di ferro. Furono inviati 7.000 militari in Sicilia. Fu istituita la direzione investigativa antimafia di AIA. Furono approvate leggi speciali che inasprirono il regime carcerario per i mafiosi detenuti. Era il cosiddetto 41 bis, un regime di detenzione durissima che isolava completamente i boss mafiosi, impedendo loro di comunicare con l’esterno e di continuare a dirigere le loro organizzazioni dal carcere.
Rina, ancora latitante, rispose con altre stragi. La strategia era chiara. aumentare la pressione sullo Stato fino a costringerlo a trattare. Nel gennaio 1993 una serie di attentati colpì obiettivi diversi in tutta Italia. Il 15 gennaio un’autobomba esplose a Roma vicino allo stadio Olimpico causando un morto.
Il 27 maggio un’altra autobomba devastò via dei georgofili a Firenze, uccidendo cinque persone, tra cui una bambina di due mesi e danneggiando gravemente la galleria degli Uffizi. Il 27 luglio altre bombe esplosero a Roma e Milano colpendo chiese e monumenti storici. L’obiettivo era terrorizzare l’intera nazione, dimostrare che Cosa Nostra poteva colpire ovunque e in qualsiasi momento.
Ma la strategia si rivelò un disastro completo. Invece di piegare lo Stato, le stragi rafforzarono la sua determinazione e all’interno di Cosa Nostra le critiche a Riina si fecero sempre più forti. Molti capicosca pensavano che Rina stesse portando l’organizzazione al suicidio, che la sua megalomania e la sua violenza incontrollata stessero distruggendo tutto quello che era stato costruito in decenni.
Inoltre, la macchina investigativa dello Stato stava stringendo sempre di più il cerchio attorno a Riina. I carabinieri del Ross, raggruppamento operativo speciale, guidati dal generale Mario Mori e dal colonnello Giuseppe De Donno, avevano creato una task force dedicata esclusivamente alla cattura del boss dei boss.
utilizzavano tecnologie avanzate, pedinamenti costanti, intercettazioni telefoniche, analisi dei flussi finanziari, ma soprattutto utilizzavano le informazioni fornite dai pentiti, sempre più numerosi dopo le stragi che avevano scandalizzato anche molti uomini d’onore. Uno degli elementi che portarono alla cattura fu la scoperta che Riina, nonostante fosse latitante da 23 anni, non viveva nascosto in qualche rifugio montano o in qualche bunker sotterraneo.
Viveva tranquillamente a Palermo, in un appartamento del quartiere borghese, conducendo una vita quasi normale. Aveva documenti falsi, si muoveva con auto banali, ma non si nascondeva in modo estremo. Questa scoperta fu possibile grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia che conoscevano le abitudini del boss.
Il 15 gennaio 1993, dopo mesi di appostamenti e pedinamenti, i carabinieri individuarono con precisione dove si trovava Riina. Era in via Bernini, una strada tranquilla di Palermo, e si stava recando a un appuntamento. Il piano di cattura fu organizzato nei minimi dettagli. Non si poteva rischiare uno scontro a fuoco in pieno centro città.
Non si poteva permettere che Rina sfuggisse ancora una volta. Quella mattina un gruppo di carabinieri in borghese circondò l’auto su cui viaggiava Riina insieme a un altro mafioso, Salvatore Biondino. Quando l’auto si fermò a un incrocio, gli agenti si avvicinarono rapidamente, armi in pugno, bloccando ogni via di fuga. Rina, sorpreso, non ebbe nemmeno il tempo di reagire, fu estratto dall’auto e ammanettato mentre i carabinieri gridavano: “Blocco! Carabinieri! La cattura di Totòri Rina fu una notizia che fece il giro del mondo.
Il boss più pericoloso e ricercato d’Italia, l’uomo che aveva sfidato lo Stato per decenni, era finalmente in manette. Le immagini di Riina ammanettato, con quel suo sguardo freddo e sprezzante furono trasmesse da tutti i telegiornali. In Sicilia la gente scese in piazza a festeggiare. Era un momento storico, la fine simbolica di un’epoca di terrore.
Marina, anche dopo la cattura, mantenne il suo atteggiamento di sfida. Durante gli interrogatori si rifiutò di collaborare, negò ogni accusa, si dichiarò vittima di un complotto. Quando gli investigatori gli mostrarono le prove schiaccianti contro di lui, comprese le testimonianze di decine di pentiti, lui scrollò le spalle e disse semplicemente: “Non so niente, io sono un pastore”.
era la tipica tecnica mafiosa del silenzio, dell’omertà assoluta, del non riconoscere mai le proprie colpe. Nei processi che seguirono, Riina fu condannato a molteplici ergastoli per decine di omicidi. Associazione mafiosa, strage. Le condanne si accumularono. Ergastolo per la strage di Capaci, ergastolo per la strage di via D’Amelio, ergastolo per l’omicidio del generale dalla Chiesa, ergastolo per centinaia di altri delitti.
Era impossibile calcolare il numero totale delle sue vittime, ma si stimava che fossero almeno diverse centinaia, forse più di 1000, se si contavano anche quelle morte per ordini indiretti. Rina fu rinchiuso nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara in Sardegna e poi trasferito in altri penitenziari dove scontò la pena nel regime del 41 bis.
Era isolato completamente dal mondo esterno, senza possibilità di comunicare con altri detenuti, senza visite, se non quelle strettamente controllate dei familiari più stretti. Per un uomo che aveva comandato un esercito di migliaia di affiliati, che aveva deciso della vita e della morte di centinaia di persone, era una caduta vertiginosa.
Durante gli anni di detenzione, Riina mantenne sempre lo stesso atteggiamento. Nessuna collaborazione, nessun pentimento, nessun riconoscimento delle proprie colpe. si considerava un prigioniero politico, vittima di un sistema giudiziario ingiusto. Rifiutava di parlare con gli psicologi del carcere, rifiutava di partecipare a programmi di reinserimento.
Era rimasto il Totò Riina di sempre, duro, spietato, incapace di provare rimorso. I suoi familiari cercarono più volte di ottenere benefici, alleggerimenti del regime carcerario, ma ogni richiesta fu respinta. Riina era considerato troppo pericoloso, ancora capace di influenzare Cosa Nostra anche dal carcere se gli fosse stata data la minima opportunità.
Gli investigatori avevano scoperto che, nonostante il 41 bis, alcuni boss mafiosi erano riusciti a comunicare con l’esterno attraverso sistemi ingegnosi, messaggi nascosti, codici intermediari corrotti. Non si poteva rischiare che Riina facesse lo stesso. Con il passare degli anni la salute di Riina cominciò a deteriorarsi.
sviluppò problemi cardiaci, diabete, altre patologie legate all’età e alle dure condizioni di detenzione. Ma anche malato, vecchio, ridotto a un’ombra del potente boss che era stato, Rina continuò a rifiutare ogni forma di collaborazione quando i magistrati gli offrivano la possibilità di scontare gli ultimi anni in condizioni migliori, in cambio di informazioni, su misteri ancora irrisolti, su stragi ancora senza colpevoli, su soldi nascosti, lui rispondeva sempre con il silenzio o con frasi evasive.
Gli ultimi anni di vita di Totòri furono segnati da un progressivo declino fisico, ma non da alcun cedimento morale o psicologico. Anche da vecchio e malato, continuò a incarnare fino all’ultimo respiro i valori della mafia più brutale. Omertà assoluta, rifiuto di ogni pentimento, disprezzo per le istituzioni.
Nel 2016 le sue condizioni di salute peggiorarono drasticamente. I medici del carcere diagnosticarono un tumore in fase avanzata, oltre alle altre patologie croniche di cui soffriva. Fu trasferito dal carcere di Parma, dove era detenuto all’ospedale civile per le cure necessarie. I familiari chiesero che gli fossero concessi gli arresti domiciliari per motivi umanitari, ma la richiesta fu respinta.
Lo Stato italiano non voleva dare a Rina nemmeno questa soddisfazione finale. Durante i suoi ultimi mesi, Riina ricevette le visite dei familiari più stretti, la moglie Ninetta Bagarella, i figli, alcuni nipoti Ninetta, anche lei proveniente da una famiglia mafiosa di Corleone, era sempre rimasta fedele al marito.
Non aveva mai collaborato con la giustizia, aveva cresciuto i figli nell’omertà. Anche i figli di Riina, pur cercando di costruirsi una vita lontana dall’ombra paterna, non avevano mai rinnegato il Padre, né fornito informazioni alla magistratura. Il 17 novembre 2017 Totò Riina morì all’ospedale di Parma all’età di 87 anni.
La notizia della sua morte fu accolta con sentimenti contrastanti in Italia. Da una parte c’era chi provava una certa soddisfazione nel sapere che il boss dei boss era morto in carcere, pagando, almeno in parte, per i suoi crimini. Dall’altra c’era la frustrazione per il fatto che Rina non avesse mai collaborato, non avesse mai fatto chiarezza su tanti misteri ancora irrisolti, non avesse mai mostrato un minimo di pentimento per le centinaia di vite che aveva distrutto.
I magistrati, che lo avevano processato e studiato per decenni espressero questo disappunto. Rina portava con sé nella tomba segreti importanti. i nomi dei complici eccellenti, i legami con la politica e con i servizi segreti, i dettagli di alcune stragi ancora non del tutto chiarite, i luoghi dove erano sepolte vittime mai ritrovate, i tesori nascosti di Cosa Nostra.
aveva scelto il silenzio fino alla fine, fedele al codice mafioso, più di quanto lo fossero stati molti dei suoi ex sodali, che invece avevano scelto di collaborare. Il funerale di Riina fu un evento strettamente controllato dalle autorità. Il governo temeva che potesse trasformarsi in una manifestazione di forza di Cosa Nostra, con centinaia di mafiosi presenti a rendere omaggio al loro capo.
Per questo motivo furono imposte restrizioni severe, niente cerimonie pubbliche, solo una messa privata con un numero limitatissimo di partecipanti, sepoltura in forma strettamente riservata. Il corpo di Riina fu sepolto nel cimitero di Corleone, il paese dove tutto era cominciato, ma senza alcuna pompa, senza lastre commemorative, in una tomba anonima.
Questa scelta di negare a Riina un funerale pubblico fu criticata da alcuni come una violazione dei diritti umani fondamentali, il diritto di chiunque, anche del più spregevole criminale, a una sepoltura dignitosa. Ma il governo giustificò la decisione con ragioni di ordine pubblico e con la necessità di non dare a Cosa Nostra l’opportunità di celebrare il suo capo storico.
La morte di Riina chiuse simbolicamente un’epoca della storia della mafia siciliana. era stato l’ultimo dei grandi boss della vecchia generazione, quello che aveva trasformato Cosa Nostra da organizzazione criminale tradizionale in un’impresa del terrore che aveva sfidato lo Stato italiano. Con lui moriva anche un certo modo di essere mafioso, brutale, spietato, convinto che attraverso la violenza si potesse ottenere qualsiasi cosa.
Ma Cosa Nostra non morì con Riina. L’organizzazione era già cambiata molto durante i suoi anni di detenzione. Dopo il disastro della strategia stragista, i nuovi capi avevano adottato un profilo molto più basso, cercando di ritornare all’antico metodo del controllo silenzioso del territorio, degli affari economici, della corruzione politica.
Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993 e catturato solo nel 2023, rappresentava questa nuova generazione di boss più cauti, meno visibili, ma non per questo meno pericolosi. L’eredità di Rina è complessa e terribile. Da una parte la sua violenza estrema e la sua strategia stragista portarono alla quasi distruzione di Cosa Nostra, come la si conosceva.
le condanne del maxi processo, le nuove leggi antimafia, il 41 bis, l’aumento esponenziale dei collaboratori di giustizia, la confisca di patrimoni enormi. Tutto questo fu possibile anche perché Rina, con le sue stragi aveva reso impossibile continuare a tollerare o ignorare il fenomeno mafioso. Dall’altra parte però Riina aveva dimostrato quanto potesse essere letale un’organizzazione criminale quando decideva di sfidare apertamente lo Stato.
Le stragi avevano insegnato che la mafia non era solo un problema di ordine pubblico, ma una minaccia esistenziale per la democrazia stessa. Il fatto che un criminale come Riina avesse potuto restare latitante per 23 anni, vivendo tranquillamente a Palermo, organizzando stragi terribili, dimostrava quante complicità avesse avuto, quanto fosse radicato il sistema di connivenze e protezioni.
Gli storici e i criminologi che hanno studiato la figura di Riina sono concordi nel definirlo uno dei criminali più spietati della storia italiana, paragonabile per crudeltà solo ai più feroci dittatori del veco. La sua incapacità di provare empatia, il suo piacere nell’infliggere sofferenza, la sua assoluta mancanza di rimorso, lo rendevano un caso quasi clinico di psicopatia.
Eppure non era un folle nel senso clinico del termine. Era perfettamente lucido, razionale nel perseguire i suoi obiettivi, capace di pianificare strategie complesse. Era semplicemente un uomo per cui la vita degli altri non aveva alcun valore, se non strumentale ai suoi scopi. Alcuni analisti hanno cercato di capire le radici psicologiche della sua personalità.
La povertà estrema dell’infanzia, la durezza della vita contadina nel dopoguerra, l’assenza di educazione, l’ingresso precoce nel mondo criminale. Tutto questo aveva contribuito a formare un uomo senza scrupoli, ma molti altri erano cresciuti nelle stesse condizioni senza diventare mostri. C’era qualcosa di unico in Riina, una combinazione di intelligenza, ambizione, spietatezza e totale assenza di vincoli morali che lo rendeva diverso anche dagli altri mafiosi.
La sua relazione con la moglie Ninetta è un altro aspetto intrigante. Ninetta Bagarella proveniva da una famiglia mafiosa importante. Era la sorella di Leoluca Bagarella, braccio destro di Riina. Il loro matrimonio era stato sia un’alleanza politica che un legame affettivo. Ninetta sapeva esattamente chi era suo marito, conosceva i suoi crimini, eppure gli rimase fedele per tutta la vita.
Alcuni la vedono come una vittima di una cultura patriarcale e mafiosa, altri come una complice consapevole. Probabilmente era entrambe le cose. I figli di Riina hanno cercato di ricostruirsi una vita lontano dall’ombra paterna, ma non è stato facile. Portare il cognome Rina in Italia significa essere automaticamente associati al male assoluto.
Alcuni hanno cambiato nome, altri hanno cercato di vivere nell’anonimato, ma il peso di quel cognome è un fardello che li accompagnerà per tutta la vita. Negli anni successivi alla morte di Riina, l’Italia ha continuato a fare i conti con l’eredità di quegli anni di sangue. Le inchieste giudiziarie hanno continuato a scavare nei misteri ancora irrisolti, cercando di capire fino in fondo i meccanismi che avevano permesso a Riina di agire indisturbato per così tanto tempo.
Una delle questioni più controverse riguarda le cosiddette trattative stato mafia. Secondo alcune ricostruzioni, tra il 1993 e il 1994 ci sarebbero stati contatti riservati tra rappresentanti dello Stato italiano e esponenti di Cosa Nostra, mediati da alcuni servizi segreti. L’obiettivo sarebbe stato quello di far cessare le stragi in cambio di alcuni benefici per i boss detenuti, come l’alleggerimento del regime del 41 bis.
Queste rivelazioni emersero grazie alle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia e scatenarono polemiche enormi. L’idea che lo Stato potesse trattare con i terroristi mafiosi era inaccettabile per molti. Alcuni imputati di questi presunti contatti furono processati, tra cui ufficiali dei carabinieri e dei servizi segreti.
I processi si conclusero con condanne per alcuni e assoluzioni per altri, ma la questione rimane ancora oggi oggetto di dibattito storico e politico. Quello che è certo è che dopo la cattura di Rina le stragi cessarono. Cosa Nostra capì che la strategia del terrore era stata controproducente e tornò a un profilo più basso.
Ma questo non significò la fine dell’organizzazione, semplicemente cambiò metodo. Invece di sfidare apertamente lo Stato, tornò a infiltrarlo dall’interno, a corrompere, a condizionare attraverso le reti di potere economico e politico. Il successore di Rina, alla guida di Cosa Nostra fu Bernardo Provenzano, il suo vecchio compagno dei tempi di Corleone.
Provenzano era l’opposto di Riina dal punto di vista del metodo. Mentre Riina credeva nella violenza spettacolare, Provenzano predicava la strategia dell’immersione, del rendersi invisibili, del lavorare nell’ombra. Quando fu catturato nel 2000, dopo 43 anni di latitanza, viveva in un casolare di campagna vicino a Corleone, conducendo una vita spartana, comunicando con l’esterno attraverso i famosi pizzini, bigliettini scritti a mano con un linguaggio criptico.
Dopo Provenzano la leadership di Cosa Nostra divenne ancora più frammentata. Non c’era più un capo carismatico e indiscusso come erano stati Riina o lo stesso Provenzano. Il potere si distribuì tra vari boss regionali, ognuno con il suo territorio, i suoi affari, le sue alleanze. In un certo senso, Cosa Nostra tornò a essere quello che era prima dell’epoca dei corleonesi, una federazione di cosche semiautonome, piuttosto che un’organizzazione centralizzata sotto un comando unico.
Ma l’ombra di Riina continuava a pesare sull’organizzazione. Molti dei metodi che aveva introdotto, molte delle strutture che aveva creato, molte delle alleanze che aveva forgiato, rimasero operative anche dopo la sua caduta e soprattutto il mito di Rina come boss invincibile, come uomo che aveva sfidato lo Stato e resistito per decenni, continuava a ispirare le nuove generazioni di mafiosi.
Nelle carceri italiane, dove migliaia di mafiosi scontano condanne lunghe o ergastoli, Riina era visto come un’icona, come l’ultimo vero capo, quello che non si era mai piegato. Anche chi criticava i suoi metodi non poteva negarne la statura criminale. Era il metro di paragone con cui tutti i boss successivi venivano misurati.
La figura di Rina ha avuto anche un impatto culturale profondo. È diventato il simbolo del male mafioso nell’immaginario collettivo italiano. Film, documentari, libri, serie televisive hanno raccontato la sua storia contribuendo a costruire una mitologia nera intorno alla sua figura. C’è il rischio, sempre presente quando si raccontano storie di criminali potenti, di involontariamente glorificarli, di trasformare mostri in antieroi affascinanti.
Per questo motivo chi racconta la storia di Riina deve stare attento a non cadere in questa trappola, a mantenere sempre chiaro il giudizio morale su quello che ha fatto. Le vittime di Riina sono centinaia, forse migliaia. Ognuna di loro aveva una storia, una famiglia, dei sogni. Giovanni Falcone era un magistrato brillante che aveva dedicato la vita alla giustizia.
Paolo Borsellino era un uomo coraggioso che sapeva di rischiare la vita ogni giorno, ma continuava il suo lavoro. Il generale dalla Chiesa era un servitore dello Stato che aveva già combattuto il terrorismo e che era stato mandato in Sicilia per una missione che sapeva essere pericolosa. E poi c’erano tutti gli altri poliziotti, carabinieri, agenti di scorta che morivano solo per fare il loro dovere, imprenditori che si rifiutavano di pagare il pizzo, testimoni che avevano il coraggio di parlare, semplici cittadini che si trovavano nel posto sbagliato al momento

sbagliato. Ogni anno, il 23 maggio e il 19 luglio, l’Italia commemora le stragi di Capaci e via D’Amelio. sono diventate date simboliche della lotta contro la mafia, occasioni per ricordare non solo Falcone e Borsellino, ma tutte le vittime della violenza mafiosa. Nelle scuole si organizzano lezioni sulla legalità.
Vengono invitati magistrati e familiari delle vittime a raccontare le loro storie. È un modo per cercare di costruire una cultura antimafia nelle nuove generazioni per evitare che si ripetano gli errori del passato. La battaglia contro Cosa Nostra non è finita con la morte di Rina. L’organizzazione è stata indebolita, ma non distrutta.
Ha meno potere di quanto ne avesse negli anni 80 e 90. controlla meno territorio, a meno uomini, subisce costantemente arresti e confische, ma continua a esistere, continua a essere un problema serio per la Sicilia e per l’Italia intera. Il metodo per combatterla è quello consolidato negli ultimi decenni. Indagini approfondite, utilizzo dei collaboratori di giustizia, sequestro dei patrimoni mafiosi, regime carcerario duro per i boss, educazione alla legalità.
Ma serve anche altro. Serve togliere alla mafia il consenso sociale di cui ancora gode in alcune zone. Serve creare opportunità economiche nelle aree depresse dove la mafia trova facili reclute. Serve una politica che non sia corrotta o compromessa con la criminalità organizzata. Totò Riina rappresenta il passato più buio della mafia siciliana.
Un passato di violenza estrema, di sangue versato per le strade, di terrore quotidiano. Un passato che non deve ripetersi, ma per evitare che si ripeta bisogna conoscerlo, studiarlo, capirlo. Per questo è importante raccontare la storia di Riina, non per celebrarlo, ma per capire come un uomo solo sia riuscito a seminare così tanto male, quali condizioni sociali, politiche ed economiche lo abbiano reso possibile, quali errori sono stati commessi nel combatterlo.
La lezione più importante che la storia di Riina ci insegna è che la mafia non è invincibile. Per decenni è sembrato che Rina fosse intoccabile, che lo Stato non potesse fare nulla contro di lui. Eppure alla fine è stato catturato, processato, condannato, è morto in carcere. Lo Stato, quando decide di combattere seriamente la criminalità organizzata, quando mobilita tutte le sue risorse, quando la società civile lo appoggia, può vincere, ma ci insegna anche che questa vittoria richiede sacrifici enormi.
Falcone, Borsellino e centinaia di altri hanno pagato con la vita il loro impegno. Miglia di magistrati, poliziotti, carabinieri, funzionari hanno dedicato la loro intera carriera a questa battaglia, spesso a rischio della propria sicurezza e di quella dei loro familiari. e ci insegna che la battaglia non finisce mai veramente, che bisogna rimanere vigili perché la mafia ha una capacità straordinaria di adattarsi, di cambiare forma, di trovare nuovi modi per sopravvivere e prosperare.
La storia di Salvatore Riina è la storia di un uomo che incarnò il male nella sua forma più pura e sistematica. non fu un criminale impulsivo o un violento occasionale, ma un calcolatore freddo che fece della morte il suo strumento principale di potere. La sua ascesa rappresentò il trionfo di una visione mafiosa basata esclusivamente sulla forza bruta, sull’eliminazione di ogni opposizione, sul terrore come metodo di governo.
INA dimostrò che la mafia poteva evolversi da semplice organizzazione criminale locale a struttura capace di sfidare lo Stato centrale, di condizionare la politica nazionale, di terrorizzare un intero paese. Sotto la sua guida, Cosa Nostra raggiunse il massimo del potere, ma anche il punto di rottura che avrebbe portato al suo declino.
Le stragi che ordinò furono al tempo stesso la dimostrazione del suo potere e l’inizio della sua fine. Il paradosso di Rina è che la sua strategia della violenza totale, che nel breve periodo gli permise di conquistare il controllo assoluto di Cosa Nostra e di accumulare ricchezze enormi, nel lungo periodo si rivelò autodistruttiva.
Ogni omicidio eccellente, ogni strage spettacolare rafforzava la determinazione dello Stato a combatterlo. Ogni goccia di sangue versata rendeva più difficile per i politici corrotti o collusi continuare a proteggere l’organizzazione mafiosa. Quando Riina ordinò l’omicidio di Falcone e Borsellino, pensava di decapitare la lotta antimafia.
invece trasformò due magistrati in martiri, in simboli di una battaglia che da quel momento divenne irrinunciabile per lo Stato italiano. La loro morte rese impossibile qualsiasi compromesso, qualsiasi ritorno alla situazione precedente in cui la mafia poteva operare in una zona grigia di tolleranza. La cattura di Rina nel 1993 segnò simbolicamente la vittoria dello Stato su Cosa Nostra.
Ma fu una vittoria pagata a caro prezzo, con centinaia di morti, con un tessuto sociale lacerato, con ferite profonde che ancora oggi non si sono completamente rimarginate. La Sicilia degli anni di Rina era una terra sotto assedio, dove la gente viveva nella paura quotidiana, dove l’omicidio era una pratica normale, dove la legge dello Stato sembrava non valere.
24 anni di detenzione non piegarono Riina. Rimase fino all’ultimo il mafioso intransigente, fedele ai valori della sua organizzazione criminale. Non parlò mai, non collaborò mai, non mostrò mai pentimento. Per alcuni questo fu un segno di coerenza e forza di carattere, per altri semplicemente l’ennesima dimostrazione della sua totale assenza di umanità.
Un uomo normale, anche il più criminale, di fronte alla prospettiva di morire in carcere, carico di ergastoli, lontano dai suoi affetti, potrebbe essere tentato di cercare una qualche forma di redenzione, di spiegare le sue azioni, di chiedere perdono. Riina no. Rina portò nella tomba i suoi segreti e il suo disprezzo per lo Stato e per le sue vittime.
La sua morte nel 2017 chiuse un capitolo della storia italiana, ma non il libro intero. Cosa Nostra continua a esistere, anche se molto indebolita rispetto agli anni di Riina. Altri boss hanno preso il suo posto, altri clan controllano territori e affari, ma nessuno ha più avuto il potere assoluto che aveva Riina. Nessuno ha più osato sfidare apertamente lo Stato come fece lui.
Le nuove generazioni di mafiosi hanno imparato la lezione. La violenza estrema e spettacolare non paga. È meglio lavorare nell’ombra, infiltrarsi nelle istituzioni, corrompere piuttosto che uccidere, controllare l’economia piuttosto che seminare terrore. In un certo senso la mafia contemporanea è più pericolosa proprio perché meno visibile, più difficile da combattere perché non lascia cadaveri per strada, ma si nasconde dietro società apparentemente legali, dietro imprenditori insospettabili, dietro politici rispettabili. L’eredità di
Riina è quindi duplice. Da una parte ha dimostrato che anche il più potente boss mafioso può essere sconfitto, che lo Stato ha gli strumenti per combattere la criminalità organizzata quando decide di usarli seriamente. Dall’altra ha lasciato dietro di sé un’organizzazione che ha imparato ad adattarsi, a sopravvivere cambiando pelle.
Per capire davvero la figura di Rina bisogna andare oltre la semplice cronaca dei suoi crimini, per quanto impressionante. Bisogna cercare di comprendere il contesto sociale, culturale, economico che lo produsse. La Sicilia del dopoguerra era una terra di povertà estrema, dove lo Stato era assente o inefficiente, dove la mafia offriva una forma alternativa di ordine sociale e di opportunità economiche.
In quel contesto, un ragazzo intelligente e ambizioso, ma privo di scrupoli, poteva vedere nella mafia l’unica via per emergere, per conquistare potere e ricchezza. Questo non giustifica Riina, ovviamente. Le sue scelte furono sue. La sua crudeltà fu una caratteristica personale che andava oltre qualsiasi condizionamento sociale, ma aiuta a capire come un fenomeno come la mafia possa continuare a riprodursi generazione dopo generazione.
Finché ci saranno zone dove lo Stato è debole, dove l’economia è depressa, dove i giovani non vedono alternative, ci sarà sempre il rischio che nuovi riina emergano. La lotta contro la mafia, quindi, non può essere solo repressiva. Certamente servono leggi severe, carcere duro, confische, processi, ma serve anche prevenzione, sviluppo economico, educazione, presenza dello Stato sul territorio, cultura della legalità.
Serve costruire una società in cui il modello mafioso non sia attraente, in cui i giovani abbiano alternative migliori, in cui il consenso sociale alla mafia venga meno. Nei quartieri di Palermo, dove un tempo Riina era considerato un eroe, oggi le cose stanno lentamente cambiando. Ci sono scuole intitolate a Falcone e Borsellino, ci sono associazioni antimafia, ci sono imprenditori che si rifiutano di pagare il pizzo e denunciano le estorsioni.
È un cambiamento lento, fragile, ancora incompiuto, ma è un cambiamento reale. La società siciliana non è più quella degli anni di Rina. Tuttavia, sarebbe ingenuo pensare che la battaglia sia vinta. La mafia ha radici profonde, si è evoluta nei decenni, ha trovato nuovi modi di operare. Il narcotraffico continua a essere un’enorme fonte di profitti, così come il controllo degli appalti pubblici, il riciclaggio del denaro sporco, lo sfruttamento del gioco d’azzardo illegale e soprattutto la mafia continua ad avere
legami con settori della politica, dell’imprenditoria, della finanza che le permettono di prosperare. La figura di Totorri Ina deve servire da monito. deve ricordarci cosa può diventare un’organizzazione criminale quando viene sottovalutata, quando le si permette di crescere, quando si fanno compromessi con essa.
Deve ricordarci il prezzo terribile che la società paga quando la mafia diventa troppo potente e deve ricordarci che la lotta contro la criminalità organizzata richiede determinazione costante, sacrificio, coraggio. I magistrati, i poliziotti, i carabinieri, i giornalisti, gli insegnanti, i cittadini comuni che oggi continuano questa battaglia meritano il nostro sostegno e la nostra gratitudine.
Sono loro che impediscono che la storia di Rina si ripeta, che un altro boss possa accumulare lo stesso potere distruttivo che altre stragi insanguinino le strade italiane. La storia di Salvatore Rina è una storia italiana, ma a risonanza universale. In tutto il mondo esistono organizzazioni criminali che usano la violenza per controllare territori e mercati illegali.
I cartelli della droga messicani, le triadi cinesi, la Yakuza giapponese, le mafie dell’Europa dell’Est, tutte condividono alcune caratteristiche con Cosa Nostra, anche se con differenze culturali e operative. L’esperienza italiana nella lotta alla mafia, maturata proprio negli anni di Rina e dopo è diventata un modello studiato in tutto il mondo.
Le tecniche investigative sviluppate da Falcone, il concetto di collaboratore di giustizia, le leggi sulle confische dei patrimoni mafiosi, il regime carcerario speciale. Tutto questo è stato esportato e adattato in altri paesi che combattono le loro organizzazioni criminali. In questo senso, anche dalla tragedia degli anni di Riina, è nato qualcosa di positivo, una competenza, una determinazione, un metodo che ha permesso allo Stato italiano di combattere efficacemente la criminalità organizzata.
Non è una battaglia vinta, ma è una battaglia che si può combattere e in cui si possono ottenere risultati significativi. Totò Rina, il boss dei boss, il capo dei corleonesi, l’uomo che seminò morte per decenni, è morto in carcere a 87 anni, carico di ergastoli, solo e malato. Non è riuscito a godere della sua ricchezza accumulata con il sangue.
non è riuscito a vivere libero, non è riuscito a trasmettere il suo potere ai figli. È finito come tutti i grandi criminali finiscono, in prigione o morti ammazzati, perché il crimine alla fine non paga. Può pagare per un po’, può sembrare vincente, ma prima o poi il conto arriva. Questa è la lezione più importante che la sua storia ci lascia.
Il male può essere potente, può sembrare invincibile, può fare molto danno, ma alla fine, se c’è la volontà di combatterlo, il bene può prevalere, non facilmente, non sacrifici, non senza dolore, ma può prevalere.