Immaginate per un momento una sala cinematografica in una sera qualunque del 1948. Le luci si spengono, il brusio del pubblico si placa. Sullo schermo appare la storia di un uomo povero, disperato, che cerca per tutta Roma la sua bicicletta rubata. Senza quella bicicletta perderà il lavoro. Senza lavoro la sua famiglia morirà di fame.
E mentre lo guardano camminare per le strade della città, tenendo per mano il suo bambino, gli spettatori piangono. Piangono in silenzio nel buio, commossi fino al midollo da tanta verità. Quel film si chiama Ladri di biciclette. è considerato ancora oggi uno dei più grandi capolavori della storia del cinema mondiale.
È l’uomo che lo ha diretto con una tenerezza e una pietà che toccano l’anima. è un genio assoluto. Ma ecco la cosa incredibile, ecco il segreto che pochi conoscono davvero. Proprio negli anni in cui raccontava al mondo la disperazione di un uomo per una misera bicicletta, quello stesso regista sedeva ai tavoli verdi dei casinò e perdeva in una sola notte somme di denaro con cui si sarebbero potute comprare migliaia di biciclette. Miglia.
Avete capito bene, quest’uomo aveva due famiglie. Due case, due donne che lo amavano profondamente. Una doppia vita tenuta nascosta per anni e anni con un equilibrio fragilissimo, sempre sul punto di crollare, vinse premio Oscar, fu celebrato in tutto il mondo come uno dei più grandi artisti del 900.
Eppure morì lasciando una situazione economica fragile, quasi precaria. un uomo che aveva guadagnato fortune intere e che le aveva lasciate scivolare via tra le dita come sabbia che non si riesce a trattenere. Come è possibile tutto questo? Come può un solo uomo contenere tanta grandezza e tanta fragilità, tanta luce e tanta ombra nello stesso cuore? Come può un genio capace di tanta delicatezza essere allo stesso tempo prigioniero di debolezze così profonde? Questa è la storia di Vittorio De Sica e vi assicuro che anche se credete di
conoscerla ci sono lati di quest’uomo che vi sorprenderanno. Restate con me fino in fondo perché vi prometto che ne varrà la pena. Vi racconterò di amori impossibili, di segreti custoditi per decenni, di trionfi clamorosi e di cadute silenziose. Vi racconterò soprattutto di un uomo profondamente, dolorosamente umano.
Prima di andare avanti però, lasciatemi dire una cosa con sincerità perché tra noi ci deve essere chiarezza. In questo racconto vi parlerò di fatti documentati confermati da biografi e storici del cinema, ma vi parlerò anche di episodi che appartengono più alla leggenda che alla storia certa. E ogni volta che entreremo in quel territorio incerto, dove finisce la cronaca e comincia il racconto popolare, io ve lo dirò con chiarezza, perché il rispetto per la verità e per voi che mi state ascoltando viene prima di ogni
cosa. D’accordo? Allora, cominciamo dall’inizio, da dove tutto ebbe origine. Tutto comincia in una piccola città del Lazio, Sora, il 7 luglio del 1901. Lì, in una casa modesta, nasce Vittorio De Sica. La sua è una di quelle famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, di quelle che conoscono bene il significato della parola sacrificio.
Il padre Umberto è un impiegato, un uomo con un’eterna passione per il teatro, per la musica, per lo spettacolo, ma con le tasche perennemente vuote. Un sognatore in fondo intrappolato in una vita di conti che non tornano mai. Qui dobbiamo fermarci su un dettaglio fondamentale, un dettaglio che, come vedremo, segnerà l’intera esistenza di quest’uomo come un filo rosso che attraversa tutta la sua vita.

La famiglia De Sica era costantemente assillata dai debiti. Si spostarono più volte cercando condizioni migliori prima a Napoli, poi a Firenze, infine a Roma, ma l’ombra delle difficoltà economiche li seguiva ovunque. Il piccolo Vittorio crebbe respirando quell’aria pesante, quell’incertezza continua, quella sensazione angosciante di non sapere mai se ci sarebbe stato abbastanza per il giorno dopo.
Provate a immaginare cosa significhi tutto questo per un bambino. Vedere i genitori con il volto preoccupato, sentire i discorsi sussurrati a tavola sui soldi che mancano, percepire la vergogna di non poter pagare quello che gli altri pagano senza pensarci. Quel bambino sviluppa dentro di sé una paura profonda, viscerale, che gli si annida nelle ossa.
La paura della povertà, una paura che non lo abbandonerà mai per tutta la vita. è che, come scopriremo insieme strada facendo, sarà la chiave segreta per capire tante delle sue scelte più sconcertanti. Tenete bene a mente questo bambino spaventato dalla miseria, perché lo ritroveremo più volte nascosto sotto le vesti del divo elegante, del genio celebrato, dell’uomo affascinante che faceva girare la testa a tutti.
sarà sempre lì in fondo al suo cuore, anche quando indosserà gli abiti più costosi e camminerà sui tappeti rossi più prestigiosi del mondo. Ma torniamo alla sua giovinezza. Il giovane Vittorio è bello, davvero bello. Ha un volto aperto, un sorriso luminoso che illumina la stanza, un fascino naturale che conquista chiunque lo incontri e ha talento, tanto, tantissimo talento.
Comincia a recitare ancora ragazzo, quasi per gioco, prima sul palcoscenico del teatro, poi davanti alla macchina da presa del cinema. Esi capisce subito che quel ragazzo è nato per stare sotto i riflettori. Negli anni 30 Vittorio De Sica diventa una stella, una delle più grandi del cinema italiano dell’epoca. E il divo per eccellenza, l’idolo delle donne, il sogno di milioni di spettatrici, il protagonista di commedie brillanti e leggere che fanno sognare tutta l’Italia, a quella che in molti chiamavano semplicemente la presenza. Quando
entrava in scena, tutti guardavano solo lui. Aveva quel magnetismo raro, quel carisma che non si può imparare, che o ce l’hai dentro o non ce l’avrai mai. Era l’epoca dei cosiddetti film dei telefoni bianchi. medie eleganti ambientate in salotti lussuosi, in ville signorili con personaggi ricchi, spensierati, lontani mille miglia dalle difficoltà della gente comune.
Un cinema d’evasione, un cinema che permetteva agli spettatori di dimenticare, almeno per un paio d’ore la fatica e le preoccupazioni della vita reale. De Sica era il principe assoluto di quel mondo dorato, il volto più amato di quel sogno a buon mercato. Pensate all’ironia della sorte. Quel ragazzo cresciuto nell’angoscia dei debiti, quel bambino che aveva conosciuto la paura di non avere abbastanza, ora interpretava sullo schermo uomini eleganti, ricchi, sicuri di sé, che gettavano denaro senza pensarci. recitava la parte di ciò che
forse in fondo avrebbe sempre voluto essere, ma sotto il fracchi impeccabile, sotto il sorriso perfetto, batteva ancora il cuore del bambino di Sora, quel cuore che conosceva fin troppo bene il sapore amaro della paura, avrebbe potuto fermarsi lì, avrebbe potuto restare per sempre il bellattore brillante, il divo amato e ben pagato.
vivendo di una carriera comoda, sicura, dorata. Molti al suo posto lo avrebbero fatto senza esitare, ma Vittorio De Sica aveva dentro di sé qualcosa di più grande, un’inquietudine artistica, un bisogno profondo di dire qualcosa di vero, di autentico, che la commedia leggera non poteva soddisfare. Sentiva che la vita era anche altro, era dolore, era fatica, era dignità e voleva raccontarlo.
E così, a un certo punto accade qualcosa di straordinario, una di quelle svolte che cambiano per sempre il corso di una vita e a volte la storia di un’intera arte. Quest’uomo, all’apice del successo come attore, decide di passare dietro la macchina da presa, decide diventare regista. E non un regista qualunque, come scopriremo tra poco, negli anni 40, mentre l’Italia è dilaniata dalla guerra, dalla fame, dalla distruzione, mentre le città cadono sotto le bombe e la gente non sa come sfamare i propri figli, Vittorio De Sica da Vita insieme
ad altri grandi maestri come Roberto Rossellini, a uno dei movimenti artistici più importanti del 9, il neorealismo. Ma cos’è esattamente il neorealismo? Era una rivoluzione, una rivoluzione totale del modo stesso di fare cinema. Basta con i salotti finti e i telefoni bianchi. Basta con le storie d’evasione che facevano dimenticare la realtà.
Il neorealismo voleva raccontare la realtà, la realtà vera, nuda, cruda, senza maschere e senza trucchi. La vita della gente comune, dei poveri, degli operai, dei disoccupati e soprattutto dei bambini. I registi neorealisti uscivano dagli studi cinematografici, abbandonavano le scenografie costruite e andavano a girare per le strade vere.
Usavano spesso attori non professionisti, gente presa direttamente dalla vita reale, persone con facce vere, segnate dalla fatica e dal tempo. Raccontavano l’Italia del dopoguerra esattamente così com’era, ferita, distrutta, affamata, ma anche piena di una dignità commovente e di una testarda speranza nel domani.
Ed Sica fu uno dei padri indiscussi di questo movimento. Lui, l’ex divo dei telefoni bianchi, l’uomo elegante delle commedie dorate, si trasformò nel cantore degli ultimi, nel poeta dei dimenticati, nel narratore di chi non aveva voce. Che metamorfosi straordinaria non trovate come se due uomini completamente diversi convivessero nella stessa persona.
Il suo primo grande capolavoro come regista arriva con I bambini ci guardano realizzato proprio durante gli anni della guerra. È la storia vista attraverso gli occhi limpidi di un bambino, di una famiglia che lentamente si sfalda, di un mondo di adulti che tradisce l’innocenza dei più piccoli. Un film doloroso, delicato, struggente che già mostrava tutta la sensibilità di De Sica per il mondo dell’infanzia, per quegli occhi innocenti che osservano in silenzio gli errori e le debolezze dei grandi.
E in questo film cominciò anche un sodalizio destinato a diventare leggendario, quello con lo sceneggiatore Cesare Zavattini. Zavattini era il teorico, la mente pensante, l’anima intellettuale del neorealismo. Insieme De Sica e Zavattini formarono una delle coppie creative più importanti e feconde di tutta la storia del cinema.
si capivano al volo con uno sguardo. Condividevano la stessa visione del mondo, lo stesso amore per la verità e per gli umili, la stessa fede nel potere del cinema di raccontare l’anima della gente semplice. E poi naturalmente arrivò Ladri di Biciclette, quel film di cui vi parlavo all’inizio, quel capolavoro assoluto girato nel 1948 che ancora oggi viene studiato nelle scuole di cinema di tutto il mondo, dall’America al Giappone e che ha commosso fino alle lacrime milioni e milioni di persone in ogni angolo del
pianeta. La storia in apparenza è semplicissima. Quasi niente. Un uomo, Antonio finalmente trova un lavoro dopo tanta troppa disoccupazione, ma per quel lavoro gli serve una bicicletta. La famiglia fa enormi sacrifici, arriva persino a impegnare le lenzuola del corredo pur di comprarla. E proprio il primo giorno di lavoro, in un attimo di distrazione, la bicicletta viene rubata.
Comincia allora una disperata, affannosa ricerca per le strade di Roma, condotta dall’uomo insieme al suo figlioletto, il piccolo Bruno che gli trotterella accanto. Sembra una trama minima, quasi banale, da poco. Pure De Sica trasforma questa piccola vicenda quotidiana in una tragedia universale, in un poema commovente sulla dignità umana, sulla povertà che umilia, sul legame fragile e profondo tra un padre e un figlio.
La scena finale dove il padre, ormai disperato e accecato dal bisogno, commette un gesto sbagliato proprio davanti agli occhi del suo bambino e ne viene umiliato pubblicamente. è una delle più strazianti mai girate nella storia del cinema. Ancora oggi è quasi impossibile guardarla senza sentire un nodo stringere la gola.
E qui torniamo al nostro grande mistero, quello da cui siamo partiti, perché un uomo riusciva a raccontare con tanta verità, con tanta dolorosa precisione la disperazione legata al denaro, alla povertà, alla pura sopravvivenza. Forse perché la conosceva intimamente, forse perché quel bambino di Sora, spaventato dai debiti del padre, viveva ancora dentro di lui, nascosto ma vivo.
Forse dirigendo ladri di biciclette, Vittorio De Sica raccontava, senza mai dirlo apertamente, la paura più profonda e segreta della sua stessa esistenza. Ma ecco il punto, ecco il paradosso che rende questa storia così irresistibile. Mentre creava quest’opera immortale sulla povertà e sulla dignità, mentre toccava le vette più alte e pure dell’arte, la vita privata di De Sica stava per imboccare una strada complicata, tortuosa, piena di curve nascoste, una strada fatta di passioni segrete, di amori divisi a metà, di una
doppia esistenza che avrebbe dovuto tenere nascosta per anni interi, perché proprio in quegli anni, mentre il mondo intero lo celebrava come un maestro indiscusso. Vittorio De Sica stava vivendo una situazione sentimentale che per l’epoca era a dir poco scandalosa. Qualcosa che se fosse venuto pienamente alla luce avrebbe potuto travolgere la sua reputazione, una situazione che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita e che ancora oggi fa discutere e meravigliare chi conosce la sua storia.
E per capire davvero come tutto questo ebbe inizio, dobbiamo tornare un po’ indietro nel tempo. Dobbiamo conoscere le due donne che si sarebbero contese in silenzio, il cuore di quest’uomo straordinario. Due donne tanto diverse tra loro, eppure unite da un identico curioso destino, quello di amare fino in fondo un uomo che era impossibile possedere completamente.
Cominciamo dalla prima, dalla donna che lui sposò e che gli rimase accanto in un modo che vi lascerà senza parole. La prima donna nella vita di Vittorio De Sica si chiamava Giuditta Rissone e per capire chi fosse bisogna dire subito che non era una donna qualunque. Giuditta era un’attrice di grande talento, una professionista seria, stimata, dotata di una dignità e di una forza interiore non comuni.
Veniva dal teatro, conosceva il mestiere e aveva quel tipo di intelligenza pacata che non si impone con il rumore, ma con la presenza. I due si conobbero nel mondo dello spettacolo, lavorarono insieme, si innamorarono e si sposarono. Dalla loro unione nacque una figlia, Emilia, che tutti chiamavano affettuosamente Emy.
Per De Sica questa era la sua famiglia, la sua casa, il suo punto fermo. Giuditta era la moglie ufficiale, la compagna riconosciuta, la madre di sua figlia. Tutto sembrava in ordine, tutto sembrava al suo posto, ma il cuore umano, lo sappiamo bene, è una cosa complicata, imprevedibile. E spesso non segue le regole che vorremmo imporgni 40, durante quel periodo turbolento e drammatico, sul set di un film, Vittorio De Sica incontrò un’altra donna, una giovane attrice spagnola di nome Maria Mercader.
E qualcosa dentro di lui cambiò per sempre. Maria Mercadere era diversa da Giuditta. Era più giovane, aveva un fascino latino, un temperamento appassionato, una dolcezza che conquistò il regista nel profondo. Tra i due nacque un amore intenso, travolgente, di quelli che non si possono ignorare né reprimere. Un amore che Desica non riuscì a soffocare e forse nemmeno volle farlo.
E qui comincia il grande dramma della sua vita privata, perché ricordatevi, in Italia a quei tempi il divorzio non esisteva, semplicemente non c’era. La legge sul divorzio in Italia sarebbe arrivata soltanto nel 1970, molti moltissimi anni dopo. Questo significa che dal punto di vista legale Vittorio De Sica era e restava sposato con Giuditta Rissone.
Non poteva sciogliere quel vincolo. Non poteva semplicemente ricominciare da capo come avrebbe fatto un uomo libero. Eppure amava Maria e con Maria volle costruire una vita, una famiglia. Dalla loro unione, infatti, nacquero due figli. Manuel, che sarebbe diventato un apprezzato compositore di musica per il cinema, e Cristian, che molti di voi conosceranno bene come attore e regista, una figura amatissima dal pubblico italiano.
Ed ecco dunque la situazione incredibile in cui si trovò quest’uomo. Da una parte Giuditta la moglie legale con la figlia Emy, dall’altra Maria l’amore della sua vita con i due figli maschi, due famiglie, due case, due mondi paralleli che De Sica cercò di tenere insieme in un equilibrio delicatissimo per anni e anni. A questo punto è giusto fermarci un momento perché qui entriamo in un terreno delicato dove dobbiamo distinguere con cura ciò che è documentato da ciò che appartiene al racconto popolare.
Come vi avevo promesso all’inizio, quello che è certo confermato dai biografi e dalla stessa famiglia è che De Sica visse effettivamente questa doppia esistenza. Due famiglie reali, due gruppi di figli, un amore diviso. Questo è un fatto storico, non una leggenda. Quello che invece appartiene di più alla sfera dei racconti, delle testimonianze familiari e della memoria affettuosa, sono i dettagli su come concretamente quest’uomo gestiva una situazione tanto complicata.
Su questi dettagli bisogna muoversi con prudenza perché non sempre esistono prove documentali precise e io preferisco dirvelo con onestà piuttosto che spacciarvi per certo ciò che certo non è. Si racconta, ad esempio, che Desica dividesse letteralmente le sue giornate tra le due case, che cercasse di essere presente per entrambi i nuclei familiari, di non far mancare nulla né all’una né all’altra parte.
Provate a immaginare il peso di una vita così. La fatica costante, la tensione continua, le bugie necessarie, gli orari da incastrare, le emozioni da nascondere. un uomo che amava due donne e quattro figli e che cercava disperatamente di non perdere nessuno di loro. Per molti anni questa situazione rimase almeno ufficialmente nell’ombra.
La discrezione dell’epoca e probabilmente anche un certo rispetto da parte di chi sapeva fecero sì che lo scandalo non esplodesse pubblicamente. Ma all’interno delle due famiglie, naturalmente, la verità era ben conosciuta. Erano realtà che convivevano con tutto il carico di dolore, di rinuncia e a volte, anche di sorprendente dignità che una situazione simile comporta.
E qui dobbiamo riconoscere una cosa importante a Giuditta Rissone, perché il suo comportamento in tutta questa vicenda fu di una nobiltà rara. Pur sapendo dell’esistenza dell’altra famiglia, pur portando dentro di sé chissà quale dolore, Giuditta scelse la via della dignità e del silenzio. Non fece scenate, non cercò la vendetta, non trascinò il marito nel fango, pensò soprattutto a proteggere la loro figlia Emy e a mantenere intatto, per quanto possibile, un equilibrio familiare.
si racconta, e questo appartiene alle testimonianze più intime della famiglia, che Giuditta abbia sopportato tutto questo con una compostezza quasi eroica. Pensateci un momento, pensate a quanto amore o forse a quanta forza d’animo ci voglia per accettare una situazione del genere senza spezzarsi.
Per molti oggi sarebbe incomprensibile, ma erano altri tempi, altre regole, altre catene e ogni essere umano affronta il dolore a modo suo. Nel frattempo la legge italiana continuava a essere un muro invalicabile. De Sica voleva in qualche modo dare una forma legittima al suo legame con Maria Mercader e ai loro figli.
Ma come fare se in Italia il divorzio non esisteva? La soluzione, per quanto possa sembrare sorprendente, arrivò dall’estero. Negli anni 50 Desica ricorse a una procedura legale in Messico, un paese dove le leggi erano completamente diverse da quelle italiane. È un fatto documentato. Molti italiani famosi in quegli anni fecero esattamente la stessa cosa per aggirare il divieto di divorzio nel proprio paese.
si rivolgevano a tribunali stranieri per ottenere ciò che in patria era impossibile. Più tardi, sempre attraverso procedure compiute all’estero, De Sica riuscì finalmente a unirsi in matrimonio con Maria Mercader. Questo avvenne nel 1968 dopo un cambiamento importante nella sua condizione legale. erano passati moltissimi anni dall’inizio della loro storia d’amore.
Pensateci, avevano costruito una famiglia, avevano cresciuto due figli, avevano condiviso un’intera esistenza e solo dopo decenni poterono dare un nome ufficiale al loro legame. Devo essere onesto con voi su un punto, sulla data esatta di questo matrimonio e sui dettagli precisi della procedura. Le fonti non sono sempre concordi al 100% e alcune precisazioni circolano senza una conferma documentale assoluta.
Quello che possiamo dire con sicurezza è che dopo lunghissimi anni di attesa, il legame tra Vittorio e Maria trovò finalmente un riconoscimento legale e questo, dopo tanto tempo vissuto nell’ombra, dovette rappresentare per loro un momento di grande significato. Affermiamoci un attimo a riflettere su questa storia d’amore divisa perché ci dice molto sull’uomo che fu Vittorio De Sica.
Qui non c’è un cattivo e una vittima come nelle storie semplici. C’è qualcosa di molto più umano e complicato. C’è un uomo incapace di scegliere, incapace di rinunciare, un uomo che amava a modo suo sia l’una che l’altra, che non voleva o non riusciva a far soffrire nessuna delle due e finiva forse per far soffrire entrambe e se stesso.
Ed è proprio questa incapacità di rinunciare, questa difficoltà a porre dei limiti a controllarsi che ritroveremo in un altro aspetto ben più oscuro della sua vita. Perché se nell’amore De Sica non sapeva dire di no, c’era un’altra passione ben più pericolosa, davanti alla quale era completamente irrimediabilmente debole. Ma prima di arrivare lì dobbiamo tornare a parlare delle splendide attrici e degli attori che lavorarono con lui e di come intorno alla sua figura fiorirono inevitabilmente voci e pettegolezzi di ogni tipo. Perché un uomo affascinante,
famoso, circondato dalle donne più belle del cinema, diventa quasi automaticamente il bersaglio delle chiacchiere. E qui devo essere ancora una volta molto chiaro con voi. Su Vittorio De Sica sono circolate nel corso degli anni moltissime voci riguardo a presunte relazioni con le attrici che dirigeva. È normale e quasi inevitabile per un personaggio del genere, ma attenzione, queste restano per la maggior parte soltanto chiacchiere, pettegolezzi senza prove concrete.
Io non sono qui per inventarmi storie o per infangare la memoria di nessuno. Quindi su questo punto restiamo prudenti. Ciò che è documentato il suo grande complicato amore diviso tra due donne. Il resto in larga parte appartiene al chiacchiericcio dei salotti e dei giornali dell’epoca e come tale va trattato.
Quello che invece è assolutamente certo è il suo straordinario rapporto professionale con alcune delle più grandi attrici della storia del cinema. È su tutte una in particolare una donna il cui nome resterà legato per sempre a quello di De Sica in un sodalizio artistico che regalò al cinema italiano alcuni dei suoi momenti più indimenticabili.
Sto parlando naturalmente di Sofia Loren. Il legame artistico tra Vittorio De Sica e Sofia Loren fu qualcosa di magico, di irripetibile. Lui la diresse in numerosi film e insieme crearono una chimica sullo schermo che il pubblico di tutto il mondo amò alla follia. De Sica capiva Sofia, sapeva esaltarne non solo la straordinaria bellezza, ma anche e soprattutto l’immenso talento drammatico, la profonda verità popolare che quella donna portava dentro di sé.
E proprio grazie a uno di questi film accadde qualcosa di storico, qualcosa che cambiò per sempre la storia del cinema mondiale e di cui parleremo diffusamente tra poco. Ma per arrivarci dobbiamo prima entrare nel cuore più buio, più segreto, più doloroso di questa intera vicenda. Dobbiamo parlare del demone che accompagnò Vittorio De Sica per tutta la vita, di quella debolezza che ci riporta dritti dritti al bambino spaventato di Sora, di quella ferita mai rimarginata che lo spinse a guadagnare fortune immense e a perderle
una dopo l’altra in modo quasi incomprensibile. Dobbiamo parlare del gioco d’azzardo e vi assicuro che questa parte della storia è forse la più sorprendente e la più umana di tutte. Il gioco d’azzardo. Ecco la grande segreta ossessione di Vittorio De Sica, la passione divorante che lo accompagnò per quasi tutta la sua esistenza e che in un certo senso definì il suo destino tanto profondamente quanto lo fece il cinema.
due fuochi che bruciarono dentro di lui per tutta la vita, l’arte e l’azzardo. Questo voglio sottolinearlo subito con forza, non è un pettegolezzo, non è una voce malevola messa in giro da qualche nemico per infangare la sua memoria. È un fatto storico ampiamente documentato, riconosciuto dai biografi più seri e ammesso apertamente dalla stessa famiglia.
De Sica era un giocatore, un giocatore vero, accanito di quelli che non riescono a smettere nemmeno quando vorrebbero e giocava forte, fortissimo, senza mezze misure. Provate a immaginare il contrasto, la scena nella sua interezza. Di giorno Vittorio De Sica era il maestro indiscusso del neorealismo, il regista pluripremiato, l’artista celebrato in tutto il mondo, l’uomo elegante e affascinante che incantava i salotti, le interviste e i festival cinematografici.
Di notte lo stesso identico uomo poteva trovarsi seduto a un tavolo da gioco in un casinò, con lo sguardo teso e fisso sulle carte o sulla pallina della roulette che girava mentre scommetteva e perdeva somme enormi di denaro, cifre da capogiro capaci di togliere il sonno a chiunque.
Si racconta che in una sola notte fosse capace di perdere l’intero compenso di un film. Avete capito bene? Quei film immortali, quei capolavori che gli costavano mesi e mesi di lavoro estenuante, di fatica, di pensiero, di genio, potevano svanire nel nulla in poche ore sul tappeto verde di un casinò di Sanremo, di Montecarlo o di chissà quale altro luogo.
Tutto bruciato, tutto perduto in una notte, il lavoro di un anno cancellato dal giro di una ruota. E qui dobbiamo essere precisi perché è una questione di onestà verso di voi. Mentre il fatto che Desica fosse un forte giocatore e che perdesse grandi somme documentato è assolutamente certo. Le cifre esatte di alcune singole perdite, gli aneddoti su questa o quella notte specifica, appartengono spesso al racconto, alla leggenda che inevitabilmente si è costruita intorno alla sua figura.
erano storie che circolavano nell’ambiente del cinema, ingigantite forse dal passaparola, dalla fantasia di chi le raccontava. Quindi prendiamo i singoli episodi più clamorosi con la giusta cautela da spettatori intelligenti, ma teniamo ben fermo il quadro generale, che quello sì è verissimo.
Quest’uomo aveva un problema serio, reale e profondo con il gioco d’azzardo. Ma adesso fermiamoci e poniamoci insieme la domanda più importante, la domanda che dà un senso a tutto il resto. Perché? Perché un uomo così intelligente, così sensibile, così geniale, capace di leggere l’animo umano come pochi altri, si rovinava in questo modo, perché gettava via notte dopo notte il frutto prezioso del suo talento sui tavoli da gioco.
E qui ricordate il bambino di Sora. Ricordate quel bambino cresciuto nell’angoscia dei debiti, nel terrore costante e quotidiano della povertà, in quelle case dove i soldi non bastavano mai. Ecco, secondo molti che hanno studiato a fondo la sua vita, la risposta è proprio lì, nascosta in quella ferita di infanzia mai del tutto rimarginata.
C’è una teoria affascinante, una possibile chiave di lettura psicologica che diversi biografi e studiosi hanno avanzato nel tempo. Attenzione è un’interpretazione, non una verità scientifica assoluta, e ve la presento esattamente come tale, come un’ipotesi per quanto suggestiva, ma è davvero illuminante. Secondo questa lettura, il rapporto morboso e contraddittorio di Desa con il denaro nasceva proprio dal trauma della povertà vissuta da bambino.
Pensateci con calma. Da piccolo il denaro era stato per lui una fonte continua di angoscia, qualcosa che mancava sempre, che generava vergogna, paura, umiliazione. Da adulto divenuto ricco e famoso, acclamato in tutto il mondo, de Sica avrebbe potuto finalmente liberarsi per sempre di quella paura, mettere da parte i soldi, vivere sereno, cancellare quel fantasma e invece no, quel rapporto malato con il denaro continuava a tormentarlo soltanto in una forma rovesciata, capovolta, giocando, perdendo, mettendo continuamente a
rischio Tutto ciò che aveva, in un certo senso, rivisitava e ripeteva all’infinito il dramma della sua infanzia. Si rimetteva volontariamente, quasi compulsivamente, in quella condizione di precarietà e di rischio che aveva conosciuto da bambino, quasi a volerla dominare finalmente, a volerla affrontare di nuovo e vincerla ogni singola notte.
È un’idea potente e per certi versi straziante, non trovate. L’uomo che aveva fatto piangere il mondo intero raccontando la disperazione di un padre per una bicicletta rubata, era lui stesso prigioniero di una disperazione segreta legata proprio al denaro. Il cinema e il vizio, l’arte sublime e la rovina personale, nascevano forse dalla stessa identica ferita, dalla stessa radice profonda, da quello stesso bambino spaventato di Sora che non lo aveva mai veramente lasciato, che camminava accanto a lui anche mentre riceveva gli applausi del
mondo. E qui arriviamo a uno degli aspetti più affascinanti e paradossali di tutta questa storia. Un paradosso che lega in modo indissolubile il suo difetto più grande alla sua più grande genialità. Ascoltate bene perché è davvero sorprendente. Vi siete mai chiesti perché Vittorio De Sica, dopo aver creato i suoi capolavori più puri e più alti negli anni del neorealismo, accettò poi di recitare in tantissimi film, anche in moltissime commedie leggere e in pellicole che non erano sempre all’altezza del suo immenso
talento. un genio simile perché si prestava anche a ruoli minori, a produzioni commerciali di ogni tipo. La risposta, almeno in buona parte, è proprio nei suoi debiti di gioco. De Sica aveva un disperato, costante, inesauribile bisogno di denaro. doveva mantenere due famiglie, ricordatevelo, doveva crescere educare quattro figli e doveva soprattutto coprire le perdite enormi accumulate al tavolo verde.
È così lui, che era un regista geniale e raffinato, uno dei più grandi al mondo, accettava di fare l’attore praticamente in qualsiasi film glielo offrisse, pur di incassare un compenso e tamponare le falle. recitava in commedie, in film di cassetta, a volte in produzioni decisamente mediocri, mettendo il suo volto inconfondibile e il suo talento immenso al servizio di chiunque fosse disposto a pagarlo bene.
Ed ecco l’incredibile, meraviglioso paradosso. Questa necessità, questa fame perenne di denaro che lo costringeva a recitare praticamente ovunque ci ha regalato un desa attore semplicemente straordinario. Perché vedete anche nei filmeri, anche nelle commedie più semplici e dimenticabili, Desica portava sempre con sé quel suo tocco magico, quella sua eleganza naturale, quella sua umanità calda e inconfondibile, rendeva grande anche il piccolo, nobilitava anche il banale, trasformava una particina in un momento memorabile.
Molte di quelle interpretazioni nate quasi per necessità economica sono ancora oggi ricordate, citate e profondamente amate dal pubblico italiano. In un certo senso, dunque, il suo vizio rovinoso si trasformava in un dono inaspettato per gli spettatori. La sua debolezza di uomo diventava, paradossalmente ricchezza per il cinema e per tutti noi.
È crudele se ci pensate bene, ma è anche profondamente, intensamente umano. La vita a volte costruisce questi strani e dolorosi intrecci tra le nostre cadute e i nostri doni, tra le nostre fragilità e i nostri capolavori. Naturalmente questa situazione aveva un peso enorme anche sulla vita familiare e privata.
Si racconta che le sue perdite al gioco creassero spesso tensioni, preoccupazioni e notti insonni in casa e come avrebbero potuto non crearne. Un uomo che guadagna moltissimo, ma che è capace di perdere tutto in una sola notte, non offre certo una grande serenità economica a chi gli sta accanto, a chi dipende da lui.
Con due famiglie intere da mantenere, la pressione doveva essere costante, asfissiante, senza tregua. Eppure, ed è qui che la figura di Desica si fa ancora più commovente e complessa. Sembra che né Giuditta né Maria lo abbiano mai veramente abbandonato a causa di questo. Lo amavano, nonostante tutto.
capivano forse più di quanto lui stesso si capisse o forse più semplicemente sapevano che quel demone faceva parte di lui in modo indissolubile, come il suo sorriso, come il suo sguardo dolce, come il suo genio. Perché non si può amare un uomo soltanto a metà, prendendo le luci e rifiutando le ombre? Lo si ama tutto intero oppure non lo si ama affatto? Ma torniamo per un momento al cinema perché proprio mentre la sua vita privata era così turbolenta, così piena di contraddizioni, di segreti e di affanni nascosti, la sua carriera artistica continuava a raggiungere vette
altissime di livello assolutamente mondiale. Abbiamo già parlato a lungo di ladri di biciclette. Ma de Sica realizzò molti altri capolavori indimenticabili, ciascuno una piccola gemma. Pensate a Shusà, il film straziante sui ragazzini di strada nella Roma del dopoguerra. Due piccoli lustrascarpe che sognano un cavallo e finiscono travolti da un mondo di adulti spietato e ingiusto.
Una storia di amicizia infantile spezzata dalla durezza della vita che ancora oggi commuove fino alle lacrime. Pensate a Umberto D. Ha forse il suo film più amaro, più nudo e più profondo. La storia di un vecchio pensionato solo, dignitoso e disperato, che non riesce ad arrivare alla fine del mese con il suo unico amico al mondo, un piccolo cagnolino fedele di nome F.
Un film che è una riflessione struggente e impietosa sulla vecchiaia, sulla solitudine, sulla povertà e sull’indifferenza. glaciale della società verso i più deboli. Un’opera che ancora oggi colpisce dritto al cuore. È pensate a miracolo a Milano, una favola poetica e surreale completamente diversa da tutte le altre, dove la dura realtà neorealista si mescola con la fantasia, con il sogno, con la magia più pura.
Un film coraggioso, originalissimo, dove i poveri alla fine volano via sopra i tetti della città cavallo di scope. Un’opera che mostrava ancora una volta, in modo splendente, quanto fosse versatile, libero e imprevedibile il genio di quest’uomo, capace di passare dal realismo più crudo alla poesia più lieve.
Questi film portarono ad Essica un riconoscimento internazionale clamoroso, qualcosa che pochissimi registi al mondo hanno mai conosciuto. E qui dobbiamo parlare degli Oscar. Perché Vittorio De Sica fu, senza alcun dubbio uno dei registi italiani più premiati di sempre dall’Academy di Hollywood, una vera e propria leggenda oltre oceano.
I suoi film vinsero in diverse occasioni il prestigioso premio Oscar legato al cinema straniero, in un’epoca in cui questo riconoscimento aveva regole e forme un po’ diverse da quelle che conosciamo oggi. Chusà e ladri di biciclette furono onorati da Hollywood in modo del tutto speciale in anni in cui il cinema italiano del dopoguerra conquistava letteralmente il mondo intero, imponendo all’attenzione internazionale una nuova, potentissima, rivoluzionaria idea di cinema.
L’Italia povera e ferita dalla guerra insegnava al mondo ricco come si raccontano le emozioni vere. Pensate per un attimo a tutto questo. Un uomo nato in una famiglia povera di provincia, cresciuto nell’angoscia continua dei debiti, ora veniva celebrato a Hollywood sul palco più ambito del mondo. Riceveva gli applausi scroscianti del pubblico internazionale, vedeva i suoi film studiati e ammirati in ogni angolo del pianeta, dall’America al Giappone.
Il bambino spaventato di Sora era arrivato fino in cima al mondo. Più in alto di così sembrava impossibile salire. Eppure in mezzo a tutto questo trionfo sfolgorante c’era sempre quell’ombra che lo seguiva fedele, quel demone del gioco che divorava ogni cosa che svuotava le tasche più in fretta di quanto i premi potessero riempirle.
quella vita doppia, complicata, fatta di amori divisi a metà e di segreti custoditi con cura. Vittorio De Sica era contemporaneamente l’uomo più celebrato e forse uno degli uomini più segretamente tormentati del suo tempo. La gloria e l’angoscia camminavano fianco a fianco dentro lo stesso cuore, ma il momento più alto, più clamoroso, più storico dal punto di vista del cinema mondiale doveva ancora arrivare e aveva a che fare proprio con lei, con Sofia Lauren, di cui vi parlavo poco fa, perché stava per accadere qualcosa che
non era mai successo prima nella storia del cinema. un primato assoluto, un evento epocale, un record che ancora oggi viene ricordato e che porta la firma di Vittorio De Sica. E per capire fino in fondo la portata immensa di quel momento, dobbiamo entrare nel cuore di un film straziante, ambientato negli anni più bui e terribili della guerra.
Un film tratto da un grande romanzo capace di mostrare al mondo cosa significhi davvero la violenza, la perdita dell’innocenza, il dolore di una madre. Un film che avrebbe segnato per sempre la carriera di tutti coloro che vi parteciparono e che avrebbe cambiato la storia. Restate con me perché quello che sto per raccontarvi è un pezzo di storia del cinema che merita davvero di essere conosciuto fino in fondo.
Il film di cui sto per parlarvi si intitola La ciocciara. Fu realizzato nel 1960 ed è tratto da un grande romanzo di Alberto Moravia, uno dei più importanti scrittori italiani del 9. Ma la storia che racconta non è solo letteratura, è una ferita vera aperta nella carne dell’Italia negli anni terribili della seconda guerra mondiale.
La protagonista è Cesira, una madre vedova che gestisce un piccolo negozio a Roma. Quando la guerra si fa troppo pericolosa, quando le bombe cadono sulla città, Cesira decide di fuggire. prende con sé la sua unica figlia, la giovanissima Rosetta, una ragazzina ancora innocente, ancora pura, e insieme lasciano Roma per rifugiarsi nei luoghi della sua infanzia, tra le montagne della ciociaria.
Madre e figlia sole in fuga dalla guerra alla disperata ricerca di un posto sicuro dove sopravvivere e il ritratto di un amore materno assoluto totale, Cesira farebbe qualsiasi cosa per proteggere la sua bambina. Tutto il film è attraversato da questo legame fortissimo, da questa volontà ferrea di una madre di salvare la propria figlia dagli orrori della guerra.
E per gran parte della storia sembra quasi che ci riesca. Camminano, si nascondono, soffrono la fame, ma restano insieme unite e vive. E poi arriva quella scena, quella scena che ha sconvolto il pubblico di tutto il mondo e che è entrata per sempre nella storia del cinema. Verso la fine della guerra, mentre madre e figlia tornano finalmente verso casa, sentendosi ormai quasi al sicuro, si fermano a riposare dentro una chiesa abbandonata, sperando di trovarvi protezione e pace.
Ma proprio lì, in quel luogo sacro che avrebbe dovuto proteggerle, vengono aggredite da un gruppo di soldati e sotto gli occhi della madre impotente e disperata avviene l’inimmaginabile. Sia cesira che la giovanissima Rosetta vengono violentate. È una scena terribile, devastante. Ma de Sica la gira senza compiacimento, senza morbosità, con un pudore e una pietà che la rendono ancora più straziante.
Non mostra la violenza per spettacolo, mostra il prima e il dopo. Mostra l’orrore negli occhi di una madre che vede distruggere ciò che ha di più caro al mondo. soprattutto mostra ciò che resta dopo, una bambina che in pochi istanti ha perso per sempre la sua innocenza e una madre che non potrà mai più proteggerla da quel dolore.
Questo episodio raccontato nel film fa riferimento a fatti realmente accaduti durante la guerra in Italia, alle violenze subite da molte donne nelle zone attraversate dagli eserciti. È una pagina di storia dolorosa e reale che Dessica scelse di portare sullo schermo con tutto il suo coraggio e tutta la sua sensibilità di artista, non per scandalizzare, ma per non dimenticare, per dare voce a chi quella voce l’aveva persa.
E al centro di questo film c’è lei, Sofia Loren, nel ruolo di Cesira. Ma qui dobbiamo raccontare un piccolo retroscena affascinante. Perché inizialmente nei progetti iniziali Sofia Loren avrebbe dovuto interpretare la madre. Era considerata troppo giovane, troppo bella per quel ruolo di donna matura. Si era pensato a un’attrice più grande per la parte di Cesira e a Sofia per quella della figlia, ma poi le cose cambiarono.
E fu proprio De Sica, con il suo intuito geniale a credere che Sofia potesse essere una Cesira straordinaria, una madre dolente e fortissima, nonostante la sua giovane età. Fu una scommessa ed Esica da buon giocatore, quale era anche nella vita la vinse, la vinse alla grande. Perché Sofia Loren sotto la guida sapiente e amorevole di Dessica diede una prova d’attrice semplicemente sconvolgente.
Dimenticò la sua bellezza da diva, dimenticò il glamour e si trasformò in una donna del popolo, in una madre lacerata dal dolore. La sua cesira è verità pura e carne e sangue e strazio autentico. In quella scena finale, quando stringe tra le braccia la figlia distrutta, Sofia Loren raggiunge vette di intensità drammatica che pochissime attrici hanno mai toccato nella storia del cinema.
E qui arriva il momento storico, il primato assoluto di cui vi avevo parlato per questa interpretazione nel 1962. Sofia Lauren vinse il premio Oscar come migliore attrice protagonista. E attenzione perché questo non era un Oscar qualunque, fu un evento epocale, qualcosa che non era mai accaduto prima in tutta la storia del cinema.
Per la prima volta, infatti, l’Oscar, come migliore attrice protagonista veniva assegnato a un’interpretazione recitata interamente in una lingua diversa dall’inglese, un’interpretazione in italiano. Capite la portata di tutto questo? Fino a quel momento Hollywood aveva sempre premiato attrici che recitavano nella propria lingua.
Sofia Lauren ruppe quella barriera. Fu la prima a vincere quella statuetta per un film straniero in una lingua straniera, un record storico che aprì le porte a un cinema davvero internazionale. Tutto questo grazie alla regia di Vittorio De Sica, grazie alla sua capacità unica di tirare fuori dagli attori il meglio assoluto, di scavare nelle loro anime, di trasformare una diva in una madre del popolo, una star in un essere umano lacerato e vero.
Pensate ancora una volta all’incredibile parabola di quest’uomo. Il bambino povero di Sora, il giocatore d’azzardo perseguitato dai debiti, l’uomo dalla vita privata, complicata e segreta, dirigeva la prima attrice della storia a vincere un Oscar per un film in lingua straniera. Le sue mani, che la notte gettavano fortune sui tavoli da gioco, erano le stesse mani che sapevano guidare un interprete fino alla gloria più alta del mondo.
Il sodalizio tra Desica e Sofia Loren continuò poi in molti altri film memorabili, soprattutto nel genere della commedia. Insieme regalarono al pubblico momenti indimenticabili, scene di una vivacità, di un’ironia e di una umanità straordinarie. La loro intesa sullo schermo era qualcosa di magico, di raro, di prezioso. Si capivano, si completavano, danzavano insieme davanti alla macchina da presa.
E qui voglio fare una precisazione importante perché tornano sempre i pettegolezzi di cui parlavamo prima. Tra De Sica e la Loren ci fusi sì un legame profondissimo, ma fu un legame artistico e di affetto sincero, di stima reciproca, quasi paterno e filiale. Non lasciamoci trascinare nelle solite chiacchiere malevole.
Ciò che li unì davvero ciò che è documentato e bellissimo fu l’arte, una collaborazione che fece la storia del cinema italiano e mondiale e questo basta e avanza a rendere immortale il loro rapporto. Ma il tempo intanto passava e passava anche per Vittorio De Sica. Gli anni 60 e i primi anni 70 lo videro ancora attivo, ancora capace di realizzare grandi opere.
Anzi, proprio in questo periodo, creò un altro dei suoi capolavori assoluti, un film che molti considerano tra i più belli e commoventi della sua intera carriera. Un’opera matura, delicata, malinconica che parla di un capitolo doloroso e vergognoso della storia italiana. Sto parlando del giardino dei Finzi Contini realizzato nel 1970.
Un film tratto dal celebre romanzo di Giorgio Bassani che racconta la storia di una ricca e raffinata famiglia ebrea di Ferrara negli anni delle leggi raziali fasciste e la storia di un mondo dorato, elegante, protetto dietro le mura di un meraviglioso giardino che lentamente, inesorabilmente viene travolto dalla tragedia della persecuzione e della deportazione.
Vessica racconta questo dramma con una delicatezza struggente, con una malinconia profonda. Mostra la fine di un mondo, l’innocenza spazzata via dall’orrore della storia, l’incapacità di credere fino in fondo a una catastrofe che pure si avvicina giorno dopo giorno. È un film di una bellezza dolente, sospesa, indimenticabile.
E anche questo film portò a De Essica un nuovo prestigioso riconoscimento internazionale, confermando ancora una volta, a distanza di tanti anni dai suoi esordi neorealisti, la grandezza intramontabile del suo talento, a dimostrazione che il suo genio non si era affatto spento con gli anni, ma anzi aveva acquistato nuove sfumature, nuova profondità, nuova saggezza.
Ma ormai intanto l’uomo Vittorio De Sicca stava entrando nell’ultima stagione della sua vita. La salute cominciava a vacillare e si avvicinava il momento dei bilanci, il momento in cui tutti i fili di un’esistenza così intensa e contraddittoria si sarebbero finalmente riuniti. Negli ultimi anni l’uomo che aveva guadagnato fortune immense con il suo lavoro, l’uomo celebrato in tutto il mondo, pluripremiato, amato dal pubblico, si trovava in una situazione economica fragile, quasi precaria.
quel demone del gioco, quella incapacità di trattenere il denaro, lo aveva accompagnato fino alla fine. Aveva guadagnato tantissimo, ma aveva lasciato scivolare via quasi tutto, come sabbia tra le dita. Ed è qui che la storia di Vittorio De Sica torna al suo punto di partenza, chiudendo un cerchio doloroso e perfetto.
Il bambino povero di Sora, terrorizzato dai debiti, morì lasciando dietro di sé non grandi ricchezze, ma qualcosa di infinitamente più prezioso. Capolavori immortali, emozioni che ancora oggi commuovono il mondo. una lezione di umanità che il tempo non potrà mai cancellare. È proprio sulla fine della sua vita, sui suoi ultimi giorni, su ciò che lasciò e su come fu ricordato, vorrei soffermarmi nell’ultima parte di questo racconto.
Perché la morte di un uomo così e ciò che accade dopo ci dice ancora moltissimo su chi è stato davvero. Restate con me ancora un poco perché stiamo arrivando al cuore più profondo di tutta questa storia. Eravamo rimasti all’ultima stagione della vita di Vittorio De Sica, quel momento in cui i conti finalmente si fanno, in cui un’esistenza intera con tutte le sue luci abbaglianti e le sue ombre profonde si avvia verso la conclusione.
Erano i primi anni 70. De Sica era ormai un uomo anziano, ma ancora attivo, ancora pieno di quel fascino e di quella dignità che lo avevano accompagnato per tutta la vita. aveva appena regalato al mondo il giardino dei finsini, dimostrando che il suo genio non si era affatto spento, ma il corpo quello cominciava a tradirlo, la salute vacillava, gli fu diagnosticata una grave malattia, un male serio di quelli che non lasciano scampo.
E qui emerge un dettaglio che dice molto sulla delicatezza e anche sulle complicazioni che lo circondavano fino alla fine. Si racconta che almeno per un certo periodo, gli abbiano nascosto la vera gravità della sua condizione. È una cosa che accadeva spesso a quei tempi. Si pensava di proteggere il malato tenendolo all’oscuro della verità, risparmiandogli l’angoscia.
Non sappiamo con certezza assoluta fino a che punto Desica fosse consapevole di ciò che gli stava accadendo, ma è probabile che uomo intelligente e sensibile com’era qualcosa l’avesse intuito. Forse l’aveva capito come si capiscono certe cose senza bisogno di parole. De Sica si recò all’estero per le cure in Francia a Parigi, dove fu operato.
E proprio in un ospedale di Parigi il 13 novembre del 1974 Vittorio De Sica si spense, aveva 73 anni. E qui accade qualcosa che ancora una volta racchiude in sé tutta la straordinaria struggente complessità di quest’uomo. Qualcosa che riguarda le due donne della sua vita. Ricordate, da una parte Giuditta Rissone, la prima moglie, la madre di Emy.
Dall’altra Maria Mercader, l’amore della maturità, la madre di Manuel e Cristian. due donne, due famiglie, un amore diviso per decenni. Ebbene, si racconta, e questo appartiene alle testimonianze più intime e commoventi della famiglia, che negli ultimi tempi e attorno alla sua morte ci fu tra queste due donne una sorta di silenziosa, dolorosa intesa, una nobiltà d’animo rara.
Entrambe amavano quell’uomo, entrambe avevano sofferto per lui. È nel momento del dolore più grande. Sembra che abbiano saputo mettere da parte ogni rivalità, ogni gelosia per rispetto verso di lui e verso quel sentimento che in modi diversi le aveva legate per sempre allo stesso uomo. Pensate alla grandezza umana di tutto questo.
Pensate a Giuditta Rissone che per tutta la vita aveva sopportato con dignità una situazione dolorosissima, senza mai fare scandalo, proteggendo sempre la figlia. E pensate a Maria Mercader, che aveva condiviso con De Sica gli anni della maturità. due donne che la vita aveva messo l’una contro l’altra e che alla fine davanti alla morte si ritrovarono unite dallo stesso lutto, dallo stesso amore perduto.
Su questi momenti finali, lasciatemelo ripetere ancora una volta con onestà, molti dettagli appartengono alla sfera dei ricordi familiari, delle testimonianze raccolte negli anni più che ai documenti ufficiali, ma il quadro generale, quel senso di dignità e di pietà che avvolse la fine di Dessica è qualcosa di profondamente vero e profondamente toccante.
I funerali di Vittorio De Sica furono un evento di grande commozione. L’Italia intera pianse uno dei suoi figli più amati, uno dei più grandi artisti che avesse mai dato al mondo. il pubblico, i colleghi, le grandi attrici e i grandi attori che avevano lavorato con lui, tutti si strinsero attorno alla sua memoria, perché De Sica non era stato soltanto un regista o un attore, era stato una parte dell’anima del paese.
E qui torniamo a quel punto di cui vi parlavo prima, alla questione del denaro, all’ultimo beffardo capitolo di quel rapporto tormentato che aveva attraversato tutta la sua vita. Vittorio De Sica, l’uomo che aveva guadagnato somme immense con il suo lavoro, l’uomo celebrato in tutto il mondo, vincitore di Oscar, idolo del pubblico, morì senza lasciare grandi ricchezze.
Quel demone del gioco d’azzardo, quella incapacità quasi infantile di trattenere il denaro, lo aveva accompagnato fedelmente fino all’ultimo respiro. aveva guadagnato fortune e le aveva lasciate scivolare via tutte come sabbia tra le dita. E così il cerchio si chiude. Tornate con me per un attimo all’inizio di tutta questa storia.
Tornate a quel bambino di Sora cresciuto nell’angoscia dei debiti, nel terrore costante della povertà. Quel bambino spaventato, dopo una vita intera di gloria, di trionfi, di applausi in ogni angolo del pianeta, finì la sua esistenza in una condizione economica fragile, quasi come se quella povertà dell’infanzia, quella paura mai sopita, lo avesse inseguito per tutta la vita fino a riprenderso alla fine.
Ma attenzione, attenzione perché qui non c’è soltanto tristezza, c’è qualcosa di molto più grande, qualcosa di luminoso. Perché è vero, De Sica non lasciò ricchezze materiali, non lasciò conti in banca pieni, non lasciò patrimoni, ma lasciò qualcosa di infinitamente più prezioso, qualcosa che nessun casinò al mondo avrebbe mai potuto portargli via, qualcosa che il tempo non potrà mai cancellare.
Lasciò i suoi film. Lasciò ladri di biciclette Shusà Umberto di Laciocciara il giardino dei Finzi Contini. Lasciò Cesra che stringe la figlia tra le braccia. Lasciò il piccolo Bruno che cammina accanto al padre disperato. Lasciò il vecchio Umberto e il suo cagnolino. Lasciò emozioni che ancora oggi, a distanza di tanti decenni, fanno piangere e commuovere il mondo intero.
Questa fu la vera eredità di Vittorio De Sica. Non l’oro che gli scivolava sempre via dalle mani, ma l’emozione, la verità, l’umanità. Un patrimonio immenso, intramontabile, che ha reso immortale il suo nome, che continua a regalare bellezza a ogni nuova generazione di spettatori. E allora, arrivati alla fine di questo lungo viaggio, proviamo a tirare le somme.
Proviamo a capire chi è stato davvero quest’uomo straordinario e contraddittorio. Vittorio De Sicaa fu un genio assoluto del cinema, uno dei padri del neorealismo, un maestro riconosciuto in tutto il mondo. Fu un attore di immenso talento e fascino, ma fuomo profondamente fragile, un giocatore d’azzardo incapace di fermarsi, un uomo dalla vita privata complicatissima, diviso tra due famiglie, tra due amori, incapace di scegliere e di rinunciare.
E forse proprio in questa contraddizione sta il segreto della sua grandezza. Perché un uomo che conosceva così bene la fragilità, la debolezza, la paura, la disperazione, era anche l’uomo capace di raccontare meglio di chiunque altro l’animo umano. La sua arte nasceva dalle sue stesse ferite. La sua immensa capacità di commuovere veniva dal fatto che lui per primo conosceva il dolore, la vergogna, la paura.
conosceva cosa significa essere fragili. De Sica non ci ha mai raccontato eroi perfetti, ci ha raccontato uomini veri con le loro debolezze, le loro cadute, la loro disperata dignità. Ci ha raccontato padri impotenti, vecchi soli, madri lacerate, bambini traditi dalla vita. ci ha raccontato in fondo se stesso e proprio per questo le sue storie sono immortali, perché sono profondamente, dolorosamente, meravigliosamente umane.
Il bambino spaventato di Sora ha attraversato il ha conosciuto la povertà e la gloria, l’amore e il vizio, il trionfo e la rovina. Ha vinto premi e perso fortune, ha amato due donne e cresciuto quattro figli. E alla fine se n’è andato in un ospedale di Parigi, lasciandoci in dono alcuni dei film più belli mai realizzati nella storia del cinema.
Questa è stata la vita di Vittorio De Sica, una vita piena di luci e di ombre, di splendore e di fragilità. La vita di un uomo che ha saputo trasformare il proprio dolore in bellezza e le proprie ferite in capolavori. E forse alla fine è proprio questo ciò che rende davvero immortale un artista.
Non la perfezione, ma la verità, non la ricchezza, ma l’emozione, non l’oro, ma l’anima. Grazie di cuore per essere rimasti con me fino alla fine di questo racconto. Spero che questa storia vi abbia commosso, vi abbia fatto riflettere e magari vi abbia fatto venire voglia di rivedere o di scoprire per la prima volta i grandi film di questo maestro indimenticabile.
Perché finché qualcuno continuerà a guardare quei film, finché qualcuno continuerà a commuoversi davanti alle sue storie, Vittorio De Sica non sarà mai veramente morto. Vivrà per sempre nella luce dello schermo e nel cuore di chi lo ama. M.