15 maggio 1916, l’Austria-Ungheria manda 300.000 soldati a punire l’Italia. Non è una battaglia, è un castigo. 14 divisioni, 1200 cannoni. Il nome che gli italiani daranno a questa offensiva dice tutto. Straf Expedition, spedizione punitiva. In 5 giorni quasi 16.000 perdite italiane. Asiago in fiamme. L’altopiano crolla.
A Londra i giornali pubblicano mappe con Venezia a portata di cannone austriaco. A Parigi mandano rinforzi non per fiducia negli italiani, ma per proteggere i propri interessi. A Vienna si brinda. Tutta l’Europa è d’accordo, l’Italia è finita. Ma quello che nessuno sa è che su una montagna chiamata Pasubio l’Italia farà qualcosa di mai tentato su nessun fronte della Grande Guerra.
Scaverà una strada dentro la Roccia Viva. 52 gallerie, più di 6 km. E quando gli austriaci risponderanno con la più grande esplosione dell’intero fronte, 50.000 kg di esplosivo, non basterà. Questa è quella storia e comincia alle 6:00 del mattino. Il bombardamento parte contemporaneamente su 50 km di fronte, dal lago di Garda all’altopiano di Asiago.
I forti italiani, Campolongo, Campomolon, Verena, vengono polverizzati dagli obici d’assedio Skoda da 305 mm. Cemento armato che si sgretola come gesso sotto colpi da mezza tonnellata. Alle 900 la fanteria avanza. 114.000 difensori italiani con 850 cannoni contro un nemico tre volte più numeroso. Conrad von Hutendorf aspetta questo momento da 10 anni.
Dal 1906 propone una guerra preventiva contro l’Italia. Per lui gli italiani sono traditori della triplice alleanza e i traditori si puniscono sul campo di battaglia. Il destino delle nazioni, dei popoli, delle dinastie si decide non alle conferenze diplomatiche, ma sui campi di battaglia. Parole sue e il Trentino è il suo campo di battaglia.
I piani di Conrad si basano, lo ammetteranno gli storici, su una sottovalutazione sistematica delle risorse morali e materiali degli italiani. Ma in questo maggio del 1916 nessuno se ne accorge. Il fronte si sgretola pezzo dopo pezzo. Col santo cade, la Vallarsa cade, la Valposina cade. Il 25 maggio gli austriaci raggiungono Arsiero.
20 km dentro il territorio italiano. Le truppe danno fuoco a quello che trovano. Sembra finita. Ma non lo è. Sul fianco destro dell’offensiva, dove le montagne trentine precipitano verso la pianura veneta, si alza una montagna che non compare nei titoli dei giornali. Non è la più alta della regione, non è la più imponente, ma è la più importante dell’intero fronte. Monte Pasubio.
Chi controlla il Pasubio controlla l’accesso alla pianura. Se cade questa montagna, la strada per Vicenza è spalancata. Se cade Vicenza, l’intero esercito italiano sull’Isonzo viene tagliato fuori. La guerra è finita. Gli austriaci attaccano il pasubio con la stessa furia che ha travolto l’altopiano.
Ma il pasubio non cade. Passo buole tiene. I soldati lo chiameranno le Termopili d’Italia. La linea tra Pasubio, Monte Novgno, Coni Zugna e la Valle dell’Astico non si rompe. Non il 15 maggio, non il 20, non il 25, mai. Il 4 giugno dall’altra parte dell’Europa i russi lanciano l’offensiva a Brusilov. Conrad è costretto a ritirare metà delle sue divisioni dal Trentino per tappare la falla a est.

Il 16 giugno la Straf Expedition si ferma ufficialmente. L’Austria ha perso quasi 100.000 uomini e non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi. L’Italia non è caduta, il Pasubio non è caduto, ma la guerra per questa montagna è appena cominciata, durerà 2 anni. Quello che gli austriaci non sanno è che un generale sta arrivando su questa montagna.
Si chiama Achille Papa, figlio di un bottegao di Desenzano del Garda. Non è un nome famoso, ma di lui diranno che conosceva ogni sasso del pasubio. Quello che gli austriaci non sanno è che l’uomo che progetterà la strada dentro la montagna, il capitano Leopoldo Motti, morirà sotto queste rocce, ucciso dalla prima mina nemica.
Non vedrà mai la sua opera completata. E quello che gli austriaci non sanno è che 2 anni di artiglieria, 17 mesi di guerra sotterranea e la più grande esplosione dell’intero fronte italiano non basteranno a spostare la linea di un solo metro, perché su questa montagna l’Italia non arretrerà mai. L’offensiva si è fermata, ma sul Pasubio la guerra continua.
All’inizio di giugno 1916 la Straf Expedition è ancora in corso quando il comando supremo italiano trasferisce urgentemente truppe dal fronte del Lisonzo. Tra queste la Brigata Liguria, 157º e 158º reggimento fanteria. Il loro motto dice tutto, in ogni rischio e con ogni arme bravi. Il primo incontro col fuoco è brutale.
Il 14 e 15 giugno la Brigata Liguria combatte a Montezovetto. È l’ultimo grande assalto austriaco della Straf Expedition. Per due giorni i soldati della Liguria tengono la posizione sotto attacchi furiosi. Il prezzo è altissimo, più di 2000 caduti in 48 ore. Il tenente Giuseppe Rusca muore combattendo. Riceverà la medaglia d’oro al valor militare, alla memoria, ma Montezovetto tiene.
L’ultimo assalto austriaco fallisce, l’offensiva è morta. Due settimane dopo la Brigata Liguria si sposta sul Pasubio. Il 5 luglio prende posizione a Passo Ometto, Cima Palon, corno del Pasubio. Il loro comandante è arrivato due giorni prima, il 3 luglio 1916. Si chiama Achille Papa, generale, figlio di un bottegao di Desenzano del Garda, uscito dall’Accademia Militare di Modena nel 1882.
Ha combattuto sul col di lana, sul Lisonzo, sul Monte Nero. Non è un nome che i giornali conoscono, ma Papa è un soldato di montagna e nel giro di pochi mesi di lui si dirà una cosa che dice tutto. Conosceva ogni sasso del pasubio costruisce fortificazioni, acquedotti, teleferiche, baraccamenti.
Trasforma una posizione difensiva precaria in una fortezza di montagna. All’inizio del 1917 riceve il comando dell’intero settore del Pasubio con la 44ª divisione, ma la battaglia che definirà il Pasubio per i prossimi due anni è già avvenuta un giorno prima del suo arrivo. Il 2 luglio gli austriaci attaccano Cima Palon, la vetta più alta del massiccio, a 2239 m.
L’assalto è violento, ma il tenente Salvatore D’Amaggio li ferma sulla selletta tra il dente italiano e Cima Palon. La selletta porterà il suo nome nelle carte topografiche. Da quel momento la linea si congela. Due speroni di roccia si fronteggiano sopra i 2200 m. Il dente italiano e il dente austriaco, separati da una selletta così stretta che i soldati possono sentirsi parlare.
Il dente italiano, 2220 m viene fortificato con gallerie, ricoveri, postazioni d’artiglieria. Gli austriaci lo chiamano italieniske platte. La selletta tra i due denti la chiamano eselsen, la schiena dell’asino. Per due anni nessuno dei due lati avanzerà di un passo. Di giorno i cecchini controllano ogni movimento. Di notte le pattuglie strisciano nella terra di nessuno.
L’artiglieria martella a intervalli irregolari. La vita sul pasubio è un equilibrio costante tra la resistenza e l’abisso, ma c’è un problema che nessuna fortificazione può risolvere. I rifornimenti. La strada degli scarubi è l’unica via per portare uomini, munizioni e viveri alle truppe in cima al Pasubio.
10m5 K dal Passo Ghizomo alle porte del Pasubio e corre sul versante settentrionale, completamente esposta all’artiglieria austriaca dal Monte Maio. Ogni convoglio che sale è un bersaglio. I mul portano munizioni, viveri, acqua. Gli uomini portano tutto il resto. Di notte, col buio, fari spenti fermandosi dietro le curve nascoste quando i riflettori passano.
Quando un colpo c’entra un convoglio, la strada si blocca per ore e le truppe in cima aspettano. D’estate la scarubbi è un tiro al bersaglio austriaco. D’inverno le valanghe la rendono impraticabile. Il 13 dicembre 1916, la notte di Santa Lucia Nera, le valanghe uccidono migliaia di soldati lungo l’intero fronte alpino.
Sul Pasubio decine di uomini muoiono sepolti dalla neve. L’inverno 1916-17 è uno dei più rigidi e nevosi del secolo. Le truppe sul Pasubio sono isolate. Se cade la strada cade il pasubio. Se cade il pasubio si apre la pianura. Serve un’alternativa. Serve una strada che gli austriaci non possano distruggere.
È a quel punto che un ufficiale del genio vede l’impossibile. Il capitano Leopoldo Motti del Quinto reggimento genio concepisce un’idea che nessuno ha mai tentato su nessun fronte della Grande Guerra. Costruire una nuova strada per il pasubio non sul versante settentrionale, quello è sotto il tiro nemico, sul versante meridionale, quello invisibile all’artiglieria austriaca.
Ma il versante meridionale è un susseguirsi di pareti verticali, guglie di roccia, precipizi di centinaia di metri. Non c’è spazio per una strada, a meno che la strada non passi dentro la montagna. 52 gallerie, più di 6 km, scavati nella roccia viva. Il tenente Giuseppe Zappa, comandante della 33ª compagnia Minatori del Quinto Reggimento genio, riceve l’ordine di costruirla.
Sale sulla montagna alla fine di gennaio 1917. Il pasubio è coperto da metri di neve, il gelo spacca la roccia e Zappa vede quello che Motti ha progettato. Non una strada sulla montagna, una strada dentro la montagna. Il capitano Motti ha disegnato la strada che salverà il pasubio. Quello che non sa è che tra 8 mesi la prima mina austriaca lo ucciderà sotto questa stessa montagna.
Non vedrà mai la sua opera completata. 6 febbraio 1917. 20 uomini, picconi, dinamite, gelo. L’idea è folle: costruire una strada di oltre 6 km, di cui un terzo dentro la roccia su un versante che nessuno ha mai percorso nel cuore dell’inverno più rigido del secolo, a pochi chilometri dalla linea del fuoco. Non esistono mappe del versante meridionale, non esistono rilievi topografici adeguati.
Il terreno è un susseguirsi di pareti verticali, canaloni, torri di pietra e precipizzi. Nessuno l’ha mai catalogato. I 20 uomini della 33ª compagnia Minatori cominciano a scavare. Il metodo è semplice nella teoria, estremo nella pratica. Dove la roccia permette un passaggio in quota, la strada viene tagliata a mezza costa, larga almeno 2,20 m.
Lo spazio per far passare due muli affiancati, dove la parete è verticale, dove c’è un precipizio, dove si alza una guglia invalicabile, si scava attraverso, galleria dopo galleria. L’attrezzatura arriva da Malgabusi, più in basso nella valle, aria compressa attraverso una conduttura metallica, elettricità da un generatore. 40 perforatori pneumatici martellano la roccia viva.
Gli esplosivi sono di ogni tipo, gelatina, cheddite, polvere nera. Ogni giorno fino a 1500 cariche esplodono dentro la montagna. La montagna trema. Gli austriaci dall’altra parte sentono le esplosioni, non capiscono cosa stia accadendo. Il cantiere cresce. Da 20 uomini a febbraio si arriva a centinaia ad aprile. Al culmine dei lavori 600 operai lavorano contemporaneamente.
La 33ª compagnia minatori più sei centurie di lavoratori, le compagnie 349, 523, 621, 630, 765 e 776. Le condizioni sono quelle che ci si aspetta a 2000 m d’altitudine nel cuore dell’inverno. Temperature costantemente sotto lo zero, neve ovunque, rischio valanghe in ogni momento. Dentro le gallerie l’acqua gocciola dal soffitto e gela sugli attrezzi.
La roccia è fredda come ferro. Fuori il vento taglia la faccia. Sotto i piedi precipizi di centinaia di metri. Sopra le loro teste, l’artiglieria austriaca continua a bombardare la vecchia strada degli scarubi, quella visibile. Non sanno che sotto di loro, metro dopo metro, un’altra strada sta nascendo, invisibile.
Ad aprile 1917 la strada è arrivata alla 13ª galleria. È a quel punto che il tenente Zappa riceve l’ordine di trasferimento. Deve lasciare il cantiere, la sua strada, i suoi uomini. Il sottotenente Ugo Cassina scriverà nelle sue memorie che il maestro se ne andava, ma che a quel punto gli uomini erano diventati esperti.
La strada li aveva sedotti, aveva sedotto anche i sottfficiali e i soldati. La sera dopo la partenza di Zappa, i minatori si riunirono nella mensa di Bocchetta Campiglia e presero un impegno solenne. La strada si finisce. Il capitano Corrado Picone prende il comando e la strada non si ferma. Picone è metodico, rigoroso, dà un nome a ogni galleria, eroi, città, comandanti, reggimenti.
Scrive la relazione tecnica che diventerà il documento di riferimento per chiunque voglia capire cosa è accaduto su questa montagna. È un ingegnere, ma anche un cronista della roccia. Le gallerie più spettacolari vengono scavate sotto il suo comando. La galleria 19 è la più lunga dell’intera strada, 318 m. Si trova dentro una torre di roccia gigantesca e si sviluppa in una spirale con quattro tornanti, salendo all’interno della pietra come una scala a chiocciola di proporzioni enormi.
La chiamano re in onore di Vittorio Emanuele II. Chi entra nella galleria 19 entra nella pancia della montagna. 318 m di buio, quattro curve. Nella roccia viva si sale in cerchio dentro la pietra senza vedere il cielo. La galleria 20, 86 m, è scavata dentro un’altra torre di pietra a forma di cavatappi.
La galleria sale spiralando quattro volte su se stessa. Dall’uscita la vista si apre su un precipizio di centinaia di metri. Si chiama Generale Cadorna. La galleria 31 72 m si chiama Generale Papa. La galleria 33 57 m porta il nome dei costruttori stessi 33ª Minatori. Ogni galleria ha un numero e un nome, ogni nome è una storia.
A novembre 1917 la strada è sostanzialmente completa. Ai primi di dicembre i minatori sfondano l’ultimo diaframma di roccia. Il passaggio è aperto da Bocchetta Campiglia alle porte del Pasubio. 6555 m di strada, 2335 m in galleria, 52 gallerie, 784 m di dislivello dalla partenza al punto più alto, 10 mesi di lavoro.
La strada corre sul versante meridionale, invisibile all’artiglieria austriaca. Non può essere bombardata, non può essere interrotta, non può essere distrutta perché non puoi bombardare una strada che è la montagna. Il capitano Motti non c’è più. La prima mina austriaca lo ha ucciso il 29 settembre, due mesi prima del completamento.
30 uomini sepolti sotto la montagna che stavano salvando, motti tra loro. Non ha mai visto la sua strada finita, ma la sua idea è viva. 6555 m di roccia scavata lo dimostrano. Il pasubio ha la sua arteria. Le truppe possono essere rifornite tutto l’anno, la posizione è salva, ma gli austriaci non hanno finito. Se non possono prendere il pasubio dall’alto, se non possono tagliare i rifornimenti perché la strada non c’è più, è dentro la montagna, troveranno un altro modo.
Dal basso, la guerra sotterranea sta per cominciare. 29 settembre 1917. La prima mina austriaca esplode sotto il dente italiano. 500 kg di esplosivo. La montagna si apre. 30 soldati italiani muoiono. Tra loro c’è il capitano Leopoldo Motti, l’uomo che ha concepito la strada delle 52 gallerie, la strada che sta salvando il Pasubio, muore sotto la montagna che ha salvato.
La sua strada non è ancora finita. Mancano due mesi al completamento. Motti non lo saprà mai. La sua morte segna l’inizio di qualcosa di terribile, la guerra delle mine. Gli austriaci hanno capito che la superficie del pasubio è un vicolo cieco. Il dente italiano e il dente austriaco si fronteggiano a pochi passi di distanza, ma nessuno può avanzare.
L’artiglieria non basta, gli assalti frontali sono suicidi. La nuova strada italiana è inattaccabile. Allora scavano sotto. Il colonnello 8 Ellison von Needlef ha ordinato la costruzione di una galleria sotterranea già nell’ottobre 1916, un anno prima della prima esplosione. Il tunnel Ellison punta dritto sotto le posizioni italiane.
L’obiettivo piazzare cariche esplosive sotto il dente italiano e farlo crolle. Gli italiani se ne accorgono tardi. Solo nel luglio 1917 si convincono che la minaccia è reale e parte la contromina. I minatori italiani scavano gallerie con nomi che dicono tutto: Napoli, Treviso, Belluno, Reggio. Ogni galleria porta il nome della provincia di chi la scava per ricordarsi di casa, per ricordarsi perché si combatte.
Le controgallerie italiane sono contorte e intricate, scavate senza un piano prestabilito, seguendo i rumori degli scavi nemici attraverso la roccia. Quando sentono il picchiettio dei picconi austriaci, cambiano direzione. Cercano di intercettare il nemico prima che arrivi sotto le loro posizioni. La guerra sopra la montagna è silenzio e attesa.
La guerra sotto la montagna è buio e rumore. Sordo il colpo del piccone attraverso la roccia. Sordo il cuore di chi scava verso il suono, verso la morte. Gli italiani hanno uno svantaggio tattico. Le loro gallerie corrono sopra il tunnel Ellison austriaco. Non possono usare grandi cariche senza rischiare di far crollare le proprie posizioni.
Il primo ottobre 1917, due giorni dopo la morte di Motti, l’Italia risponde 16.000 k di esplosivo. L’esplosione apre un cratere di 40 m diametro nella selletta tra i due denti. 12 austriaci muoiono per i gas. Il 22 ottobre un’altra mina italiana, 1000 kg. Poi il 24 dicembre 1917, la vigilia di Natale, una mina austriaca.
Circa 50 italiani muoiono sotto la montagna nel giorno in cui dovrebbero essere a casa. Natale sul Pasubio. Da gennaio a marzo 1918 altre cinque mine esplodono. Italiane, austriache, italiane, austriache. Il ritmo è regolare. Ogni poche settimane la montagna trema. Nel frattempo il mondo è cambiato. Il 24 ottobre 1917, 5 giorni prima della morte di Motti, Caporetto ha distrutto il fronte dell’isonzo.
L’esercito italiano si è ritirato sul Piave, ha perso il Friuli, ha perso parte del Veneto, ma il Pasubio non si è mosso. È l’unico settore dell’intero fronte dove la guerra sotterranea continua. Mentre l’Italia arretra ovunque, sul Pasubio si scava, si combatte, si resiste. Poi gli austriaci preparano qualcosa di colossale.
Due camere di scoppio sotto il dente italiano, 50.000 kg di gelatina esplosiva, 25.000 In ogni camera 200 punti di accensione, ci vogliono 7 giorni solo per caricare l’esplosivo. È la mina più grande dell’intero fronte italiano, ma hanno bisogno di tempo e di una distrazione. Il 5 marzo 1918 gli austriaci provocano deliberatamente la mina italiana numero 9, una provocazione calcolata.
Mentre gli italiani sono concentrati sulla propria esplosione, gli austriaci caricano le ultime tonnellate di gelatina nelle due camere sotto il dente. Il 13 marzo 1918, le 4:30 del mattino, la montagna esplode. 50.000 kg, due camere, un istante. Il massiccio del dente italiano diventa un mare di fiamme. Vampe alte 30 m si alzano dalla roccia.
Il fuoco primario dura mezz’ora, poi cominciano le esplosioni secondarie, gas intrappolato che detona negli anfratti e nelle gallerie. Ne conteranno 30 fino alle 11:00 del mattino. Le fiamme penetrano anche nel dente austriaco attraverso le gallerie non intasate colpiscono due ufficiali e 13 soldati austriaci. Tre muoiono, gli altri restano gravemente ustionati e intossicati.
La più grande arma del fronte ferisce anche chi l’ha usata. La parte settentrionale del dente italiano crolla. Il volto della montagna cambia per sempre. Quel crollo è ancora visibile oggi, più di un secolo dopo. 54 italiani muoiono, un ufficiale e quattro soldati del genio, un ufficiale e 48 fanti.
Ma e questa è la svolta, gli italiani avevano previsto l’attacco. Stavano preparando la propria mina per quella stessa mattina. Gran parte della guarnigione aveva già evacuato il dente. Gli austriaci li hanno battuti di poche ore e la linea tiene. Dopo il 13 marzo il terreno è troppo instabile per continuare a scavare.
La guerra delle mine finisce. Il bilancio è devastante nella sua simmetria. 10 mine, cinque italiane, cinque austriache, 17 mesi di guerra sotterranea, oltre 150 soldati morti sotto la montagna e il risultato? Nessuno. La linea non si è mossa di 1 metro, 50 m, 2 anni, 50.000 kg nella più grande esplosione del fronte e gli austriaci non avanzano di un passo.
Il Pasubio è ancora italiano. Guardiamo la mappa dell’Italia nell’autunno del 1917. Il 24 ottobre, Caporetto, il peggior disastro militare della storia italiana. Le truppe austro-tedesche sfondano il fronte dell’isonzo e dilagano nella pianura. 40.000 morti, 280.000 prigionieri, 300.000 sbandati. In tre settimane l’Italia perde quello che aveva conquistato in 2 anni di sanguinosi combattimenti sul Lisonzo.
L’esercito si ritira, perde il Friuli, perde parte del Veneto, si attesta sul Piave. Il generale Cadorna viene destituito. Armando Diaz prende il comando. L’Europa dà l’Italia per spacciata di nuovo. Ma c’è un punto sulla mappa dove nulla cambia. Monte Pasubio. Dopo Caporetto, il Pasubio rimane l’unico settore dell’intero fronte italiano, dove la guerra sotterranea continua.
Tutti gli altri fronti di montagna sono stati abbandonati o stabilizzati. Sul pasubio si scava ancora, si combatte ancora, si muore ancora. La vigilia di Natale del 1917, due mesi dopo Caporetto, una mina austriaca uccide 50 italiani sul dente e la linea tiene lo stesso. Il 13 marzo 1918 50.000 kg di esplosivo fanno crollare la parete nord del dente italiano e la linea tiene lo stesso.
Perché? Non per ordini superiori, non per la retorica patriottica, non per fortuna, per una strada. La strada delle 52 gallerie garantisce i rifornimenti anche quando tutto il resto è perduto. Le truppe in cima ricevono munizioni, viveri, acqua, i feriti vengono evacuati, i rinforzi salgono, tutto attraverso le gallerie scavate nella roccia del versante meridionale, invisibili al nemico.
L’artiglieria austriaca continua a bombardare la vecchia strada degli scarubbi sul versante nord, ma è come sparare a un fantasma. La vera arteria è altrove, dentro la montagna. 600 minatori in 10 mesi hanno reso il pasubio autosufficiente. L’idea di un capitano del genio ha cambiato il destino di una montagna, ma quel capitano non c’è più.
Leopoldo Motti, l’uomo che ha concepito la strada impossibile, è morto il 29 settembre 1917 sotto la montagna che ha salvato. La prima mina austriaca, 30 uomini sepolti, morti tra loro. La sua strada viene completata due mesi dopo la sua morte. non la percorrerà mai. C’è qualcosa di crudele e perfetto in questo.
L’uomo che ha immaginato la strada muore sotto la montagna. La strada sopravvive, salva migliaia di vite, ma il suo creatore non ne vede nessuna. Achille Papa, il generale che conosceva ogni sasso, non c’è più nemmeno lui. Ha lasciato il pasubio per un’altra montagna, la Bainsizza, sull’altopiano. Il 5 ottobre 1917, mentre ispeziona la prima linea, come faceva sempre, un proiettile di cecchino austriaco lo uccide.
Due medaglie d’argento, la medaglia d’oro al valor militare, il cavalierato dell’ordine militare di Savoia. Papa è morto su un’altra montagna, ma sul Pasubio ogni sasso porta la sua memoria. Il rifugio in cima alla strada, la galleria numero 31, il settore che ha trasformato da posizione precaria a fortezza e poi ci sono gli altri.
Zappa, il tenente che iniziò la costruzione e fu trasferito alla 13ª galleria. Picone, il capitano che completò l’opera e diede un nome a ogni galleria. Cassina, il sottotenente che scrisse le memorie e tenne vivo il ricordo di quello che avevano costruito. Nessuno di loro è famoso, nessuno di loro compare nei manuali di storia, ma c’è un’altra presenza su questa montagna che nessuno nota.
Dall’aprile del 1917 un giovane sottotenente serve nel 158º reggimento della Brigata Liguria, qui sul Pasubio. Si chiama Eugenio Montale. È poco più che ventenne. Assiste alla guerra delle mine, cammina nelle gallerie, respira l’aria fredda della montagna che trema sotto le esplosioni. Tra 58 anni vincerà il premio Nobel per la letteratura.
L’esperienza della guerra lo segnerà per sempre, ma adesso è solo un altro soldato su una montagna contesa. Il Pasubio di una cosa che i numeri da soli non possono dire. La guerra non si vince solo con le divisioni e i cannoni, si vince con l’ingegno, con la tenacia, con uomini che guardano una parete verticale di roccia e dicono “Qui ci faccio passare una strada”.
Gli austriaci avevano l’artiglieria superiore, ma la strada era dentro la montagna. Gli austriaci avevano più truppe, ma le posizioni erano inespugnabili. Gli austriaci hanno usato la mina più grande del fronte italiano. Non è bastata. Per 2 anni non sono riusciti ad avanzare di 50 m. Non è propaganda, è il risultato militare documentato.
E la prova definitiva non viene da noi, viene dai loro archivi, dalle loro testimonianze, da ufficiali austriaci che hanno combattuto su questa montagna e hanno messo per iscritto quello che hanno visto dalla bocca del nemico. I numeri non mentono mai. 14 divisioni austro-ungariche, quasi 300.000 uomini, 1200 pezzi d’artiglieria.
Obiettivo dichiarato: sfondare verso la pianura veneta. punire l’Italia, toglierla dalla guerra. Sul Monte Pasubio il risultato è il seguente: 0 met conquistati. Dalla Straf Expedition del maggio 1916 alla fine della guerra, nel novembre 1918, 2 anni e mezzo, la linea sul Pasubio non si è mossa.
Il dente italiano è rimasto italiano, il dente austriaco è rimasto austriaco. La selletta tra i due non è stata attraversata da nessuna delle due parti, 50 m. 30 mesi, la più grande esplosione del fronte e nessun cambiamento. Ma non siamo noi a dirlo, sono loro. Nel 1921 un ufficiale austro-ungarico di nome Maurit Brunner pubblica un saggio sulla rivista militare austriaca di Vienna, il Bundesministerium für Herves Vesen.
Il titolo è Zwa beispile über den Minen kampfe im Hochgebirge. Due esempi di guerra di mine in alta montagna. Uno dei due esempi è il pasubio Brunner era presente il 13 marzo 1918. ha visto la più grande mina del fronte italiano esplodere sotto il dente e ha scritto quello che ha visto. L’istantaneo, profondo scuotimento del terreno ed un cupo tuono dimostrarono riuscito il brillamento.
Seguì poi, con forte frastuono, la fuoriuscita di masse di pietrame dalle parti laterali del dente nemico. L’intero massiccio del dente sembrò un mare di fiamme dal quale emergevano vampe fino a 30 m di altezza. La potenza della fiamma, che durò circa 30 minuti, si manifestò attraverso i vani e le gallerie non intasate anche sul nostro dente.
Anche sul nostro dente. Un ufficiale austriaco documenta il fatto che l’arma più potente dell’intero fronte italiano, 50.000 kg di esplosivo, ha ferito anche chi l’ha usata. Le fiamme hanno attraversato il dente austriaco. Tre soldati austriaci sono morti, altri sono rimasti gravemente ustionati e intossicati. 30 esplosioni secondarie fino alle 11:00 del mattino e nonostante tutto questo la linea italiana non si è mossa.
Il saggio di Brunner non è un elogio dell’Italia, non è un atto di ammirazione, è qualcosa di più potente, è un verbale di sconfitta scritto dal nemico stesso. Ma Brunner non è l’unico austriaco a documentare il fallimento. Nel 1937 il generale maggiore Victor Schfield pubblica un libro intero sulla battaglia del Pasubio.
Shfield non è uno storico qualsiasi, è un ex ufficiale del terzo reggimento Kaiser Jaeger. Le truppe d’elite che hanno combattuto su questa montagna. È stato fatto prigioniero in Italia dopo la guerra. Conosce entrambi i lati. Gli storici lo descrivono come un uomo di obiettività e compassione verso tutti i partecipanti, indipendentemente dalla nazionalità.
Il titolo del suo libro dice tutto. Dier Pasubio Kenfe 1916-1918. Le battaglie del Pasubio. Il sottotitolo è una sentenza. Das Ringen Umdenfiler del Tiroler Front. La lotta per la pietra angolare del fronte tirolese. Pietra angolare. Un generale austriaco, un Kaiser Jaeger, chiama il Pasubio La pietra angolare del proprio fronte e scrive un libro intero su come l’Austria-Ungheria non è riuscita a prenderla.
Pagina dopo pagina, sulla base di documenti di campo austriaci e storie militari italiane, Skenfield documenta il fallimento del suo stesso esercito. Il fatto che un ufficiale austriaco abbia dedicato un’opera intera a una montagna che non è mai riuscito a conquistare è di per sé la più eloquente delle ammissioni.
E poi c’è il colonnello Carl Schneller. Schneller non è un osservatore, è il pianificatore, il capo del settore Italia nell’ufficio operazioni del comando supremo austriaco, l’uomo che ha materialmente disegnato il piano della Straf Expedition, l’offensiva che doveva punire l’Italia e sfondare verso la pianura.
Il suo diario di guerra viene pubblicato in italiano nel 1988, 62 anni dopo i fatti, con un titolo che è una confessione. 1916. Mancò un soffio. Mancò un soffio. Parole dell’uomo che ha pianificato l’attacco. Il sottotitolo specifica: Diario inedito della Straf Expedition dal Pasubio all’altopiano dei sette comuni.
Pasubio è la prima parola dopo Straf Expedition. L’uomo che doveva distruggere l’Italia ammette: “Ci è mancato un soffio, ma quel soffio non è mai arrivato.” Tre fonti austriache, un testimone oculare, un generale dei Kaiser Jaeger, il pianificatore dell’offensiva. Tutti documentano la stessa cosa, il fallimento. Il confronto finale è devastante nella sua sproporzione.
L’Austria-Ungheria non riesce ad avanzare 50 m sopra la montagna in 2 anni. Nello stesso periodo gli ingegneri italiani scavano 2335 m di gallerie attraverso la roccia. Costruiscono 6555 m di strada dentro la montagna, 14 divisioni, 300.000 uomini, 50.000 kg di esplosivo contro 20 uomini con picconi e dinamite che diventano 600.
E sono i 20 uomini ad aver vinto. Gli austriaci non riescono a percorrere la distanza tra due speroni di roccia. Gli italiani attraversano l’intera montagna. Conrad von Hzendorf voleva punire l’Italia. Proponeva questa guerra dal 1906. La Straf Expedition era il suo capolavoro. È fallita. Il pasubio non è caduto.
La pianura non è stata raggiunta e il 4 novembre 1918 l’Austria-Ungheria firma l’armistizio. 650 anni di storia asburgica. Finiti. L’impero che ha mandato 14 divisioni a punire l’Italia non esiste più. Il Monte Pasubio è ancora italiano. La strada delle 52 gallerie è ancora dentro la montagna. Quelli che brindavano a Vienna nel maggio del 1916.
Il loro impero è polvere. La montagna è ancora in piedi. Nel 1922 il governo italiano dichiara il pasubio zona sacra d’Italia con Reggio decreto. Lungo la strada degli eroi, il percorso che porta al rifugio in cima, 12 targhe nella roccia commemorano 12 medaglie d’oro al valor militare. Cesare Battisti, Fabio Filzi, Aldo Beltricco, Torquato Cardelli e altri otto uomini che hanno dato la vita su queste rocce.
12 medaglie d’oro su una sola montagna. Ai piedi del pasubio sorge l’ossario, una torre di 35 m che sembra un faro costruita con la pietra della montagna stessa. Inaugurato il 29 agosto 1926. Contiene i resti di 5186 soldati, 5146 italiani, 40 austro-ungarici. La montagna che li aveva divisi in vita li riunisce nella morte.
Ma quello che resta oggi non è solo memoria, non è solo pietra e targhe di marmo, è una strada che puoi ancora percorrere. 110 anni dopo la strada delle 52 gallerie esiste ancora. Non è un museo, non è un monumento protetto da vetri e corde, è un sentiero, una strada che puoi percorrere con i tuoi piedi oggi, come la percorrevano i soldati nel 1917.
Si parte da Bocchetta Campiglia a 1216 m. Si arriva al rifugio Achille Papa a 1928 m. 3 ore di salita. Difficoltà. Escursionisti esperti. C’è una sola regola che tutti conoscono. Porta una torcia. Le gallerie sono buie come il giorno in cui le hanno scavate. Ogni anno migliaia di persone percorrono questa strada.
Vengono da tutta Italia, da tutta Europa, da tutto il mondo. È uno dei siti più visitati della Grande Guerra in Italia. Quello che vedono non è un percorso turistico, è un viaggio nel tempo. Le guglie e i precipizi che i minatori affrontarono oltre un secolo fa, le gallerie scavate nella roccia viva, alcune lisce, rifinite con le pareti ancora segnate dai perforatori pneumatici, altre ancora grezze con i segni dei picconi visibili dopo più di 100 anni.
La galleria 19, 318 m di spirale dentro una torre di roccia, quattro tornanti. Si entra nel buio, la torcia illumina le pareti curve che salgono. Si cammina in cerchio salendo dentro la pancia della montagna. È la galleria più lunga della strada. Si chiama Re, la galleria 20, 86 m a cavatappi dentro un’altra torre di pietra.
Dall’uscita una finestra nella roccia si apre su un precipizio di centinaia di metri. Il vuoto sotto i piedi, il cielo sopra la testa e la consapevolezza che nel 1917 qualcuno ha scavato questo passaggio con le mani e la dinamite. A ogni ingresso di galleria una targa di marmo, numero e nome, posate nel 1991 dall’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Vicenza, Galleria 1, Capitano Zappa, 17 m. L’inizio di tutto.
Galleria 27, capitano Picone, 98 m, l’uomo che ha finito l’opera. Galleria 31, generale Papa, 72 m. Il generale che conosceva ogni sasso. Galleria 33, 33ª Minatori, 57 m. I costruttori. Galleria 49, Soldato Italiano. Galleria 50, Cavalieri di Vittorio Veneto. Ogni nome è una storia. Ogni galleria è una memoria. Più in alto, oltre la strada, si vedono i crateri delle mine, le trincee scavate nella roccia, le feritoie per i cannoni e la parete nord del dente italiano, crollata, fratturata, segnata per sempre dall’esplosione del 13 marzo 1918.
50.000 kg di esplosivo hanno cambiato il volto della montagna. Quel volto non è mai stato riparato, è ancora lì. Dopo più di un secolo, la strada degli eroi collega Pian delle fugazze al rifugio Papa. Lungo il percorso 12 targhe di marmo sono incastonate nella roccia. 12 medaglie d’oro al valor militare, Cesare Battisti, Fabio Filzi, Aldo Beltricco e altri nove uomini che hanno dato la vita su questa montagna.
12 medaglie d’oro su una sola montagna ai piedi del Pasubio l’ossario, una torre di 35 m che sembra un faro, costruita con la pietra della montagna stessa. Dentro i resti di 5186 soldati, 5146 italiani, 40 austriaci. L’ultima domenica di giugno, ogni anno si tiene la cerimonia commemorativa. La montagna che li aveva divisi in vita li riunisce nella morte.
Nel 1922 il Pasubio è stato dichiarato zona sacra d’Italia con Reggio Decreto. 30 cippi lungo il perimetro commemorano le unità che hanno combattuto qui. Il paesaggio porta ancora le cicatrici della guerra, crateri, gallerie, trincee, camminamenti nella roccia. E su questa montagna un premio Nobel ha camminato. Eugenio Montale, Nobel per la letteratura nel 1975, ha servito qui come sottotenente nel 158º reggimento della Brigata Liguria, dal 1917 alla fine della guerra.
Ha visto le mine esplodere. Ha camminato nelle gallerie quando erano passaggi militari, non sentieri per escursionisti. Ha portato questa montagna con sé per il resto della vita. Puoi camminare dove ha camminato Montale, dove hanno marciato i soldati della Liguria, dove Zappa e Picone e i 600 minatori hanno scavato l’impossibile.
La roccia porta ancora i segni. Nel 1916 gli austriaci credevano di aver intrappolato gli italiani sul pasubio. Nessuna strada praticabile, nessun rifornimento sicuro. La montagna era un vicolo cieco, ma gli italiani non accettarono il destino che altri avevano scritto per loro. Presero picconi e dinamite e scavarono 52 gallerie, 655 m dentro la roccia.
costruirono una strada che gli austriaci non potevano distruggere perché la strada era la montagna e sulla montagna l’Italia non arretrò mai.