LA DONNA CHE SFIDÒ CHANEL E PAGÒ UN PREZZO TERRIBILE: ELSA SCHIAPARELLI

C’è una fotografia scattata nel 1937 che ancora oggi lascia senza parole chi la guarda per la prima volta. In quella foto c’è una donna elegantissima, una delle più famose del suo tempo, e indossa un abito di seta bianca, lungo, raffinato, perfetto. Ma su quell’abito, proprio al centro, sopra la gonna c’è dipinta una cosa che nessuno prima di allora avrebbe mai osato mettere su un vestito da gran sera.

Una ragosta, una ragosta enorme, rossa, disegnata in ogni dettaglio come appena pescata dal mare e la donna che lo aveva creato quell’abito sorrideva. sorrideva perché sapeva benissimo cosa stava facendo. Sapeva che il mondo intero ne avrebbe parlato. Sapeva di stare facendo qualcosa che a quei tempi era quasi una rivoluzione, trasformare un vestito in un’opera d’arte, in uno scherzo geniale, in una provocazione raffinata.

Quella donna si chiamava Elsa Schiaparelli e se oggi il suo nome vi dice poco, beh, mettetevi comodi, perché questa è una di quelle storie che una volta che le hai sentite non te le scordi più. La storia di una bambina che si credeva tanto brutta da tentare di piantarsi dei fiori in faccia per diventare bella.

La storia di una donna abbandonata, sola, senza un soldo, in una città straniera con una figlia piccola e malata tra le braccia. È la storia di come quella stessa donna, partendo letteralmente dal nulla, sia diventata una delle creatrici di moda più audaci, più geniali e più chiacchierate del 900. una donna che osò sfidare apertamente la regina indiscussa dell’eleganza, la grande Coco Channel e che per anni la fece tremare.

Ma andiamo con ordine, perché per capire davvero chi era questa donna straordinaria dobbiamo tornare indietro nel tempo. Dobbiamo tornare a Roma in un grande palazzo aristocratico dove tutto ebbe inizio. Siamo alla fine dell’8. Elsa nasce in una famiglia colta, importante rispettata, una famiglia di intellettuali, di studiosi, di gente abituata ai libri e al sapere.

Il padre è un uomo dotto, esperto di manoscritti antichi e tra i parenti c’è addirittura un astronomo celebre in tutto il mondo, Giovanni Schiaparelli, il famoso scienziato che osservava il pianeta Marte e che parlava dei suoi misteriosi canali. Per essere precisi, non era proprio uno zio diretto, ma un cugino del padre, un parente più lontano.

Eppure, nei ricordi della piccola Elsa, quell’uomo che scrutava le stelle avrà un posto speciale e tra poco capirete perché. Perché in mezzo a tutta quella ricchezza, a tutta quella cultura, a tutto quel prestigio, la piccola Elsa cresceva infelice e sapete qual era il motivo? si sentiva brutta, profondamente, dolorosamente brutta.

Aveva una sorella e quella sorella era considerata da tutti una vera bellezza. Ovunque andassero, le persone non facevano che lodare la grazia della sorella maggiore e la povera Elsa. Lei si sentiva l’esatto contrario, l’anatroccolo accanto al cigno, la bambina di cui nessuno parlava. C’è un dettaglio in particolare che la tormentava.

Sul suo viso aveva una piccola macchia di nei, una serie di puntini scuri sparsi qua e là e lei li odiava. Si guardava allo specchio e vedeva solo quelli solo quei segni che secondo lei la rendevano sgraziata. Ma a quel punto entra in scena proprio lui, il parente astronomo, e succede una cosa che la piccola Elsa non dimenticherà mai per tutta la vita.

Lo zio, guardandola, le disse che non doveva affatto vergognarsi di quei nei. Anzi, le spiegò che quei puntini sul suo viso erano disposti esattamente come le stelle di una costellazione. La grande orsa maggiore le disse in sostanza che lei portava un pezzo di cielo stampato sulla faccia. Ora fermiamoci un attimo a immaginare la scena.

Una bambina che si crede brutta, che odia il proprio aspetto, è un grande scienziato che le prende il viso tra le mani e le dice: “Ma tu non sei brutta, tu hai le stelle addosso”. Capite la potenza di un momento così? Eppure qui stai il bello. Quelle parole perquanto belle, non bastarono a guarire subito la ferita, anzi, perché la piccola Elsa fece qualcosa di assolutamente folle e disperato.

Qualcosa che lei stessa molti anni dopo raccontò nelle sue memorie, convinta di essere brutta e di dover diventare bella a ogni costo. Un giorno si procurò dei semi di fiori. Sì, avete capito bene, dei semi. E cercò di piantarseli in faccia. Se li infilò nelle orecchie, nel naso, nella gola, convinta che da lì sarebbero cresciuti dei fiori meravigliosi e che quei fiori l’avrebbero finalmente resa bella come desiderava.

Naturalmente la cosa finì malissimo. La piccola rischiò di soffocare e dovettero chiamare un medico d’urgenza per liberarla. Ma pensateci un momento, pensate a cosa ci rivela un gesto del genere. ci rivela una bambina con un’immaginazione sconfinata, quasi senza limiti. Una bambina che credeva nella bellezza al punto da volersela far crescere addosso come un giardino e ci rivela soprattutto un’idea che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita, l’idea che la bellezza non è qualcosa che ricevi in dono dalla natura, ma qualcosa

che puoi creare, inventare, costruire con le tue mani. Quella bambina che cercava di farsi sbocciare i fiori in faccia un giorno avrebbe fatto sbocciare i fiori e le aragoste e mille altre meraviglie sui vestiti delle donne di tutto il mondo. Ma per arrivarci la strada sarebbe stata lunga e tutt’altro che facile.

Crescendo, Elsa diventò una ragazza ribelle, profondamente, irrimediabilmente ribelle. Non sopportava le regole, non sopportava che qualcuno le dicesse cosa doveva fare, come doveva comportarsi, che vita doveva vivere. E in una famiglia tradizionale, severa come la sua, alla fine dell’otento una ragazza così era come un fuoco in mezzo alla paglia.

Aveva un’intelligenza viva, una curiosità insaziabile, una voglia di libertà che non riusciva a contenere. Lesse moltissimo, si appassionò alla filosofia. È un giorno ancora giovanissima, fece una cosa che scandalizzò l’intera famiglia. Scrisse e pubblicò una raccolta di poesie, poesie sensuali, audaci, piene di passione. Per i suoi genitori fu uno shock.

Una signorina di buona famiglia che pubblicava versi tanto appassionati. Era un vero e proprio scandalo. Come reagì la famiglia nel modo in cui purtroppo si reagiva spesso a quei tempi davanti a una figlia troppo libera, troppo indipendente, troppo difficile da controllare, la spedirono in convento, la rinchiusero in pratica perché imparasse la disciplina, l’obbedienza, le buone maniere, perché diventasse, insomma, una ragazza come si deve.

Ma loro non avevano fatto i conti con il carattere di Elsa perché quella ragazza non aveva la minima intenzione di lasciarsi domare. E così dentro le mura di quel convento, mise in atto una protesta tanto semplice quanto disperata. Una di quelle cose che ti fanno capire subito con chi hai a che fare smise di mangiare. Iniziò un vero e proprio sciopero della fame, si rifiutò di toccare cibo giorno dopo giorno, finché il suo corpo non cominciò a indebolirsi pericolosamente.

Immaginatevi la scena. Le suore preoccupate, la famiglia avvisata, una ragazza che, pur di non piegarsi è disposta a tutto, persino a mettere a rischio la propria salute. Alla fine, davanti a una determinazione così feroce, dovettero arrendersi loro. La fecero uscire dal convento. aveva vinto, ma quella vittoria le aveva insegnato una lezione che non avrebbe più dimenticato, che la sua libertà valeva più di qualsiasi cosa e che era disposta a lottare con le unghie e con i denti per difenderla. E fu proprio quella sete

di libertà a spingerla di lì a poco a compiere il grande salto, a lasciare l’Italia, la famiglia, il mondo soffocante in cui era cresciuta per cercare altrove la vita che sognava. Una vita tutta sua, una vita che nessuno potesse decidere al posto suo. Andò prima a Londra e qui la storia prende una piega quasi dal romanzo, perché a Londra una sera Elsa partecipò a una conferenza.

Il tema era affascinante, misterioso. Si parlava di teosofia, di spiritualità, di poteri della mente, di mondi invisibili. Erano argomenti molto di moda in quegli anni di cui tante persone colte amavano discutere. E a tenere quella conferenza c’era un uomo, un uomo affascinante, eloquente che si presentava come un conte, un nobile di origini esotiche, esperto di scienze occulte.

Elsa ne rimase folgorata. Era giovane, era romantica, era affamata di emozioni forti e di vita vera. E quell’uomo misterioso le sembrò l’incarnazione di tutto ciò che desiderava. Nel giro di pochissimo tempo i due si sposarono. E qui, amici, devo fare una piccola pausa per essere onesto con voi, perché su questo personaggio, sul marito di Elsa circolano molte voci, molte leggende e non tutto ciò che si racconta è documentato con certezza.

Quello che le fonti storiche ci dicono con sicurezza è che si trattava di un uomo che si presentava con titoli altisonanti e con grandi promesse e che la realtà ben presto si sarebbe rivelata molto diversa dalle apparenze. Ma andiamo per gradi perché proprio da questo matrimonio sta per nascere la svolta più drammatica di tutta questa storia.

I due, marito e moglie, attraversarono l’oceano. Si imbarcarono per il nuovo mondo, per l’America, per New York, la città dei grattacieli, delle promesse dei sogni. Elsa lasciava così alle spalle la vecchia Europa e si avventurava in una terra completamente nuova, piena di speranze. Pensava forse di aver finalmente trovato la felicità, la libertà che aveva sempre cercato accanto a un uomo affascinante in una città piena di vita.

Ma la realtà, come spesso accade, aveva in serbo per lei tutt’altro e quello che stava per succedere a New York avrebbe spezzato in due la sua vita. Da una parte la ragazza romantica e piena di sogni che era stata fino a quel momento. Dall’altra la donna forte, indipendente e determinata che sarebbe diventata. Perché a volte, per scoprire di che pasta siamo fatti davvero, dobbiamo prima toccare il fondo.

E il fondo per Elsa era proprio dietro l’angolo. A New York, infatti, il sogno si trasformò rapidamente in incubo. Quell’uomo affascinante, quel marito misterioso dai mille titoli, si rivelò per quello che era, un uomo inaffidabile, sfuggente, incapace di costruire qualcosa di solido. Il denaro scarseggiava, le promesse si scioglievano come neve al sole.

E intanto Elsa scoprì di aspettare un bambino. Diede alla luce una bambina, la chiamò Maria Luisa, ma per tutti da subito diventò semplicemente Gogo, una creatura piccola e indifesa arrivata nel momento più difficile, più incerto, più fragile della vita della madre. È come se non bastasse proprio in quel periodo, l’uomo che Elsa aveva sposato fece la cosa più crudele di tutte, la abbandonò.

Se ne andò lasciandola completamente sola, sola in una metropoli straniera, gigantesca e indifferente, senza soldi, senza una famiglia vicina, senza nessuno su cui poter contare e con una neonata da crescere. Provate a immaginare per un istante quella situazione. Una donna giovane in un paese che non è il suo, che parla una lingua non sua, senza un soldo in tasca, con una bambina appena nata da nutrire e da proteggere, quanti al posto suo sarebbero crollati, quanti si sarebbero arresi, schiacciati dal peso della disperazione?

Elsa no, Elsa strinse i denti. Quella stessa ragazza che da bambina aveva fatto lo sciopero della fame, pur di non piegarsi, ritrovò dentro di sé tutta la sua forza e fece una promessa. Una promessa a seé stessa che sarebbe diventata la stella polare di tutta la sua esistenza. Non dipendere mai più da nessun uomo, mai più.

D’ora in avanti avrebbe contato solo su se stessa, sul proprio ingegno, sulle proprie mani, sulla propria testa, ma c’era un problema enorme che le toglieva il sonno, un dolore ancora più grande della solitudine e della povertà. La piccola Gogo si ammalò e si ammalò di una malattia terribile, una di quelle che in quegli anni facevano tremare ogni genitore, la poliomielite.

Una malattia che colpiva soprattutto i bambini e che poteva lasciare conseguenze gravissime, deformando gli arti, rendendo difficile o impossibile camminare. Per una madre sola e senza mezzi fu un colpo durissimo. Le cure per una bambina ammalata costavano care e lei i soldi non li aveva.

Si trovò così a combattere su due fronti contemporaneamente. Da una parte la disperata necessità di guadagnare per sopravvivere, dall’altra l’angoscia per la salute della sua bambina. Furono anni di buio profondo, anni distenti di paura, di notti insonni passate a chiedersi come avrebbe fatto ad arrivare al giorno dopo. Ma proprio in quel buio qualcosa cominciò a muoversi, perché fu allora, nel momento più nero, che Elsa cominciò lentamente a scoprire qual era il suo vero talento.

quella scintilla che aveva dentro fin da bambina, quella stessa immaginazione che l’aveva spinta a piantarsi i fiori in faccia, stava per trovare finalmente la sua strada e stava per portarla in una città che avrebbe cambiato per sempre il suo destino, una città dove il talento, l’audacia e il gusto contavano più di qualsiasi titolo nobiliare.

una città dove una donna sola, partita dal nulla poteva ancora diventare una regina. Quella città era Parigi. È quello che Elsa stava per costruire lì avrebbe lasciato a bocca aperta il mondo intero. Parigi, negli anni 20 del 9 era il centro del mondo. Non c’era posto sulla terra che ribollisse di tanta vita, di tanta creatività, di tanta voglia di reinventare ogni cosa.

La grande guerra era finita da poco e la gente aveva una fame disperata di leggerezza, di bellezza, di novità. Per le strade si respirava un’aria elettrica. Artisti, scrittori, pittori, musicisti arrivavano da ogni angolo del pianeta, attratti da quella città come falene da una fiamma. si incontravano nei caffè di Montparnasse, restavano a discutere per ore davanti a un bicchiere di vino, inventavano movimenti artistici nuovi, rivoltavano l’arte come un guanto.

Era l’epoca in cui le donne avevano appena cominciato a tagliarsi i capelli corti, ad accorciare le gonna, a fumare in pubblico, a guidare l’automobile. Un mondo intero stava cambiando pelle e Parigi era il cuore pulsante di quel cambiamento. E in mezzo a tutto questo fermento arrivò Elsa. Una donna ancora segnata dalle ferite degli anni americani, ma con dentro un fuoco che non si era mai spento.

A Parigi cominciò a frequentare proprio quel mondo straordinario di artisti e intellettuali. E lì, in quegli ambienti, capì una cosa fondamentale, una cosa che avrebbe fatto la sua fortuna. capì che l’arte e la vita di tutti i giorni non dovevano per forza restare separate, che la creatività poteva uscire dai musei e dalle gallerie ed entrare nelle case, nelle strade e, perché no, perfino negli armadi della gente.

Ma come si trasforma un’intuizione del genere in un mestiere vero, in qualcosa che ti permetta di pagare l’affitto e di curare una figlia malata? La risposta arrivò, come spesso succede nelle grandi storie, da un dettaglio piccolissimo, da un semplice maglione. Un giorno Elsa vide indosso a un’amica un maglione lavorato a mano con una tecnica particolare, un punto speciale che creava effetti curiosi sulla maglia.

Le venne un’idea e se avesse disegnato lei stessa qualcosa di mai visto? Trovò una signora armena, una di quelle artigiane dalle mani d’oro capaci di lavorare la lana in modo straordinario e insieme si misero al lavoro. Progettò un maglione nero e sul davanti, all’altezza del collo, fece comparire una cosa geniale, un grande fiocco bianco.

Ma attenzione, non un fiocco vero cucito sopra, no, un fiocco disegnato lavorato direttamente nella maglia, in modo che sembrasse vero che desse l’illusione perfetta di un nastro annodato sul petto. Era quello che in arte si chiama un inganno per gli occhi, un trucco visivo. Tu guardi e il cervello ti dice c’è un fiocco.

ti avvicini, allunghi la mano per toccarlo e scopri che tutto piatto, tutto disegnato, una pura magia ottica. Oggi può sembrarci una cosa da poco, ma a quei tempi era qualcosa di rivoluzionario. Nessuno aveva mai pensato di mettere uno scherzo del genere, un gioco così intelligente su un capo di abbigliamento. Elsa indossò quel maglione a un pranzo importante e successe quello che doveva succedere.

La gente la fermava per strada, le donne lo volevano a tutti i costi e un bel giorno una compratice di un grande negozio americano lo vide ne rimase folgorata e ne ordinò una quantità enorme da spedire oltre oceano, chiedendone anche altri in tempi rapidissimi. Fu il primo vero colpo di fortuna, il primo gradino di una scala che l’avrebbe portata in cima al mondo.

A quel maglione con il fiocco finto nacque tutto. Da quell’idea semplice e geniale partì l’avventura di una delle più grandi case di moda della storia, perché Elsa capì subito una cosa che a quei tempi quasi nessuno aveva capito. La gente non voleva solo vestiti, voleva storie, voleva sorprese, voleva qualcosa di cui parlare a cena con gli amici e lei di sorprese ne aveva da vendere.

aprì la sua attività e cominciò a creare, e le sue creazioni non assomigliavano a niente di ciò che esisteva, mentre la moda dell’epoca era ancora piuttosto seria, composta, elegante in modo prevedibile, Elsa portava nei suoi vestiti il divertimento, l’ironia, lo stupore. Inventò bottoni a forma di insetti, di piccoli acrobati, di caramelle, di campanelli, di arachidi.

tirò fuori la cerniera lampo che fino ad allora si era sempre nascosta con cura come una cosa di cui vergognarsi e invece di nasconderla la mise bene in vista in colori sgargianti, facendone un elemento decorativo. Trasformò, insomma, dettagli banali in piccole opere d’arte. Fu anche una delle prime, dicono gli storici della moda, a usare in modo audace i tessuti sintetici nuovi di zecca, materiali che gli altri stilisti guardavano con sospetto e che lei invece accolse con entusiasmo.

E qui arriviamo a uno dei segreti più affascinanti del suo successo. Perché Elsa in quegli anni a Parigi fece amicizia con alcuni degli artisti più rivoluzionari e folli del secolo. Gli artisti del movimento surrealista erano pittori, poeti, registi che credevano nel potere dei sogni, dell’assurdo, dell’immaginazione senza limiti.

Dipingevano orologi che si squagliavano, oggetti impossibili, mondiati direttamente dal profondo dell’inconscio e Elsa con loro andava a nozze. Era la loro stessa pasta. Tra i suoi amici e collaboratori ci furono nomi che oggi troviamo sui libri d’arte. Il poeta e regista Jean Cockteau, che disegnò per lei dei ricami stupendi su una giacca e il fotografo americano Manrrey che immortalò le sue creazioni, ma soprattutto strinse un legame straordinario con Salvador Dalì, il celebre pittore spagnolo dai baffi all’insù, l’uomo più stravagante e

geniale del suo tempo. Da quella collaborazione nacquero alcune delle creazioni più incredibili della storia della moda. Ed è qui che torniamo a quell’abito con l’aragosta da cui siamo partiti all’inizio. Quel famoso abito bianco con la grande aragosta rossa dipinta sulla gonna nacque proprio dall’incontro tra la mente di Elsa e quella di Dalì.

La ragosta era un’immagine cara al pittore che la usava spesso nelle sue opere e loro due la presero e la misero su un abito da sera elegantissimo, aggiungendoci anche qualche ciuffo di prezzemolo dipinto, come se il piatto fosse pronto per essere servito. Il risultato fu qualcosa di mai visto, un capolavoro di provocazione e di gusto.

E quell’abito ebbe anche una storia curiosa, perché a indossarlo davanti all’obiettivo di uno dei fotografi più famosi dell’epoca, fu una delle donne più chiacchierate del mondo intero, Wallis Simpson. Sì, proprio lei, l’americana per la quale poco tempo prima un re d’Inghilterra aveva rinunciato al trono, la donna di cui parlava tutto il pianeta.

Le fotografie di Wally Simpson con quell’abito fecero il giro del mondo e contribuirono a rendere il nome di Elsa Schiaparelli famoso ovunque. Questo, badate bene, è un fatto storico documentato. Ci sono le fotografie a provarlo. Poi, certo, attorno a personaggi come questi fiorivano sempre mille chiacchiere e mille pettegolezzi, come succede ancora oggi con i divi del cinema, ma quelli, lasciamoli dove stanno, nel campo delle voci non verificate.

Quello che conta è che l’abito esisteva davvero e che fece scalpore davvero, ma da lì ed Elsa non si fermarono qui. Insieme inventarono un altro pezzo entrato nella leggenda. Un cappello a forma di scarpa. Avete capito bene, un cappello da indossare in testa che però aveva la forma esatta di una scarpa con il tacco rovesciato all’insù.

Una cosa folle, spiazzante, geniale, roba che oggi vedremmo forse su una passerella d’avanguardia, ma che allora era pura fantascienza. E poi crearono insieme l’abito con i cassetti, ispirato a uno dei quadri più famosi di Daì, con tanto di maniglie al posto delle tasche, come se il corpo di chi lo indossava fosse un mobile da aprire.

E ancora i guanti con le unghie dorate cucite sopra, gli abiti ricamati con farfalle e stelle, i copricapi a forma di gabbia per uccelli. Elsa non disegnava semplicemente dei vestiti, costruiva piccoli mondi indossare. Ogni sua creazione era una storia, uno scherzo, una provocazione, una poesia da portare addosso e le donne impazzivano per lei.

Le donne più ricche, più famose, più audaci del mondo facevano la fila per indossare le sue creazioni. Attrici come Marlene Di, Greta Garbo, my West, Nobilne, signore dell’alta società di mezzo mondo. West in particolare era così famosa per le sue forme che a Elsa mandarono un manichino con le sue esatte misure e si dice che proprio quelle curve l’abbiano poi ispirata per la boccetta del suo profumo, ma di questo parleremo tra un attimo.

Perché indossare un abito di schiaparelli non significava soltanto essere eleganti, significava essere coraggiose, significava avere spirito, intelligenza, senso dell’umorismo, significava dire al mondo: “Io non ho paura di osare”. E proprio in quegli anni di trionfo Elsa fece un’altra delle sue mosse geniali, una mossa che da sola sarebbe bastata renderla immortale.

Inventò un colore, ma non un colore qualsiasi, un rosa, un rosa così acceso, così vivo, così sfacciato che non assomigliava a nessun rosa visto prima, un rosa che gridava, che ti saltava agli occhi, che non passava certo inosservato. Sapete come lo chiamò? Lo chiamò shocking. Rosa shocking. Il rosa dello shock, dello stupore, della scossa, un nome perfetto che diceva tutto.

Quel rosa diventò il suo marchio di fabbrica, il suo simbolo, la sua firma. lo mise dappertutto, sugli abiti, sulle scatole dei suoi negozi, sui suoi profumi. E ancora oggi, quando sentite parlare di Rosa shocking, magari senza nemmeno saperlo, state nominando l’invenzione di questa donna straordinaria, già i profumi, perché Elsa creò anche un profumo e lo chiamò proprio così shocking.

E anche qui fece le cose a modo suo. La boccetta non aveva una forma normale, aveva la forma di un busto femminile, le curve di un corpo di donna con tanto di metro da sarta avvolto intorno al collo come una collana. Si dice, e qui torniamo a quell’aneddoto tramandato, più che a un fatto certificato, che la forma si sia ispirata proprio al manichino dell’attrice Ma West.

Comunque sia, quella boccetta divenne anch’essa un’icona, un oggetto che ancora oggi i collezionisti si contendono. A questo punto della storia Elsa era arrivata in cima. Era diventata una delle regine indiscusse della moda parigina. Aveva il suo ateliere elegantissimo in una delle piazze più belle della città, le sue clienti famosissime, il suo nome sulla bocca di tutti.

Quella bambina che si credeva brutta, quella donna abbandonata e senza un soldo a New York ce l’aveva fatta. Aveva costruito un impero con le sue sole forze, con il suo ingegno, con la sua incredibile fantasia. Ma in cima alla montagna, si sa, non c’è mai posto per due. E proprio mentre Elsa regnava su una metà del regno della moda, sull’altra metà regnava un’altra donna.

una donna altrettanto geniale, altrettanto determinata, altrettanto regina. Una donna il cui nome ancora oggi è famoso in tutto il mondo, Coco Channel. E tra queste due regine stava per scoppiare una delle rivalità più celebri, più feroci e più affascinanti della storia. una guerra fatta di stoffe, di colori, di idee, di frecciate velenose.

Una sfida tra due visioni completamente opposte di cosa dovesse essere la bellezza. E, credetemi, quello che successe tra loro due a dell’incredibile. Per capire fino in fondo quanto fosse accesa la rivalità tra queste due donne, bisogna prima capire quanto fossero diverse, perché erano davvero come il giorno e la notte, come il fuoco e l’acqua, come due pianeti che giravano nello stesso cielo ma su orbite opposte.

Coco Chanel credeva nella semplicità. Per lei l’eleganza vera era quella che toglie, non quella che aggiunge. Voleva liberare le donne, renderle comode, pratiche, libere di muoversi e di vivere. Aveva inventato il celebre TER, aveva reso elegante il colore nero, che fino ad allora era considerato il colore del lutto e basta.

aveva preso tessuti umili e poveri come il Gers con cui si facevano la biancheria intima e gli abiti da lavoro e li aveva trasformati in capi di lusso. La sua era una bellezza pulita, sobria, intramontabile, una bellezza pensata per durare nel tempo e non per stupire un giorno solo. Il suo motto, in fondo, era questo: “Prima di uscire di casa, guardati allo specchio e togliti qualcosa.

” Meno per lei era sempre meglio. Elsa Schiaparelli la pensava all’esatto contrario. Per lei la moda era gioco, fantasia, teatro, provocazione. Dove Chanel toglieva, lei aggiungeva. Dove Chanel cercava la sobrietà lei cercava la sorpresa, lo stupore, l’effetto scenico. Una voleva che la donna fosse elegante e discreta, capace di passare quasi inosservata nella sua perfezione.

L’altra voleva che la donna fosse un’opera d’arte vivente, capace di far girare la testa e fermare le conversazioni appena metteva piede in una stanza. Una offriva sicurezza, l’altra offriva avventura. Capite bene che due visioni così opposte non potevano fare a meno di scontrarsi. Ed erano per giunta due caratteri fortissimi, due donne che venivano entrambe da storie difficili che avevano combattuto duramente per arrivare dov’erano, partendo dal nulla senza l’aiuto di nessuno.

Due regine che proprio per questo non avevano la minima intenzione di cedere lo scettro all’altra. Si guardavano da lontano come due rivali in un duello studiandosi le mosse e così cominciarono le frecciate. Si racconta, e questo è ormai entrato nella leggenda della moda, che Coco Channel non sopportasse Elsa al punto da rifiutarsi persino di chiamarla per nome.

Pare che si riferisse a lei chiamandola con un tono carico di disprezzo quell’artista italiana che fa i vestiti. Come a dire, una che gioca, una che si diverte, una dilettante che fa scherzi con la stoffa, mica una vera sarta seria come me. E c’è chi giura che anche Elsa dal canto suo, non risparmiasse battute al veleno sulla rivale, sulla sua moda che trovava troppo seria, troppo grigia, troppo prevedibile.

Tenete a mente che molti di questi scambi velenosi ci sono arrivati attraverso i racconti dell’epoca e le memorie delle persone che frequentavano le due donne. Quindi le parole esatte vanno prese con il beneficio del dubbio, come succede sempre con gli aneddoti tramandati di bocca in bocca. Ma il senso, lo spirito di quella rivalità è ben documentato e fuori discussione.

E veniamo all’episodio più celebre di tutti. Quello che vero o leggendario che sia, racconta meglio di qualunque altro lastio tra queste due donne. Siamo a un ballo in maschera, una di quelle feste sontuose e scintillanti dell’alta società parigina, di quelle dove si riuniva il fior fiore dell’aristocrazia, dell’arte e della ricchezza.

A un certo punto, durante la festa, accade qualcosa di inaspettato. Coco Channel invita Elsa ballare. Le due regine, una di fronte all’altra, le due eterne rivali, si prendono e si muovono insieme sulla pista da ballo sotto gli occhi di tutti gli invitati. È proprio mentre ballano Channel con un movimento che molti dei presenti giurarono non essere affatto casuale.

Fa avvicinare Elsa pericolosamente a un grande candelabro pieno di candele accese. Il risultato? Il costume di Elsa prende fuoco, le fiamme cominciano a divampare sull’abito, il panico si diffonde e gli invitati devono precipitarsi a spegnerle gettandole addosso del sifone, dell’acqua gassata, in una scena tra il drammatico e il grottesco.

Ora è giusto che io vi dica una cosa con tutta onestà. Questa storia del costume in fiamme è un aneddoto famosissimo raccontato in mille versioni diverse nel corso degli anni, ma di cui non esiste una prova documentale certa. è uno di quei racconti che fanno parte della leggenda, di quelle storie talmente belle e talmente perfette nella loro drammaticità che vengono ripetute all’infinito di libro in libro, di documentario in documentario.

Potrebbe essere andata esattamente così oppure la realtà potrebbe essere stata molto più banale, magari un semplice incidente trasformato col tempo in un atto di guerra. Io ve la racconto per quello che è una leggenda affascinante che ci fa capire fino a che punto fosse arrivata la tensione tra queste due donne straordinarie.

una tensione così forte, così palpabile da poter generare storie come questa. Ma al di là degli aneddoti veri o leggendari, la sostanza è questa. Per tutti gli anni 30 Parigi assistette a un duello all’ultimo abito tra Ciane e Schiaparelli. Le clienti, le riviste, i giornalisti, tutti si dividevano in due tifoserie, esattamente come oggi succede con le squadre di calcio.

C’era chi giurava sulla raffinata sobrietà di Coco e chi non poteva fare a meno della fantasia esplosiva e ribelle di Elsa. Ogni nuova collezione era una battaglia campale, ogni nuova idea, una mossa in una partita a scacchi che teneva con il fiato sospeso il mondo intero della moda dall’Europa all’America.

E per un bel po’ di tempo, sapete una cosa, fu proprio Elsa ad avere la meglio. Nel pieno di quegli anni 30 l’astro di Schiaparelli brillava più forte di quello di Chanel. Le sue trovate facevano notizia. I suoi abiti finivano sulle copertine delle riviste più importanti. Le sue collaborazioni con gli artisti surrealisti la rendevano un fenomeno unico, qualcosa che nessun’altra poteva offrire.

Per un certo periodo fu lei la regina più chiacchierata e più imitata di Parigi. La bambina che si credeva brutta, la donna abbandonata a New York con una figlia malata, era arrivata davvero in cima al mondo e aveva persino superato, almeno per un po’, la più grande e temuta delle sue rivali. era il punto più alto della sua parabola, il momento del trionfo assoluto.

Ma proprio quando tutto sembrava andare a gonfie vele, proprio quando Elsa era al massimo del suo splendore, con il vento in poppa e il mondo ai suoi piedi, qualcosa di enorme e di terribile stava per abbattersi su tutto il pianeta. Qualcosa che non avrebbe risparmiato nessuno, né le regine della moda, né la gente comune.

Qualcosa che avrebbe cancellato di colpo le frivolezze, i balli, le feste, le rivalità eleganti, stava per arrivare la guerra. Nel 1939 scoppiò il secondo conflitto mondiale e nel giro di pochi mesi, nella primavera del 1940, accadde l’impensabile, ciò che i francesi credevano impossibile. Le truppe tedesche invasero la Francia e Parigi, la splendida Parigi, capitale della moda, dell’arte, della bellezza, dell’eleganza, cadde sotto l’occupazione straniera.

La città delle luci si spense. I caffè dove gli artisti discutevano per ore cambiarono volto. Le strade si riempirono di soldati stranieri e di bandiere mai viste prima. L’atmosfera spensierata di un tempo svanì come per incanto, sostituita dalla paura, dalla fame, dal coprifuoco, dal sospetto che si insinuava tra i vicini di casa.

Per il mondo della moda fu un disastro. Chi avrebbe più pensato agli abiti stravaganti, ai cappelli a forma di scarpa, agli scherzi surrealisti dipinti sulla seta, mentre fuori infuriava la guerra e ogni singolo giorno era diventato una lotta per procurarsi il pane, il carbone, le cose più semplici per sopravvivere.

Molte case di moda abbassarono le saracinesche. Molti artisti, intellettuali e stilisti fuggirono all’estero per salvarsi la vita, soprattutto quelli che, per le loro origini o le loro idee avevano ottime ragioni di temere i nuovi padroni della città. Ed Elsa. Elsa si trovò di fronte a una scelta difficilissima di quelle che possono cambiare il corso di una vita.

Restare nella sua amata Parigi, ormai occupata, è sempre più pericolosa, o partire e mettersi in salvo. Alla fine, anche per ragioni di sicurezza, decise di attraversare di nuovo l’oceano. tornò negli Stati Uniti, in quella stessa America dove anni prima, da giovane madre sola e senza un soldo, aveva conosciuto la disperazione più nera, ma che ora, per uno strano scherzo del destino, rappresentava un rifugio sicuro, lontano dalle bombe e dall’occupazione.

Negli anni della guerra trascorsi in America, Elsa non se ne stette di certo con le mani in mano, non era nel suo carattere. si dedicò ad attività di beneficenza, tenne conferenze, si impegnò con tutte le sue forze per aiutare chi soffriva a causa del conflitto, raccogliendo fondi e dando una mano in ogni modo possibile.

Ma il suo cuore, possiamo facilmente immaginarlo, era rimasto dall’altra parte dell’oceano, a Parigi, nel suo atelier, tra le sue stoffe e i suoi colori, in quella città che amava più di ogni altra cosa al mondo e che ora stava vivendo uno dei momenti più bui e umilianti della sua lunga storia. Furono anni durissimi per tutti, anni che misero in ginocchio il mondo intero, anni in cui sembrava che la bellezza, l’arte, la fantasia, la leggerezza non avessero più alcun posto sulla terra.

Anni in cui un abito con una ragosta dipinta o un buffo cappello a forma di scarpa sembravano appartenere a un’altra epoca, a un sogno lontano, ormai svanito per sempre, quasi un lusso indecente di fronte a tanto dolore. Ma le guerre, per quanto terribili e lunghe, prima o poi finiscono. E quando finì anche questa, quando finalmente la pace tornò sull’Europa devastata e ferita, Elsa fece ciò che il suo cuore le chiedeva da tanto, troppo tempo.

tornò a casa, tornò a Parigi, pronta, o almeno così, sperava con tutte le sue forze a riprendere il suo posto, a ricominciare esattamente da dove la guerra l’aveva costretta a interrompere, a rimettersi sulla testa quella corona di regina della moda che gli eventi le avevano strappato via. Ma il mondo, nel frattempo, era cambiato profondamente e quello che Elsa trovò al suo ritorno non era più la Parigi scintillante e spensierata che aveva lasciato.

Le persone erano cambiate, segnate da anni di sofferenza. I gusti erano cambiati e soprattutto qualcuno di nuovo si stava affacciando sulla scena. Qualcuno di giovane, di immensamente talentuoso, con idee completamente diverse dalle sue, un nome che di lì a poco sarebbe stato sulla bocca di tutti in ogni angolo del pianeta e che avrebbe spazzato via, come una grande onda travolgente gran parte di tutto ciò che era venuto prima.

Quel nome era Christian Dior e con lui per Elsa Schiaparelli sarebbe cominciato il capitolo più difficile, più doloroso e più amaro di tutta la sua straordinaria storia. Era il 1947, la guerra era finita da appena 2 anni e l’Europa stava lentamente cercando di rialzarsi in piedi, di leccarsi le ferite, di tornare a respirare dopo l’incubo.

Le città portavano ancora i segni delle bombe, la gente faceva la fila per  il pane e tutto sembrava grigio, faticoso, segnato dalla privazione. E proprio in quell’anno, in quel mondo ancora ferito, un giovane stilista francese fino ad allora poco conosciuto presentò la sua primissima collezione. Si chiamava Christian Dior.

Era un uomo timido, riservato, quasi l’opposto di una star, ma quello che mostrò al mondo quel giorno fece l’effetto di una bomba, stavolta però una bomba di pura bellezza. Dior propose una linea di abiti che venne subito ribattezzata da una celebre giornalista americana entusiasta con un nome destinato a passare alla storia, il New Lawk, il nuovo aspetto, il nuovo modo di vedere, il nuovo sguardo.

E in cosa consisteva questa rivoluzione? In un ritorno alla femminilità più assoluta, più sognante, più romantica che si potesse immaginare. Spalle morbide, dolci, arrotondate, vita strettissima, sottilissima, fasciata e stretta da corsetti che disegnavano un punto vita da bambola, da figurina di porcellana. E poi gonne ampie, immense, gonfie, vaporose, fatte con metri e metri e metri di stoffa preziosa che cadeva fino quasi a terra in un fruscio elegante.

Pensateci un attimo per capire davvero la portata di tutto questo. Durante la guerra la stoffa era stata razionata, contata e ricontata centimetro per centimetro perché mancava tutto, perché ogni risorsa serviva allo sforzo bellico. Le donne avevano indossato per anni abiti sobri, pratici, rigidi, dalle spalle squadrate e quasi militari, fatti con il minimo indispensabile, abiti che parlavano di sacrificio e di durezza.

E all’improvviso, in mezzo a quel mondo di rinunce, ecco arrivare Dior che faceva esattamente il contrario. Gonne che sprecavano la stoffa con una generosità quasi scandalosa. Abiti che sembravano gridare al mondo intero. La guerra è finita. Possiamo tornare a sognare. Possiamo tornare a essere belle e femminili senza più alcun limite.

Fu un’esplosione di gioia, di lusso, di femminilità finalmente ritrovata. Le donne di tutto il pianeta impazzirono per quel nuovo stile, lo desiderarono con tutte le loro forze e Christian Dior, nel giro di una sola stagione, di una sola sfilata, diventò l’uomo più importante della moda mondiale, il nuovo re indiscusso di Parigi e del mondo intero.

Ma fermiamoci un istante a riflettere su una cosa importante. Quel New Lock, così rivoluzionario, così acclamato come una novità assoluta, era davvero del tutto nuovo. A guardarlo bene, con un po’ di attenzione era in fondo un grandioso, magnifico ritorno al passato. Era la femminilità classica di un tempo, le forme a clessidra delle nostre bisnonne, l’eleganza tradizionale di inizio secolo riproposte in modo splendido, raffinato e su grande scala.

Era bellezza pura, certo sublime, indiscutibile, capace di far sognare chiunque, ma era una bellezza che guardava all’indietro, che rassicurava che riportava le persone a un’epoca dorata e ordinata, lontana dagli orrori appena vissuti, non spiazzava, consolava. E qui, capite bene, non c’era praticamente più spazio per gli scherzi surrealisti di Elsa.

per le sue aragoste rosse dipinte sugli abiti da sera, per i suoi cappelli a forma di scarpa rovesciata, per i bottoni a forma di insetto o di caramella, per quel rosa shocking sfacciato che ti saltava agli occhi e non passava inosservato. Il mondo, uscito stremato e impaurito dalla guerra non aveva più alcuna voglia di essere stupito, provocato, messo in difficoltà, sfidato.

Aveva voglia di essere coccolato, rassicurato, cullato. Aveva voglia di sognare in modo dolce e tranquillo, non di farsi spiazzare da un gioco intellettuale. Voleva la rassicurante e avvolgente bellezza di Dior, non l’ironia tagliente e pungente di schiaparelli. Così lentamente, inesorabilmente, come un sole che cala dietro le colline, l’astro di Elsa cominciò a tramontare quella stessa fantasia debordante che negli anni 30 l’aveva resa la regina più chiacchierata, più imitata e più ammirata di Parigi, adesso sembrava

improvvisamente fuori tempo, fuori luogo, appartenente a un mondo che non esisteva più, dissolto insieme alla spensieratezza di prima della guerra. Le sue creazioni, un tempo applaudite come pura genialità, ora venivano guardate con un certo distacco, quasi con imbarazzo, troppo strane, troppo eccentriche, troppo cerebrali, troppo legate a un’epoca che il conflitto aveva spazzato via per sempre.

Elsa però non era donna da arrendersi al primo colpo. Provò a resistere con tutte le sue forze. Continuò a creare, continuò a presentare puntualmente le sue collezioni, continuò a mettere in campo tutta la sua fantasia apparentemente inesauribile, cercando magari di adattarsi un po’ ai nuovi tempi, senza però tradire se stessa.

Ma il vento era cambiato e contro il vento è difficile combattere. Le clienti diminuivano stagione dopo stagione. Le riviste parlavano sempre meno di lei e sempre più di Dior, dei suoi nuovi rivali emergenti, dei giovani talenti che spuntavano come funghi nella Parigi rinata del dopoguerra, tutti pronti a contendersi lo scettro.

Il pubblico semplicemente aveva voltato pagina. E lei, la grande Elsa, l’inventrice del Rosa Shocking, si ritrovò a poco a poco spinta ai margini di quel mondo scintillante che un tempo aveva dominato da regina assoluta. Fu un periodo amaro, doloroso, difficile anche solo da immaginare. Provate a mettervi nei suoi panni a pensare cosa deve aver provato dentro di sé.

aver costruito un vero e proprio impero, partendo dal nulla assoluto, partendo da una bambina che si credeva brutta e indesiderata, da una giovane donna abbandonata e disperata in una città straniera, aver scalato con le proprie sole forze la vetta più alta, aver conquistato il mondo, aver superato perfino la temibile e leggendaria channel.

E poi, a un certo punto vedere tutto questo sgretolarsi lentamente tra le dita granello dopo granello, non per un proprio errore o per un calo di talento, ma semplicemente perché il mondo era cambiato, perché i tempi erano andati avanti lasciandola indietro, ferma a una stagione irripetibile. E alla fine arrivò il momento più duro di tutti.

Nel 1954, dopo anni di difficoltà sempre crescenti, di conti che non tornavano, di sale sempre più vuote, la Maison Schiaparelli fu costretta ad arrendersi e a chiudere definitivamente i battenti. l’ateliere elegantissimo, le sale sfarzose dove avevano sfilato le donne più famose e affascinanti del mondo, i laboratori brulicanti dove erano nate le creazioni più folli, audaci e geniali della storia della moda, tutto venne chiuso, svuotato, messo a tacere.

La grande avventura, durata circa un quarto di secolo, era finita. La regina aveva dovuto deporre per sempre la corona. È pensate ora un curioso, quasi crudele scherzo del destino. Proprio quello stesso anno, il 1954, fu l’anno in cui un’altra grande protagonista della nostra storia fece il suo clamoroso ritorno.

Avete già indovinato, Coco Chanel in persona, la sua eterna storica rivale. Anche Channel, durante gli anni della guerra aveva attraversato un periodo molto difficile e per certi versi controverso e aveva chiuso la sua attività ritirandosi dalle scene. Ora, proprio nel preciso momento in cui Elsa abbassava le saracinesche per l’ultima volta sconfitta, Channel riapriva trionfalmente la sua Maison, tornava sotto i riflettori e nel giro di poco tempo sarebbe tornata un successo immenso con i suoi ta e le sue creazioni intramontabili,

conquistando una nuova generazione di donne. È un contrasto che fa quasi impressione, che lascia senza parole non trovate le due eterne rivali, le due regine che per tutti gli anni 30 si erano sfidate senza esclusione di colpi a suon di stoffa, di idee e di frecciate velenose. Una che chiudeva per sempre, sconfitta non da un avversario, ma dallo scorrere implacabile del tempo.

l’altra che riapriva proprio in quel momento, pronta a vivere una seconda vita ancora più gloriosa della prima, quasi come se il destino avesse voluto scrivere lui stesso il finale di quella lunga battaglia, decretando che alla fine fosse la semplicità rassicurante di Chanel a trionfare sulla fantasia ribelle di Schiaparelli, come se la sobrietà avesse avuto in ultimo la meglio sulla provocazione.

Elsa, dopo la dolorosa chiusura della sua Maison, non scomparve però del tutto, non si lasciò cancellare in un istante, si ritirò semplicemente con grande dignità dal centro pulsante della scena. si dedicò a scrivere la sua autobiografia, un libro davvero affascinante in cui ripercorse tutta la sua vita straordinaria, fatta di cadute e di trionfi.

E in quelle pagine, con un tocco di malinconia e con quell’ironia tagliente che era stata il suo marchio di fabbrica, parlò spesso di sé stessa quasi in terza persona, come se osservasse da lontano, con tenerezza e distacco, quella donna chiamata Schiape, il soprannome affettuoso con cui tutto il mondo della moda l’aveva sempre conosciuta.

Visse i suoi ultimi anni con eleganza e compostezza. circondata dai ricordi preziosi di un’epoca ormai irripetibile, dividendo il suo tempo tra Parigi e una casa in Tunisia, lontana ormai da quei riflettori che un tempo l’avevano inondata di luce abbagliante. Si spense nel 1973 serenamente nel sonno nella sua amata casa di Parigi.

Se ne andò così in silenzio, quasi in punta di piedi. Lei che in tutta la sua vita aveva fatto tanto magnifico rumore. Lei che aveva amato sopra ogni cosa lo stupore, la sorpresa, il colpo di scena clamoroso. E quando morì, dobbiamo dirlo con onestà, il mondo della moda si era ormai quasi del tutto dimenticato di lei. Il suo nome, Un tempo sulla bocca di tutti, sussurrato con ammirazione nei salotti più esclusivi del pianeta, era diventato poco più di un ricordo per pochi appassionati e studiosi, una pagina un po’ ingiallita nella grande

storia di un’arte corre sempre veloce, sempre in avanti, dimenticando in fretta perfino i suoi più grandi protagonisti di un tempo. È qui, a questo punto della vicenda, la nostra storia potrebbe tranquillamente finire. potrebbe finire con una nota dolce amara di malinconia con l’immagine di una grande irripetibile genialità caduta nel dimenticatoio di un talento immenso sconfitto dal tempo e dai capricci di una moda che cambia di continuo.

Potrebbe essere la classica struggente storia di chi è salito fino in cima alla montagna e poi è scivolato giù fino a sprofondare nell’oblio più silenzioso. Ma non è così che finisce. No, perché le storie davvero grandi, le storie delle persone davvero geniali e visionarie hanno molto spesso un ultimo inaspettato e meraviglioso colpo di scena nascosto in fondo.

Hanno una seconda vita che arriva quando meno te lo aspetti, a volte molti, moltissimi anni dopo la morte del loro protagonista. è quello che successe al nome di Elsa Schiaparelli decenni interi dopo la sua scomparsa e forse la parte più sorprendente, più emozionante e più bella di tutta questa incredibile avventura.

Per molti anni, dunque, il nome Schiaparelli rimase come addormentato. Una bella addormentata della moda. Era diventato un nome da libri di storia, da musei, da appassionati che sfogliavano vecchie fotografie in bianco e nero ammirando quegli abiti audaci di un’altra epoca. La maison era chiusa, le luci erano spente e quel rosa shocking così rivoluzionario sembrava ormai sbiadito nei ricordi.

Mentre altri grandi nomi della moda continuavano a vivere, a sfilare, a vendere in tutto il mondo, lei restava lì ferma nel passato, come un gioiello dimenticato in fondo a un cassetto. Ma i veri capolavori, sapete, non muoiono mai del tutto. possono dormire per anni, per decenni, ma prima o poi qualcuno li riscopre, li spolvera e li riporta alla luce.

E fu esattamente questo che accadde. All’inizio degli anni 2000, nel mondo della moda, qualcuno cominciò a guardare di nuovo, con occhi nuovi, a quella donna straordinaria. cominciarono ad apparire grandi mostre dedicate alleine nei musei più importanti del mondo. Ci fu in particolare una celebre esposizione a New York che mise una di fronte all’altra idealmente proprio le due eterne rivali Schiapparelli e Chanel, le due regine di nuovo faccia a faccia, ma stavolta non per combattere, bensì per essere celebrate insieme come le due grandi pioniere che erano state. E poco

alla volta il mondo si rese conto di una cosa. Si rese conto che Elsa Schiaparelli, quella donna che era stata messa da parte perché troppo strana, troppo avanti, era stata in realtà incredibilmente moderna, talmente avanti rispetto ai suoi tempi che ci erano voluti decenni perché il mondo la raggiungesse. le sue idee folli, i suoi accostamenti tra arte e moda, le sue provocazioni, la sua voglia di rendere il vestito un messaggio, un gioco, un’opera d’arte da indossare erano esattamente ciò che la moda contemporanea stava cercando. E

così nel 2013 accadde l’impensabile, il miracolo. La Maison Schiaparelli, chiusa e silenziosa da quasi 60 anni, riaprì ufficialmente i battenti, tornò a vivere, tornò a creare. Qualcuno aveva deciso di scommettere su quel nome leggendario, di riportarlo in vita, di affidarlo a nuovi stilisti che ne raccogliessero l’eredità e lo spirito.

porte dell’atelier chiuse da lontano 1954 si spalancarono di nuovo e non fu un ritorno qualunque, un ritorno timido o in sordina, fu un trionfo, perché i nuovi creatori che presero in mano il marchio capirono perfettamente l’anima di Elsa. Capirono che Schiaparelli non era mai stata semplice eleganza, ma audacia pura, fantasia senza freni, sogno e provocazione.

E ricominciarono a creare proprio in quello spirito abiti che sembrano sculture, gioielli a forma di occhi, di orecchie, di polmoni dorati, dettagli surreali che riportavano alla mente in modo diretto le aragoste e gli scheletri della grande Elsa. E poi accade la cosa più sorprendente di tutte. Quel nome Schiaparelli che il grande pubblico aveva completamente dimenticato tornò improvvisamente sulla bocca di tutti, ma stavolta non solo tra gli addetti ai lavori, non solo tra gli appassionati di moda, no, tornò ovunque,

perché le star più famose del mondo, le attrici, le cantanti, le celebrità più seguite del pianeta, cominciarono a indossare gli abiti schiaparelli. sui red carpet più importanti, agli Oscar, ai grandi eventi e quegli abiti immancabilmente facevano scalpore. Diventavano virali, riempivano le pagine dei giornali e gli schermi dei telefoni di milioni e milioni di persone in tutto il mondo.

Un vestito con un grande volto di leone dorato applicato sul petto. gioielli che sembravano usciti da un sogno o da un incubo surrealista. Forme impossibili, dettagli pazzeschi, creazioni che lasciavano tutti a bocca aperta, esattamente come accadeva un tempo nelle sfilate della vera Elsa. E qui sta la magia, il vero splendido, lieto fine di questa storia, perché pensate a cosa è successo davvero.

Elsa Schiaparelli, la bambina che si credeva brutta, la donna abbandonata e disperata, sola con una figlia malata in una città straniera. La regina della moda detronizzata, sconfitta dal tempo, dimenticata da tutti, è morta in silenzio. Ebbene, proprio lei decenni dopo la sua morte ha vinto la sua battaglia più importante.

Non era morta affatto, era solo in attesa. Aspettava paziente che il mondo diventasse finalmente abbastanza coraggioso, abbastanza pronto da capire la sua geniale follia. E c’è una lezione bellissima in tutto questo che vale per chiunque, non solo per chi ama la moda. La storia di Elsa ci insegna che essere troppo avanti, essere diversi, non capiti, considerati troppo strani dal proprio tempo, non è affatto una sconfitta.

A volte è semplicemente questione di pazienza. A volte significa solo che sei arrivato prima degli altri e che devi solo aspettare che il mondo ti raggiunga. Coco Channel, con la sua eleganza intramontabile aveva vinto la battaglia del suo tempo, quella degli anni della loro rivalità. E nessuno toglie nulla alla sua grandezza, perché Channel resta una leggenda assoluta.

Ma Elsa Schiaparelli, con la sua fantasia ribelle ha vinto qualcosa di forse ancora più raro. Ha vinto la battaglia del futuro. Ha dimostrato che il coraggio di essere se stessi fino in fondo, anche a costo di essere derisi e dimenticati, prima o poi viene ripagato. Oggi quando vediamo sui red carpet quei vestiti incredibili che sembrano opere d’arte viventi, quando ci stupiamo davanti a un abito che osa, che provoca, che non ha paura di essere strano, stiamo in fondo guardando il sogno di una bambina di tanto tanto tempo fa.

La bambina che si guardava allo specchio e si vedeva brutta e che decise contro tutto e contro tutti di riempire il proprio viso di semi e di fiori per diventare un giardino. Ecco, quel giardino alla fine è fiorito davvero. C’è voluto un secolo intero, ma è fiorito ed è ancora qui oggi più vivo, più colorato e più sorprendente che mai.

Questa era la storia di Elsa Schiaparelli, una storia di cadute e di rinascite, di fantasia e di coraggio, di sconfitte che col tempo si trasformano in trionfi. La storia di una donna che ha trasformato la propria diversità nella sua arma più potente e che ci ricorda a tutti noi che a volte basta solo avere la pazienza di aspettare il proprio momento.

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