Ho 87 anni e quello che sto per dirvi adesso dovete ascoltarlo prima che sia troppo tardi per voi, com’è ormai troppo tardi per me. Mi chiamo Giuseppe e non so quanto tempo mi resta, nessuno lo sa, ma a questa età senti quando stai arrivando alla fine. Non è paura, non è tristezza. È solo la certezza che il tempo è finito e che io ne ho sprecato la maggior parte.
Ma non è della mia morte che voglio parlare. Voglio parlare degli errori che ho fatto, degli anni che ho buttato via, delle parole che non ho detto quando era il momento, delle persone che ho ferito per orgoglio, per paura, per pura stupidità. Prima di raccontarvi le cose che mi pesano sul cuore, vi chiedo di iscrivervi al canale Giuseppe e lasciare un like.
Non per me, io non ho più bisogno di niente, ma perché questo messaggio arrivi a più persone possibile, perché qualcuno là fuori si svegli prima di arrivare a 87 anni con una lista di rimpianti grande come la mia. Adesso sedetevi, prendetevi 10 minuti e ascoltatemi come ascoltereste un nonno che sta per andarsene, perché quello che sto per dirvi potrebbe salvarvi anni di vita se avrete il coraggio di ascoltare davvero e cambiare.
Il primo errore che ho fatto, quello che mi pesa di più, è stato credere di avere tempo. Quando avevo 30 anni pensavo di avere tutta la vita davanti. Quando ne avevo 40 pensavo che c’era ancora tempo. Quando ne avevo 50 mi dicevo domani, domani, sempre domani e adesso ne ho 87. E quel domani non è mai arrivato. Mio figlio, quando aveva 10 anni mi chiedeva sempre: “Papà, vieni a giocare a pallone, papà, mi insegni ad andare in bicicletta, papà, vieni a vedere la mia partita.
” E io sempre le stesse parole. Ora no, ho da fare, sono stanco. Domani, ti prometto, domani non è mai arrivato. Mio figlio adesso ha 60 anni, vive in America. Ci sentiamo a Natale, se va bene, forse a Pasqua. E io ho tutti quei palloni che non abbiamo mai calciato insieme, tutte quelle partite che non ho mai visto, tutti quei discorsi che non abbiamo mai fatto.
Ho una scatola piena di suoi disegni che mi portava da bambino. Li ho tenuti tutti, ma non ho mai passato un pomeriggio a disegnare con lui. Che padre sono stato? Il secondo errore è stato mettere il lavoro davanti a tutto. Credevo che essere un buon padre significasse portare a casa i soldi, pagare le bollette, comprare la casa, dare sicurezza economica.
Ho lavorato 12 ore al giorno per 40 anni. Sveglia alle 5 del mattino, tornavo alle 8:00 di sera. Tornavo a casa quando i bambini dormivano già. Uscivo quando ancora dormivano. I weekend lavoravo per fare straordinari. Le feste lavoravo perché pagavano doppio. Natale, Pasqua, compleanni. Tutto uguale, lavoro, lavoro, lavoro.

E per cosa? per una casa che adesso è troppo grande e troppo vuota, con stanze che nessuno usa, per soldi che non posso portare con me, che stanno in banca a prendere polvere, per una pensione che uso solo per pagare medicine che non mi fanno neanche stare meglio. I miei figli sono cresciuti senza di me. La loro infanzia l’ho persa chiuso in fabbrica.
Le loro recite a scuola le ho perse. I loro problemi da adolescenti non li ho mai saputi. Mia moglie Maria è invecchiata da sola, ha cresciuto i figli da sola, ha affrontato tutto da sola e io credevo di fare il mio dovere. Credevo di essere un uomo responsabile. Credevo di essere un buon marito e un buon padre. Ero solo un idiota che non capiva cosa contava davvero.
Adesso i miei figli non mi cercano, non mi chiamano se non per dovere. E come posso biasimarli? Io non c’ero mai quando loro mi cercavano. Il terzo errore, e questo mi fa male anche solo a dirlo, è che non ho mai detto a mia moglie quanto la amavo. Non abbastanza. Non come avrei dovuto, non come lei meritava.
Maria è morta 4 anni fa, dopo una vita insieme, 55 anni di matrimonio. 55 anni. E io conto sulle dita di una mano le volte che le ho detto ti amo conto sulle dita di una mano le volte che l’ho abbracciata senza motivo. Solo perché sì, solo perché era lei. sulle dita di una mano le volte che le ho detto: “Grazie per tutto quello che fai, grazie per esserci, grazie per sopportarmi, perché gli uomini della mia generazione non facevano queste cose.
” Gli uomini della mia generazione non parlavano di sentimenti, non dicevano parole dolci, non facevano romanticismi. Gli uomini della mia generazione mostravano amore lavorando duro, portando a casa il pane, non picchiando la moglie. Questa era la nostra idea di amore. Ma Maria non voleva solo il pane, Maria voleva me.
Voleva che le dicessi che era bella anche a 60 anni, quando aveva i capelli bianchi e le rughe. Voleva che la portassi a ballare come facevamo quando eravamo fidanzati, quando giravamo per le strade di Napoli, mano nella mano. Voleva che la guardassi negli occhi e le dicessi: “Sei tutto per me senza di te non sono niente.” E io non gliel’ho mai detto, non una volta.
E adesso lei è sotto terra e io sono qui con queste parole in gola che non escono più perché non c’è più nessuno ad ascoltarle. L’ultima settimana prima che morisse era in ospedale. Io andavo tutti i giorni, mi sedevo accanto al letto, le tenevo la mano e lei mi guardava con quegli occhi stanchi e io sapevo che voleva sentire quelle parole.
Ma non sono uscite, sono rimaste qui dentro, bloccate da 87 anni di orgoglio stupido. E quando è morta, l’ultima cosa che le ho detto è stata: “Prendi le medicine, prendi le medicine. Non ti amo, non sei stata la donna della mia vita. Non grazie per tutto. Prendi le medicine. Che marito sono stato? Il quarto errore è stato avere paura.
Paura di tutto, sempre. paura di cambiare lavoro, anche se lo odiavo, anche se tornava a casa distrutto ogni giorno, paura di viaggiare, anche se Maria lo sognava da sempre, anche se mi mostrava le foto e diceva Giuseppe, andiamo solo una volta. paura di provare cose nuove, di dire quello che pensavo veramente, di rischiare, di uscire dalla mia zona sicura.
Ho vissuto 87 anni dentro una scatola che io stesso ho costruito, mattone dopo mattone, paura dopo paura. Maria voleva andare a Parigi. Era il suo sogno da quando era bambina. Aveva un quaderno dove ritagliava foto della torre Ifel, degli Shan Elisei, di Montmre. Ogni anno mi diceva Giuseppe, quest’anno andiamo a Parigi, per favore e io sempre no, costa troppo, non è il momento giusto, c’è troppo lavoro.
Magari l’anno prossimo, quando avrò più ferie, quando avremo risparmiato abbastanza. L’anno prossimo non è mai arrivato. Maria è morta senza aver mai visto Parigi. Il suo sogno è morto con lei e io adesso ho i soldi per andarci 1ille volte. Ho il tempo, ho tutto, ma non ha più senso andarci da solo. Ho trovato quel quaderno dopo che è morta tra le sue cose.
Le foto erano ingiallite, ma lei le aveva tenute tutte e in una pagina aveva scritto con la matita: “Un giorno io e Giuseppe.” Non aveva neanche finito la frase. Un giorno io e Giuseppe cosa? Andremo a Parigi, saremo felici? Vivremo davvero? Non lo saprò mai che vigliacco sono stato. Il quinto errore è stato tenere rancore, lasciare che l’orgoglio distruggesse gli affetti.
Ho passato 20 anni senza parlare con mio fratello Franco per una discussione stupida su un’eredità dopo la morte di nostra madre. 20 anni di silenzio, 20 anni senza vederci, senza parlarci, senza esistere l’uno per l’altro. E perché? Perché lui voleva la casa al mare e io pensavo che spettasse a me, perché lui aveva detto una parola di troppo e io un’altra, perché tutti e due eravamo troppo orgogliosi per alzare il telefono e dire “Scusa, ho sbagliato, mi manchi”.
Franco è morto 5 anni fa, infarto, improvviso, a 82 anni. L’ho saputo da un vicino, non eravamo neanche più in contatto. Sono andato al funerale, mi sono seduto in fondo alla chiesa, ho guardato la bara e ho pianto come un bambino, perché ho capito che 20 anni di orgoglio mi erano costati un fratello.
anni in cui avremmo potuto pranzare insieme la domenica, in cui avremmo potuto raccontarci le nostre vite, in cui avremmo potuto invecchiare insieme come avevamo fatto tutto il resto. E per cosa? per dei soldi che ho speso, per una casa che ho venduto, per stupido orgoglio da uomo che non vuole piegare la testa, che non vuole dire “Ho sbagliato”.
Adesso vorrei solo poter chiamare mio fratello, dirgli: “Franco, ero un idiota, mi manchi, scusami”, ma lui è sotto terra da 5 anni. E io sono qui con questo peso sul petto che non se ne va mai, che mi sveglia di notte, che mi fa guardare il telefono e pensare potevo chiamarlo, dovevo chiamarlo perché non l’ho fatto? Il sesto errore è stato non ascoltare.
Non ascoltare davvero. Quando i miei figli parlavano io ero lì con il corpo, ma la mente era al lavoro, ai problemi, alle bollette. Quando Maria mi raccontava la sua giornata, io annuivo, ma non sentivo. Quando mio padre, prima di morire voleva raccontarmi storie di quando era giovane, io pensavo che aveva la testa fra le nuvole, che diceva sciocchezze da vecchio.
Non ho ascoltato nessuno davvero. Adesso che vorrei ascoltare, adesso che darei qualsiasi cosa per sentire ancora la voce di Maria, il silenzio è assordante. Il settimo errore è stato credere che la salute fosse scontata, che il corpo fosse eterno. Ho fumato per 50 anni, tre pacchetti al giorno.
Tutti mi dicevano: “Giuseppe, smetti! Ti farai del male. E io ridevo. Io sono forte, dicevo. A me non succederà mai. Ho bevuto troppo. Ogni sera vino, ogni weekend grappa con gli amici. Ho mangiato male, sempre fritto, sempre pesante, sempre troppo. Ho dormito poco, sempre poche ore, sempre con lo stress del lavoro addosso. Ho ignorato i dolori, i sintomi, i segnali che il corpo mi mandava disperatamente.
Quel dolore al petto sarà indigestione, quel fiato corto sarà l’età, quella tosse passerà perché ero giovane, perché ero forte, perché a me non succede mai niente. E adesso ho un corpo che fa male dappertutto, dalla testa ai piedi. Medicine che prendo ogni giorno, una scatola piena di pastiglie colorate. Ho dottori che vedo ogni settimana, cardiologi, pneumologi, geriatri.
Ho esami, analisi, visite e darei tutto, tutti i soldi che ho, tutti gli anni che ho vissuto male per tornare indietro e prendermi cura di questo corpo quando ancora c’era tempo, quando ancora potevo salvarlo. L’ottavo errore è stato vivere per le apparenze, per lo sguardo degli altri.
casa più grande del vicino per far vedere che stavo meglio di lui. Macchina più bella del collega per dimostrare che avevo successo. Vestiti firmati che non mi piacevano neanche, ma costavano tanto, quindi erano buoni. Orologi costosi che non guardavo mai, vaanze imposti alla moda solo per poterlo dire agli amici. Tutte cose per far vedere agli altri che stavo bene, che avevo successo, che ero qualcuno.
Ma dentro stavo male, dentro ero vuoto, dentro ero infelice, ma nessuno doveva saperlo, perché un uomo non piange, un uomo non ammette di soffrire, un uomo deve sempre sembrare forte e io ho passato una vita a sembrare invece di essere, a sembrare felice invece di esserlo, a sembrare ricco invece di sentirmi ricco dentro a sembrare un buon padre invece di esserlo davvero e tutte quelle cose per cui ho lavorato, per cui ho sacrificato tutto, adesso sono qui in questa casa vuota oggetti senza valore, senza senso, senza nessuno
che gliene importi. Tra qualche mese, quando morirò, mia figlia venderà tutto, svuoterà la casa e in un giorno cancellerà 87 anni di apparenze e nessuno si ricorderà della mia macchina bella, della mia casa grande, del mio orologio costoso. Se va bene, qualcuno si ricorderà di come li ho fatti sentire. se li ho abbracciati, se gli ho voluto bene, ma io questo non l’ho fatto, quindi cosa resterà di me? Niente.
Il nono errore è stato rimandare i sogni. Volevo imparare a suonare la chitarra, volevo scrivere un libro, volevo imparare l’inglese, volevo fare mille cose e tutte le ho rimandate a quando avrò tempo, a quando andrò in pensione, a quando i figli saranno grandi. E adesso che ho tutto il tempo del mondo, le mani mi tremano troppo per suonare.
Gli occhi non mi reggono per scrivere, la mente è troppo stanca per imparare, i sogni hanno una scadenza e io ho lasciato scadere tutti i miei. Il decimo errore, e questo forse è il peggiore, è stato non aver capito che la vita non è il futuro, è adesso. Ho passato tutta la vita a preoccuparmi del domani, a pianificare, a risparmiare, a prepararmi per un futuro che quando è arrivato non valeva più la pena di essere vissuto.
Avrei dovuto vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Avrei dovuto ridere di più, abbracciare di più, amare di più, rischiare di più. Avrei dovuto dire sì. invece di dire domani. Allora, perché vi sto raccontando tutto questo? Perché non voglio che voi che mi state ascoltando, che avete ancora tempo, facciate gli stessi errori.
Non voglio che arriviate a 87 anni con questa lista di rimpianti. Non voglio che perdiate le persone che amate perché siete troppo orgogliosi per dire scusa, troppo impegnati per dire ti amo, troppo spaventati per dire ti voglio bene. Se avete figli, anche se sono piccoli, anche se avete mille cose da fare, lasciate il telefono e giocate con loro adesso, non domani, non quando avrete più tempo.
Adesso sedetevi per terra e giocate. Ridete con loro. Fatevi raccontare i loro sogni, le loro paure, le loro speranze. Se avete una moglie, un marito, alzatevi da dove siete seduti e abbracciateli. Adesso ditele che è bella, ditele che l’amate, ditele che senza di lei sareste persi nel mondo. Se avete un sogno, qualcosa che rimandate da anni, iniziate oggi, non domani, non il mese prossimo, non quando avrete più soldi, oggi, adesso.
Comprate quella chitarra che volete da sempre, prenotate quel viaggio che sognate, scrivete quella prima pagina del libro, fate quella telefonata, mandate quel messaggio. Se avete qualcuno con cui siete in guerra, con cui non parlate da mesi o da anni, chiamatelo stasera. Dite scusa anche se pensate di avere ragione, perché avere ragione non conta niente quando l’altra persona muore e voi rimanete con quel peso per sempre.
La vita è adesso, non domani, non quando avrete più soldi, non quando i figli saranno grandi, non quando andrete in pensione. Adesso questo momento che state vivendo mentre mi ascoltate, questo è la vita e non torna indietro. Io lo so perché l’ho sprecata. Voi potete ancora salvarla. Qualcuno mi dirà, “Ma Giuseppe, è facile parlare adesso che sei vecchio.
Quando sei giovane hai responsabilità, bollette da pagare, problemi?” E sì, è vero, ma vi dico una cosa, tutte quelle bollette le ho pagate, tutti quei problemi li ho risolti e adesso che sono qui alla fine niente di tutto quello conta. L’unica cosa che conta sono i momenti che non ho vissuto, le persone che ho trascurato, le parole che non ho detto.
Non sto dicendo di lasciare il lavoro e vivere da irresponsabili. Sto dicendo di trovare un equilibrio. Sto dicendo di non sacrificare tutto per un futuro che forse non arriva. Sto dicendo di vivere adesso, di amare adesso, di essere felici adesso. Mia figlia è venuta a trovarmi ieri, mi ha portato i nipoti e io li ho guardati giocare e ho pensato a tutto il tempo che ho perso con i miei figli, ma questa volta ho fatto qualcosa di diverso.
Ho spento la televisione, mi sono seduto per terra con loro, ho giocato, ho riso, mi sono divertito e quando se ne sono andati mia figlia mi ha abbracciato e mi ha detto: “Papà, oggi ti ho visto felice” e aveva ragione, ero felice. Dopo 87 anni ho capito che la felicità non è nel futuro, è nel presente. Se questa storia vi ha toccato, se vi ha fatto pensare, se vi ha fatto capire qualcosa, fate una cosa per me, non lasciate un like per me, lasciate questo video e andate ad abbracciare qualcuno che amate.
Andate a dire a vostro padre, a vostra madre che gli volete bene. Andate a giocare con i vostri figli, andate a baciare vostra moglie, fate adesso quello che io avrei dovuto fare 40 anni fa. E poi se volete tornate qui e iscrivetevi al canale Giuseppe. Condividete questo video con qualcuno che sta facendo i miei stessi errori, con quel padre che lavora sempre, con quella madre che non si prende mai una pausa, con quell’amico che tiene rancore, con quella persona che sta rimandando la vita a domani, perché il messaggio che voglio lasciarvi
è questo: svegliatevi, svegliatevi adesso. prima che sia troppo tardi. Io mi sono svegliato a 87 anni. Voi potete svegliarvi oggi e credetemi, fa tutta la differenza del mondo. Alcuni di voi penseranno che esagero, che sono drammatico, che sto facendo il vecchio patetico e forse è vero, ma quando arriverete alla mia età, quando guarderete indietro la vostra vita, capirete che ogni parola che ho detto è vera.
capirete che il tempo è l’unica cosa che non si può comprare, non si può recuperare, non si può riavere indietro. Io ho 87 anni, non so se avrò ancora un anno, un mese, una settimana, ma so che questo tempo che mi resta non lo voglio sprecare, voglio passarlo con le persone che amo. Voglio dire le parole che non ho mai detto, voglio fare le cose che ho sempre rimandato e voglio che voi facciate lo stesso.
Ma adesso che siete ancora in tempo, quindi alzatevi dal divano, chiudete questo video tra un minuto, quando avrò finito e andate a vivere la vita che io non ho vissuto. Andate a dire quelle parole che io non ho detto, andate a fare quei sogni che io non ho fatto, non per me, per voi, perché ve lo meritate, perché la vita è bella, anche se io l’ho capita troppo tardi, perché voi avete ancora tempo e io no.
E se un giorno, tra tanti anni, quando anche voi sarete vecchi come me, vi ricorderete di questo video, di questo vecchio Giuseppe che vi ha gridato: “Svegliatevi!” E potrete guardare indietro senza rimpianti. Potrete dire “Ho ascoltato, ho cambiato, ho vissuto davvero, ho amato davvero”. Allora questo video avrà avuto senso.
Allora la mia vita, con tutti i suoi errori, con tutti i suoi fallimenti, con tutto il dolore, avrà avuto un senso, avrà salvato qualcuno, avrà cambiato qualcosa. E questo è tutto quello che chiedo adesso, che la mia vita sbagliata serva a qualcuno per vivere quella giusta. Grazie per avermi ascoltato fino alla fine.
Grazie per aver dedicato questi minuti a un vecchio che ha sbagliato tutto. E adesso andate, andate subito, non aspettate neanche un secondo. Andate ad abbracciare chi amate. Andate a vivere per voi e un po’ anche per me, per il Giuseppe di 30 anni. che avrebbe dovuto ascoltare questi consigli e non l’ha fatto. Svegliatevi adesso, prima che sia troppo tardi.