C’è una donna in piedi dietro le quinte di uno studio televisivo. Le luci dall’altra parte del sipario sono accese. Si sente il brusio del pubblico, quel mormorio caldo e impaziente che precede ogni spettacolo e lei è lì ferma con gli occhi chiusi. Immaginiamola per un istante. Questa scena, lo dico subito con onestà, è una piccola ricostruzione, un modo per entrare nella storia, non un filmato che qualcuno abbia conservato, ma è una ricostruzione fedele a tutto quello che sappiamo di lei, perché chi l’ha vista
lavorare ha raccontato proprio gesti questi. Dunque, eccola, respira piano e poi in 30 secondi succede una cosa che ha dell’incredibile. la bocca e dalla sua gola esce la voce stridula di una vecchia signora milanese. Una di quelle signore impellicciate che si lamentano del mondo, poi cambia e diventa la voce acuta e nevrotica di una professoressa.
Poi ancora una giornalista, una cantante famosa, una contadina umbra, una dopo l’altra, senza pause, senza fatica apparente, come se dentro quel piccolo corpo abitassero 20, 30, 100 donne diverse pronte a uscire al primo richiamo. Chiunque l’avesse vista in quel momento si sarebbe fatto la stessa domanda: “Ma chi è davvero questa donna? Quale di tutte quelle voci è la sua?” Ed è qui che comincia il mistero più affascinante di tutta la sua storia, perché questa artista, che sapeva diventare chiunque, ha passato la vita a non far conoscere a
nessuno chi fosse veramente lei. Tre enigmi, soprattutto accompagnano il suo nome e voglio farveli sentire fin da adesso perché è intorno a questi tre enigmi che costruiremo tutto il nostro racconto. Il primo era amatissima. Milioni di italiani la guardavano ogni domenica, eppure non si è mai lasciata conoscere fino in fondo.
Della sua vita privata si sa pochissimo e non per caso, per scelta. Una scelta precisa, testarda, mantenuta per oltre 30 anni. Perché il secondo quando era all’apice del successo, quando avrebbe potuto restare in televisione per sempre, ricca e applaudita, fece una cosa che lasciò tutti senza parole. si tirò indietro, scelse le sale piccole, il teatro più difficile, i pubblici più esigenti, perché un artista di successo abbandona la strada facile per prendere quella più dura.
E il terzo a un certo punto della sua vita, scrisse un libro, un romanzo, e in quel libro per la prima e unica volta sembrò socchiudere appena la porta della sua anima, solo socchiuderla, mai spalancarla. Cosa nascondeva dietro quella porta una donna così riservata? Vi prometto una cosa, alla fine di questo viaggio a tutte e tre queste domande avremo dato una risposta e sarà una risposta che ne sono certo vi sorprenderà.
Ma per arrivarci dobbiamo tornare indietro, molto indietro, in una piccola città dell’Umbria sospesa nell’aria dove tutto è cominciato. La città si chiama Orvieto e se non ci siete mai stati, fatevi un favore, cercatela. È uno di quei posti che sembrano disegnati da un bambino con troppa fantasia. Una città costruita sopra una grande rupe di tufo, una specie di altare di pietra che si alza dalla campagna.
Da lontano sembra che galleggi, le case, le torri, le strade strette, tutto è là sopra, sospeso tra il cielo e la valle e al centro di tutto il duomo. Una cattedrale che quando il sole del pomeriggio la colpisce si accende come se fosse fatta d’oro vecchio. Le campane scandiscono le ore, la gente sul sagrato si ritrova dopo la messa e chiacchiera.
donne, soprattutto si raccontano la vita, si lamentano dei mariti, ridono, si rimproverano, si confidano. E in questo teatro all’aperto, naturale, gratuito che il 18 novembre del 1953 nasce una bambina e quella bambina fin da piccola fa una cosa strana. Ascolta, non parla molto, dicono, è riservata, attenta, ma ha un orecchio che funziona come una macchina fotografica.
Sente una voce e quella voce le resta dentro. Sente il modo in cui una vecchia signora allunga le vocali quando si lamenta. Il modo in cui il farmacista schiarisce la gola prima di dare una cattiva notizia. Il modo in cui la maestra cambia tono quando passa dalla dolcezza al rimprovero e poi da sola in camera davanti allo specchio le rifà tutte una per una. Provate a pensarci.
La grande imitatrice che diventerà quella che farà ridere un paese intero sta già nascendo lì su quel sagrato tra quelle voci, non in una scuola, non in un teatro, ma nella vita vera della sua città. Anna Marchesini, perché di lei stiamo parlando e ormai potete saperlo, non ha imparato a imitare le persone, ha imparato ad ascoltarle.
è una cosa diversa e molto più profonda. C’è una bella immagine che mi piace tenere a mente parlando di lei. Quella bambina sul sagrato non sta raccogliendo battute, sta raccogliendo anime. Ogni voce che imita è una persona che ha guardato davvero con attenzione, con tenerezza e questo, vedrete, sarà il segreto di tutta la sua arte.
Cresce la nostra bambina di Orvieto e cresce con un sogno che in una città di provincia degli anni 50 doveva sembrare quasi impossibile da dire ad alta voce. Vuole recitare: “Pensate a com’era il mondo allora. Pensate a una ragazza di provincia che annunciava alla propria famiglia di voler fare l’attrice.” Non era come oggi.
Non c’erano i talent show. Non c’era l’idea che chiunque potesse diventare famoso. Il teatro e il cinema erano un mondo lontanissimo, quasi irraggiungibile, riservato a pochi. Eppure lei non molla. E qui dobbiamo dire una cosa importante perché racconta molto della sua testa. Prima di buttarsi nella recitazione, Anna studia sul serio, si forma, prende strumenti veri.
Non è la classica storia della ragazza che parte all’avventura sperando in un colpo di fortuna. È la storia di una donna che, fin da giovanissima capisce che il talento da solo non basta, serve il mestiere, serve la tecnica, serve la fatica e così a un certo punto arriva il grande salto Roma. Immaginate il treno che lascia la stazione di Orvieto.
Immaginate una giovane donna seduta al finestrino con la valigia sopra la testa che guarda allontanarsi la sua rupe d’oro. Davanti a lei c’è la capitale, davanti a lei c’è un sogno enorme e una paura altrettanto grande. Roma, negli anni in cui lei ci arriva è una città elettrica. e il cuore del cinema italiano, quello che il mondo intero ci invidiava, e la città di cine città dei grandi registi, degli attori che tutti conoscevano.
Ma è anche una città dura, indifferente, piena di ragazzi e ragazze arrivati da ogni angolo d’Italia con lo stesso identico sogno in valigia. Di mille che ci provano uno ce la fa, forse Anna lo sa, e sceglie la via più difficile e più seria. si forma da una delle realtà più prestigiose per chi voleva imparare davvero questo mestiere, l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, per chi non lo sapesse, è un nome che pesa, è il tempio della recitazione italiana, una scuola severissima dove non si entra
facilmente e dove si esce se si esce temprati come acciaio. Lì non si gioca a fare gli attori, lì si suda, si studia la voce, il corpo, la respirazione, la diizione. Si fanno esercizi sfiancanti, si impara a stare in piedi su un palcoscenico vuoto, senza musica, senza effetti, con la sola forza della propria presenza.
È una scuola che forma il fisico dell’attore prima ancora del talento. E qui c’è qualcosa che, alla luce di tutto quello che le succederà dopo fa venire i brividi. Anna costruisce il suo strumento, il corpo, la voce e l’agilità in modo maniacale, lo allena, lo affina, lo rende perfetto. Quello stesso corpo che molti anni più tardi una malattia cercherà lentamente di portarle via.
Ma a questo arriveremo. Per ora teniamoci stretta l’immagine della giovane Anna che nelle aule dell’Accademia impara a dominare ogni muscolo del proprio viso, perché era proprio il viso la sua arma più straordinaria. Pensateci, per imitare qualcuno non basta la voce, serve la faccia, serve quel piccolo movimento del labbro, quell’inclinazione del sopracciglio, quel modo di stringere gli occhi.
Anna, in quegli anni di studio impara a fare del proprio volto una creta, una materia morbida da plasmare a piacere. In un secondo poteva sembrare vecchia di 80 anni, un secondo dopo una ragazzina capricciosa. Finiti gli studi, comincia la gavetta. E la gavetta per un’attrice è la parte più dura e meno raccontata.
Sono gli anni dei piccoli ruoli, dei provini andati male, delle compagnie di giro, delle serate in teatri mezzi vuoti. Sono gli anni in cui ti chiedi ogni mattina se hai fatto la scelta giusta, se non sarebbe stato più saggio restare a Orvieto, fare un lavoro normale, una vita tranquilla. Di questi anni, della giovane Anna che si fa le ossa, sappiamo meno di quanto vorremmo.
E qui voglio essere chiaro con voi perché lo sarò per tutto il nostro racconto. Dove le fonti sono certe ve lo dirò e dove invece i dettagli si perdono nel tempo. Preferisco dirvi onestamente, questo non lo sappiamo con precisione piuttosto che inventarmi qualcosa. Lei, una donna così attenta alla verità, meriterebbe almeno questo rispetto.
Quello che sappiamo è che Anna lavora tanto. si muove tra il teatro e pian piano le prime occasioni davanti a una telecamera. Costruisce mattone su mattone una professionalità solida e intanto, senza ancora saperlo, sta per incontrare due persone che le cambieranno la vita per sempre. due uomini, due colleghi, due futuri amici, anzi di più due futuri fratelli.
Perché la storia di Anna Marchesini, per come la conosce la maggior parte degli italiani, non è una storia da sola, è la storia di un trio, tre persone che insieme avrebbero fatto ridere un paese intero fino alle lacrime per anni. Tre nomi che, pronunciati uno dopo l’altro, ancora oggi fanno sorridere chiunque abbia una certa età.
E sapete qual è la cosa più bella? che quei tre, prima di diventare un fenomeno nazionale, erano semplicemente tre artisti squattrinati che si erano scelti, che credevano in qualcosa e che stavano per scoprire insieme di avere tra le mani una formula magica. Ma per capire come nasce quella magia, dobbiamo entrare nell’Italia di quegli anni.
un’Italia che stava cambiando pelle, un’Italia che dopo tempi bui e difficili aveva una voglia disperata di tornare a ridere. L’Italia in cui Anna Marchesini comincia davvero a farsi conoscere è un’Italia stanca. Sono gli ultimi anni 70, i primissimi anni 80. Il paese sta uscendo da un decennio che chi l’ha vissuto ricorda come una stagione di piombo.
Anni di tensione, di paura, di notizie che ogni sera al telegiornale gelavano il sangue alle famiglie sedute a tavola. È in mezzo a tutto questo c’è un bisogno enorme, un bisogno quasi fisico, il bisogno di tornare a respirare, di tornare a ridere senza sentirsi in colpa. La televisione in quegli anni comincia a cambiare, le reti si moltiplicano, nascono nuovi programmi, nuovi linguaggi e si fa strada un’idea che fino a poco tempo prima sarebbe sembrata strana.
Si può essere intelligenti e divertenti allo stesso tempo. Si può far ridere senza essere volgari. Si può prendere in giro il mondo e perfino i grandi classici della letteratura senza mancare di rispetto a nessuno. E in questo terreno fertile che Anna comincia a muoversi. E qui dobbiamo dire una cosa perché è importante per capire la sua storia.
Ricostruire con precisione assoluta i primissimi passi del suo trio non è semplice. Le date esatte dei primissimi incontri, dei primi spettacoli insieme si perdono un po’ nella memoria. Quello che sappiamo con certezza è che all’inizio degli anni 80 tre artisti si trovano e quando si trovano capiscono subito che insieme funzionano.
I loro nomi ormai potete sentirli scanditi senza più mistero. Anna Marchesini, Tullio Solenghi, Massimo Lopez, tre persone diversissime. Solenghi ligure asciutto con quel suo umorismo elegante e tagliente. Lopez, raffinato dalla voce calda, capace di passare dalla parodia musicale al gesto comico più piccolo con una naturalezza disarmante.
E lei Anna, l’umbra silenziosa, il vulcano di voci, la faccia di gomma capace di diventare in un secondo qualunque essere umano, tre solisti. Ma quando salivano sullo stesso palco succedeva qualcosa di chimico, quel tipo di chimica che nella vita di un artista capita una volta sola e qualche volta non capita affatto.
Come abbia preso forma esattamente la loro intesa, lo dico onestamente, non lo sappiamo nei minimi particolari. Ci sono racconti, aneddoti, ricordi sparsi in interviste degli anni successivi. Loro stessi, quando sono diventati famosi, hanno raccontato un po’ come si sono cercati e trovati, ma una vera cronaca giorno per giorno di quegli inizi così.
Le cose nate per amicizia, prima che per calcolo, raramente lasciano dietro di sé documenti precisi. Lasciano qualcosa di meglio, lasciano i risultati e i risultati arrivano. Nel corso degli anni 80 il trio cresce, lavora, si fa notare, comincia a ottenere spazi sempre più grandi sulle reti pubbliche dove la sperimentazione comica trovava ancora una casa.
E poi, all’inizio degli anni 90 arriva il colpo che li trasformerà in un fenomeno nazionale. Decidono di prendere un mostro sacro della letteratura italiana. Sì, proprio quel libro che generazioni di studenti hanno odiato dover leggere alle superiori e di farne una parodia. I promessi sposi di Alessandro Manzoni, Don Bondio, i bravi Renzo Lucia, l’innominato La monaca di Monza, tutti i grandi personaggi del romanzo presi e riletti con il filtro della comicità più intelligente.
Fermiamoci un attimo perché qui sta uno dei capolavori dell’intrattenimento italiano del 9. Pensate alla difficoltà dell’operazione. Manzoni è il classico dei classici. È il libro che a scuola ti facevano studiare riga per riga. È un romanzo che per molti italiani adulti era legato a ricordi non sempre felici di interrogazioni e versioni.
Prendere quel libro e farci una parodia poteva andare in due modi. Poteva offendere mezzo paese oppure poteva conquistarlo. Conquistò perché il trio fece una cosa rara. non prese in giro il romanzo, prese in giro il modo in cui il romanzo era stato letto, insegnato, vissuto. Era una parodia affettuosa, colta, piena di rispetto per la materia e proprio per questo faceva ridere in modo diverso.
Faceva ridere chi il libro lo aveva amato e chi lo aveva detestato. Faceva ridere i professori e i ragazzi. Faceva ridere le nonne e i nipoti sedute insieme sullo stesso divano e al centro di quella parodia, in molti dei suoi momenti più memorabili c’era lei. Anna, capace di essere una Lucia esitante, una monaca tormentata, una popolana qualunque.
Cambiava personaggio come uno cambia maglione, senza sforzo apparente, con quella naturalezza che è il segno delle grandi. Da quel momento il trio entra nelle case degli italiani per non uscirne più. Le loro apparizioni diventano evento. I bambini imparano le battute a memoria. Le famiglie si tramandano le imitazioni da una generazione all’altra.
Per anni in molte case italiane stasera c’è il trio in televisione, era una specie di rito. E qui dobbiamo soffermarci su un’altra invenzione di Anna, perché racconta, come pochi altri momenti, chi era davvero quest’artista, i personaggi femminili. La grande imitatrice di Orvieto in quegli anni comincia a creare una galleria di donne italiane che ancora oggi chi l’ha vista non dimentica.
C’è la signorina Carlo, c’è la sciuretta milanese, quella signora bene impellicciata, leggermente acida, che si lamenta del mondo con il suo accento inconfondibile. C’è la professoressa nervosa, c’è la fan invadente, c’è la cantante d’opera in declino. Una dopo l’altra una galleria intera di tipi umani, di voci, di facce.
E qui voglio che vi soffermiate su una cosa, perché è la chiave per capire la grandezza di Anna Marchesini. I suoi personaggi non erano mai cattivi, non erano caricature crudeli, erano in fondo ritratti pieni di tenerezza. Lei imitava le sciurette, ma le amava, imitava le vecchie signore di provincia, ma le rispettava.
imitava le insegnanti, le suocere, le casalinghe, le aspiranti so e lo faceva sempre con un affetto profondo, come chi conosce dall’interno il mondo che descrive, perché lei quel mondo lo conosceva dall’interno, veniva da una città di provincia, era cresciuta in mezzo a quelle voci, a quei caratteri. quando li portava in scena non li tradiva, li restituiva, li onorava perfino quando ne sottolineava i lati più ridicoli.
Ed è qui che bisogna dire una cosa più grande di lei, una cosa che riguarda la storia della comicità italiana. Prima di Anna Marchesini, una donna comica in Italia, aveva pochissimi ruoli a disposizione. Poteva essere la bella ingenua, poteva essere la maliziosa, poteva essere la spalla del comico maschile. Difficilmente poteva essere protagonista.
Difficilmente poteva mettere al centro della scena la vita reale delle donne reali, le casalinghe, le pensionate, le impiegate stanche, le ragazze sole. Anna spaccò questo schema, non con un manifesto, non con un proclama, lo spaccò semplicemente facendo, portando sul palcoscenico una folla di donne vere, imperfette, comiche perché umane e aprendo, senza nemmeno proporselo, una strada nuova per tutte le comiche italiane che sarebbero venute dopo.
In quegli anni, i primi anni 90, l’epoca d’oro del trio Anna è famosissima. La sua faccia è ovunque, i suoi personaggi diventano modi di dire. Le sue battute si ripetono in ufficio, a scuola, al bar. Quando passa in televisione, milioni di persone si fermano a guardare. È qui comincia il primo grande mistero della sua vita. Perché mentre la sua popolarità esplode, Anna fa una cosa che nessuno si aspetta, sparisce, non dalla scena, intendiamoci, continua a lavorare, continua a essere ovunque, ma sparisce dalla vita pubblica, da quella parte di vita
pubblica che oggi chiameremmo gossip, racconti privati, interviste sui giornali patinati, non concede confidenze, non parla della sua famiglia, non si lascia fotografare nei locali alla moda, non rilascia dichiarazioni sui suoi sentimenti. I giornalisti la cercano, è inevitabile. Quando sei così famosa ti cercano e lei sorride, gentile e cortese, ma quando si tratta della sua vita privata, una porta invisibile si chiude educatamente, ma in modo definitivo. Pensateci.
Negli stessi anni in cui altri colleghi e colleghe vendevano le proprie storie ai settimanali, i fidanzamenti, le rotture, le crisi, i ritorni di fiamma, lei tace. Sceglie il silenzio costantemente per anni. E qui torna la prima delle nostre tre domande. Vi ricordate? Perché una donna così amata non si lasciò mai conoscere fino in fondo? Ci stiamo già avvicinando alla risposta, anche se forse non ve ne siete accorti, perché il silenzio di Anna, lo capiremo strada facendo, non era timidezza, non era freddezza, era una scelta etica, una
specie di patto con se stessa fatto chissà quando, chissà dove, forse già su quel treno che la portava via da Orvieto verso Roma. Il patto era semplice. Io vi do tutto quello che ho da darvi sul palcoscenico. Le voci, le facce, le risate, i pensieri, le emozioni. Vi do la mia arte tutta senza risparmiarmi, ma la mia vita privata è mia.
è un piccolo giardino dietro casa e quel giardino non lo apro a nessuno. In un’epoca in cui essere famosi cominciava a significare svendere ogni dettaglio della propria intimità, lei tenne la barra dritta sempre, senza polemiche, senza fare la moralista. Semplicemente non ci stava. E sapete cosa è interessante? che il pubblico la rispettò per questo, forse non sempre consapevolmente, ma la rispettò perché c’era qualcosa nel modo in cui Anna proteggeva la propria vita che faceva sentire il pubblico più adulto.
Lei trattava gli spettatori come gente intelligente, capace di amare un artista per quello che faceva e non per i pettegolezzi che la riguardavano. E gli spettatori, sentendosi rispettati, le restituivano fedeltà. In quegli stessi anni intensissimi, mentre la sua carriera vola, succede nella sua vita qualcosa di grande.
Qualcosa di privato, sì, ma di così grande che eppur, senza mai farne spettacolo, non pot essere nascosto del tutto. Anna diventa madre, nasce una figlia, una bambina. E qui voglio essere molto chiaro perché è una delle cose su cui ho voluto stare attento per rispetto a lei e a chi le voleva bene, della vita privata di Anna Marchesini, di chi fosse esattamente il padre della bambina, dei dettagli più intimi della loro famiglia.
I materiali pubblici dicono pochissimo e quel poco non sempre coincide. Per questo, in tutto questo racconto, mi atterrò a quello che è davvero documentato. Ebbe una figlia, l’amò profondamente e fece di tutto per tenerla al riparo dal clamore. Il resto, gli aneddoti familiari, le scene di vita quotidiana che possiamo solo immaginare, fanno parte di quel giardino dietro casa che lei aveva chiuso al pubblico e sarebbe scortese anche oggi scavalcarne la siepe.
Quello che possiamo dire però è quanto questa scelta di maternità abbia profondamente cambiato la sua vita di donna e di artista e come da quel momento in poi ogni decisione professionale di Anna passi attraverso una bilancia nuova. Da una parte il lavoro, dall’altra la figlia e sappiamo già da che parte sempre peserà di più, perché di lì a poco, mentre sembra avere il mondo nelle mani, Anna prenderà la decisione più sorprendente di tutta la sua carriera.
Una decisione che lascerà molti senza parole e che ci porterà dritti dentro il secondo grande enigma della sua vita. Provate a mettervi nei panni di un artista che all’inizio degli anni 90 si trova in una posizione che chiunque nel suo mestiere sognerebbe. È amata da milioni di persone, lavora con due colleghi che sono anche due amici.
Il suo trio è all’apice, i contratti televisivi piovono, le porte degli studi sono spalancate. Basterebbe poco, pochissimo per restare lì dentro quel grande abbraccio del pubblico televisivo. ancora per anni, forse per decenni. Ed è proprio in quel momento che Anna comincia lentamente a guardare altrove. Attenzione perché qui dobbiamo essere precisi. Non c’è un giorno preciso.
Non c’è una conferenza stampa in cui Anna annuncia: “Io me ne vado dalla televisione”. Le cose nella vita vera non funzionano quasi mai così. Sono passaggi graduali, scelte fatte un po’ alla volta. Si comincia a dire qualche no, si comincia a prendere qualche progetto teatrale invece di un programma in prima serata.
Si comincia a difendere il proprio tempo. È un giorno, senza che nessuno lo abbia veramente annunciato, ci si accorge che quella persona ha cambiato strada e più o meno quello che succede con Anna nel corso degli anni 90. continua a essere presente, sia chiaro, e continua a comparire in televisione anche in seguito, ma il baricentro della sua vita artistica si sposta e si sposta verso un luogo che per molti sembrava un passo indietro, mentre invece per chi conosceva davvero il mestiere era un passo enorme in avanti.
Quel luogo era il teatro. Qui dovete fare uno sforzo, soprattutto se non avete frequentato molto le sale teatrali. Per un’attrice che viene dalla televisione, scegliere il teatro è una cosa diversa da quello che si potrebbe pensare. Non è più facile, è enormemente più difficile. In televisione ti aiuta tutto, il montaggio, la regia, gli stacchi, gli effetti, la possibilità di rifare una scena.
In teatro? No, in teatro. Tu sei lì in piedi davanti a centinaia di persone che ti guardano in faccia. Non puoi tagliare, non puoi rifare. Se ti dimentichi una battuta, sono cavoli tuoi. Se la sera sei stanca devi nasconderlo. Se in sala c’è qualcuno che tossisce, devi tenere lo stesso il filo del discorso.
E poi c’è la grande differenza dei numeri. In televisione se ti vedono 5 milioni di persone è una serata normale. In teatro se ti vedono 500 persone è un teatro pieno. Numeri minuscoli in confronto, soldi minori, fatica maggiore. Eppure Anna sceglie quella strada. E qui torna la nostra seconda grande domanda.
Vi ricordate? Perché un artista al massimo del successo televisivo che avrebbe potuto restare nel salotto di mezza Italia per sempre decide di prendere la strada più dura? Le risposte possiamo provare a immaginarle. E qui mi permetto un piccolo ragionamento che vi presento per quello che è un ragionamento, non un’intervista mai concessa. La prima risposta è il mestiere.
Anna era stata formata all’accademia. Era una donna di teatro fin dalla radice. Era cresciuta sapendo che il vero banco di prova di un attore è il palcoscenico. La televisione era stata uno strumento meraviglioso, ma il teatro era a casa. E a un certo punto, dopo anni passati altrove, si torna a casa.
La seconda risposta riguarda la libertà. In televisione, anche quando sei la più amata, devi rispondere a mille esigenze. Gli orari, gli ascolti, gli sponsori, il pubblico generalista. In teatro, soprattutto in certi teatri, sei più libera. Puoi affrontare testi difficili, puoi parlare di temi che la televisione non ti lascerebbe sfiorare, puoi essere semplicemente più te stessa.
E poi c’è la terza risposta, forse la più importante. La vita. Ricordatevi, in questi stessi anni Anna è anche madre e il teatro, per quanto faticoso, ha un vantaggio enorme rispetto alla televisione, a un calendario diverso. Una tourée, certo, porta via da casa, ma ci sono mesi in cui non lavori, ci sono pomeriggi tuoi, ci sono spazi per essere madre prima ancora che attrice.
Scegliere il teatro per una donna nella sua situazione poteva essere anche una scelta di vita, un modo per tenere insieme le cose, per non sacrificare tutto a una sola dimensione. Detto questo, e l’ho detto onestamente, restiamo nel terreno solido di quello che lei davvero fece. E quello che fece sul palcoscenico fu straordinario.
Anna porta in teatro spettacoli che sono in parte commedia, in parte monologo, in parte confessione. Costruisce serate intere che si reggono sulle sue spalle. Sola in scena, davanti a un pubblico silenzioso, racconta storie di donne, storie di vite ordinarie, storie di solitudini, di amori sbagliati, di piccole e grandi disperazioni quotidiane.
E in mezzo sempre l’ironia, la risata che spunta proprio nel momento in cui non te l’aspetti e ti salva. Chi è andato a vederla in quegli anni racconta una cosa precisa, che entravi in sala pensando di andare a vedere la marchesini del trio, quella delle imitazioni, quella delle facce buffe, e uscivi due ore dopo con gli occhi lucidi, scossi commossi, perché Anna in teatro non faceva la Marchesini, faceva l’attrice tutta intera.
E qui scoprivi che dietro la grande comica c’era una grande tragica, una donna che capiva il dolore, che lo sapeva mettere in scena con una pudicizia, una delicatezza, una verità che non aveva paragoni. Perché sapete una cosa, i grandi comici quasi sempre sono persone che il dolore lo conoscono molto bene.
La comicità vera non nasce dalla leggerezza, nasce dal suo opposto. Nasce da chi ha guardato l’abisso e ha deciso, per scelta, per gentilezza verso il prossimo, di trasformarlo in una risata. Quelli che ridono per primi dentro hanno spesso pianto a lungo. Anna era così. La sentivi vedendola in teatro. La sentivi anche quando faceva ridere a crepapelle.
E mentre il suo lavoro teatrale cresce anno dopo anno, lei comincia anche a scrivere. Ed è qui che ci avviciniamo al terzo dei nostri enigmi, vi ricordate? quello del libro della porta socchiusa, perché Anna a un certo punto della sua vita prende la penna, scrive, pubblica e lo fa non per moda, non per cavalcare il successo televisivo, ma perché ha qualcosa da dire che nel palcoscenico nello schermo possono dire fino in fondo.
I suoi testi non sono romanzetti scritti tanto per, sono pagine vere. Pensate con cura, scelte parola per parola, lavorate come si lavora un buon teatro e hanno una caratteristica che li rende speciali. Sono pieni di lei. Più di qualunque intervista che non concesse mai, più di qualunque foto rubata che non ci fu, più di qualunque confessione mancata.
Nei suoi scritti Anna parla di donne, parla del tempo che passa, parla del corpo che cambia, parla dell’amore, della solitudine, della famiglia, del mestiere di vivere e parla soprattutto di quella domanda enorme che ognuno di noi prima o poi deve farsi: “Chi sono io davvero quando spengo le luci e resto solo con me stesso? Sono pagine che chi le ha lette con attenzione ricorda con tenerezza”.
Perché in quelle pagine si sente la voce di una donna che ha pensato tanto, una donna che non si è limitata a vivere, ma ha cercato di capire quello che le succedeva intorno. E qui possiamo dare la prima parte della risposta al nostro terzo enigma. Cosa nascondeva dietro la sua porta sempre chiusa una donna così riservata? Non nascondeva scandali, non nascondeva segreti torbidi, non nascondeva attenzione, niente di sensazionale.
Quello che proteggeva dietro quella porta era qualcosa di molto più semplice e di molto più prezioso. Era la sua interiorità. Era la stanza in cui si pensa, in cui ci si interroga, in cui si soffre, in cui si ama. La stanza in cui ognuno di noi, se è fortunato, ha il diritto di restare solo con se stesso.
Anna ci entrava da sola e quando aveva qualcosa di importante da raccontare lo faceva alla sua maniera, non attraverso il pettegolezzo, attraverso l’arte, attraverso i suoi monologhi, attraverso i suoi libri. Per chi voleva conoscerla davvero, le tracce c’erano tutte, solo che bisognava cercarle dove lei le aveva messe, non sui giornali, ma nelle pagine dei suoi scritti, nelle parole dei suoi personaggi.
Era un patto raffinato quello che proponeva al pubblico. Vi do tutto quello che conta, ma dovete venire a prenderlo voi dove io ho scelto di metterlo. Non vi farò il lavoro al posto vostro. Non vi servirò la mia anima su un vassoio. Se mi volete conoscere, fate un piccolo sforzo. Leggetemi, ascoltatemi, guardatemi mentre recito. È tutto lì.
In tutti questi anni, intanto, l’amicizia con Tullio Solenghi e Massimo Lopez non si è mai spezzata davvero. Questa, lasciatemelo dire, è una delle cose più belle di tutta la sua storia. Perché nel mondo dello spettacolo, di solito quando un gruppo si scioglie succede di tutto. Liti, gelosie, processi, anni di silenzio, frasi cattive lasciate cadere in qualche intervista.
È quasi un copione obbligato. Loro tre no. Loro tre, anche quando le strade si sono divise, anche quando ognuno ha cominciato a fare la sua carriera personale, sono rimasti legati, si volevano bene, si sono sempre voluti bene e lo si è visto chiaramente in molte occasioni successive, quando sono tornati a riunirsi ogni tanto per omaggi, per serate speciali, per piccoli ritorni.
Lo si è visto soprattutto in come hanno parlato di lei dopo i suoi due compagni di viaggio, con una tenerezza che non si finge, forse perché si erano scelti per amicizia prima che per affari. Forse perché tutti e tre in modi diversi erano persone serie, forse semplicemente perché si capivano. E quando ti capisci con qualcuno fino in fondo gli vuoi bene per sempre, anche se la vita poi vi porta su strade diverse.
Mentre noi guardiamo Anna teatrale, Anna scrittrice, Anna madre, Anna amica fedele dei suoi due fratelli artistici, c’è qualcosa sullo sfondo che comincia a farsi sentire. qualcosa di piccolo all’inizio, un fastidio, una rigidità, una difficoltà in un movimento che prima era automatico. Qualcosa che lo sappiamo oggi era l’inizio di una lunga battaglia, perché a un certo punto della sua vita Anna Marchesini si ammala, si ammala di una di quelle malattie che non fanno rumore, che non ti uccidono in fretta, ma ti
accompagnano per anni, che ti tolgono un pezzettino alla volta proprio le cose che ami di più. E ad Anna questa malattia comincerà a togliere proprio quello su cui aveva costruito tutto, il corpo, la voce. le mani, la faccia di gomma capace di diventare chiunque. Come reagisce una donna così a una notizia così? Quello che fece e che ci ha lasciato in eredità è una delle pagine più alte di dignità che lo spettacolo italiano ricordi e merita di essere raccontato con calma, con rispetto e senza nessuna esagerazione,
perché la verità in questo caso è già più potente di qualunque cosa si possa inventare. La malattia che entra nella vita di Anna Marchesini si chiama artrite reumatoide. Voglio fermarmi un attimo su questo nome perché molti lo conoscono solo vagamente e capirlo davvero ci aiuta a capire la grandezza di quello che lei fece negli ultimi anni.
L’artrite reumatoide non è semplicemente avere male alle ossa, come a volte si pensa. È una malattia in cui il sistema di difesa del corpo, quello che dovrebbe proteggerci, si confonde e invece di attaccare i nemici comincia ad attaccare il corpo stesso, in particolare le articolazioni, le mani, i polsi, le dita, le ginocchia. è una malattia subdola, va e viene.
A giorni buoni e giorni terribili, ti gonfia le articolazioni, te le irrigidisce, te le deforma lentamente, ti dà un dolore che chi non l’ha provato fatica perfino a immaginare e soprattutto ti porta via un pezzo alla volta la cosa più semplice e più preziosa del mondo, il movimento. Ora pensate a chi era Anna, pensate a cosa significava per lei il corpo.
Per la maggior parte di noi il corpo è importante, certo, ma per un’attrice come lei era tutto. Era lo strumento, era il violino con cui suonava la sua musica. La sua arte si reggeva sulla mobilità del viso, sull’agilità delle espressioni, sulla precisione della voce, sul controllo assoluto di ogni muscolo.
Ricordate la bambina di Orvieto che plasmava la propria faccia come Creta. Ricordate la giovane dell’accademia che aveva allenato ogni fibra del proprio corpo? Ecco, quella malattia attaccava esattamente quello, il suo strumento, la sua creta, il suo violino. È difficile immaginare una beffa più crudele, una delle facce più mobili ed espressive che la comicità italiana abbia mai avuto colpita proprio nella sua mobilità.
Le mani di un artista che con le mani raccontava, attaccate proprio nelle mani. E qui, di solito, in una storia ci si aspetta il crollo, la depressione, il ritiro, l’amarezza. sarebbe stato umanissimo, sarebbe stato comprensibile da parte di chiunque. Anna fece qualcosa di diverso. E adesso voglio dirvi una cosa con grande onestà, perché su questo punto è importante non drammatizzare oltre la verità.
Non possiamo entrare nella testa di Anna. Non sappiamo giorno per giorno cosa abbia provato, quante notti abbia pianto in silenzio, quanta paura abbia avuto. Quello sarebbe rimasto anche stavolta nel suo giardino segreto. Non concesse interviste strappalacrime sulla sua malattia, non ne fece fino in fondo uno spettacolo.
Ma una cosa la possiamo dire perché documentata e perché la videro tutti. Anna continuò a lavorare. Continuò a salire sul palcoscenico anche quando il corpo le diceva di no. Continuò a portare i suoi spettacoli in teatro, continuò a scrivere, a creare, a esserci. E lo fece adattando la sua arte alla sua nuova condizione, invece di arrendersi.
Provate a immaginare cosa significa. Significa che ogni sera, prima di entrare in scena, doveva fare i conti con un corpo che non rispondeva più come prima. Significa che movimenti che un tempo le venivano naturali, ora richiedevano sforzo, concentrazione, forse dolore. Significa che doveva reinventare il proprio modo di stare sul palco e lo faceva sera dopo sera.
C’è una parola per tutto questo. È una parola che si usa spesso a sproposito, ma che qui calza perfettamente la parola e dignità. Anna affrontò la malattia con una dignità che lasciava senza parole chi le stava vicino. Non si lamentò pubblicamente, non cercò compassione, non trasformò la sua sofferenza in un trofeo da esibire, la portò dentro in silenzio e continuò a fare quello che aveva sempre fatto, dare, dare arte, dare risate e dare emozioni al suo pubblico.
In questo, lasciatemelo dire, c’è un insegnamento che va molto oltre il mondo dello spettacolo. Tutti noi, prima o poi nella vita incontriamo qualcosa che ci porta via un pezzo di quello che eravamo, una malattia, un lutto, un fallimento, un cambiamento che non avevamo scelto e in quel momento abbiamo davanti due strade.
Possiamo fermarci e maledire la sorte, oppure possiamo fare come Anna, adattarci, reinventarci, continuare a dare quello che ancora possiamo dare. Lei scelse la seconda strada senza proclami, senza fare la lezione a nessuno, semplicemente vivendo. E qui torniamo per un momento alla sua scrittura, perché è proprio negli anni della malattia che i suoi scritti acquistano una profondità ancora maggiore.
C’è chi dice che certe sue pagine lette oggi, alla luce di quello che stava vivendo, abbiano un significato diverso, più intenso, più nudo. Su questo voglio essere prudente perché siamo nel campo dell’interpretazione, non dei fatti certi. Non possiamo sapere con sicurezza quanto di quelle pagine fosse autobiografia diretta e quanto fosse invenzione, costruzione, personaggio.
Anna era un artista e gli artisti trasformano la propria esperienza, non la fotocopiano. Quindi prendete questo come una suggestione, non come una verità documentata. Leggere oggi i suoi scritti, sapendo cosa stava attraversando, fa un effetto particolare. Si sente, o forse crediamo di sentire una donna che fa i conti con il tempo, con il corpo, con la fragilità e che lo fa fino all’ultimo con ironia e con grazia.
In tutti questi anni, intanto, Anna non smette mai del tutto di essere presente nella vita degli italiani. Torna in televisione ogni tanto partecipa a progetti, si riunisce in qualche occasione speciale ai suoi due compagni di sempre, Solenghi e Lopez, e ogni volta che lo fa il pubblico l’accoglie con un affetto che si è solo rafforzato negli anni, perché c’è una cosa bellissima nel modo in cui gli italiani la ricordavano, non l’avevano dimenticata, non era diventata un nome del passato, era rimasta nel cuore della gente. come
una di famiglia, una di quelle persone che hai visto crescere, invecchiare, cambiare e che continui a voler bene proprio perché l’hai vista attraverso il tempo. E poi arriva il 2016. Permettetemi di rallentare qui perché stiamo arrivando alla parte più difficile di questo racconto e voglio attraversarla con il rispetto che merita.
Anna Marchesini muore il 30 luglio del 2016. Aveva 62 anni, 62 anni. Fermatevi un attimo su questo numero. È poco, è pochissimo. È l’età in cui molte persone finalmente cominciano a godersi un po’ la vita. è un’età in cui dovrebbe esserci ancora tanto davanti e invece per lei era già il momento dei saluti. La notizia quel giorno d’estate colpisce l’Italia come un pugno e estate fa caldo la gente in vacanza la mente e altrove.
E all’improvviso dai telegiornali, dai giornali, da quelli che allora erano i social network appena nati, arriva quella frase secca, impossibile da addolcire. È morta Anna Marchesini. E succede una cosa interessante, una cosa che racconta meglio di mille parole chi era stata per il paese. La gente non reagisce come si reagisce di solito alla morte di un personaggio famoso.
Non c’è solo il rispetto formale, il comunicato di circostanza. C’è dolore vero, dolore personale. Migliaia di persone scrivono, raccontano i loro ricordi. La guardavo da bambino con mia nonna. Mia madre faceva le sue imitazioni a tavola, riso fino alle lacrime con il trio. L’ho vista a teatro e sono uscito commosso.
Storie private, piccole e intime. La prova che Anna non era stata solo un’attrice da guardare, era stata una presenza dentro la vita delle famiglie, una compagna delle domeniche, una voce di casa e i suoi due compagni di sempre, Tullio Solenghi e Massimo Lopez. Qui dobbiamo essere delicati. Le loro parole esatte, i loro pensieri di quei giorni appartengono a loro.
Ma è documentato ed è sotto gli occhi di tutti il modo in cui hanno reagito, con un dolore profondo, sincero da fratelli, non da ex colleghi, da fratelli, perché tale era stato per loro quel legame nato anni prima e mai veramente spezzato. Avevano perso una parte di sé. una parte della loro giovinezza, della loro storia, della loro famiglia artistica.
E negli anni successivi, ogni volta che hanno avuto occasione di parlare di lei, lo hanno fatto sempre allo stesso modo, con tenerezza, con ammirazione, con quel velo di malinconia che resta quando si parla di qualcuno che ci manca davvero. Permettetemi adesso di riprendere il filo dei nostri tre enigmi perché è arrivato il momento di chiuderli.
Ve li ricordate? Erano le tre domande con cui abbiamo cominciato questo viaggio e avevo promesso che alla fine a tutte e tre avremmo dato una risposta. La prima domanda era questa: perché una donna così amata non si lasciò mai conoscere fino in fondo? Adesso possiamo rispondere con sicurezza perché aveva capito una cosa che pochi nel suo mondo hanno capito.
Aveva capito che la fama è una cosa e la persona è un’altra. Che puoi regalare al pubblico la tua arte tutta intera senza per questo regalargli anche la tua intimità. Anna tenne separate le due cose con una coerenza ferrea, diede al pubblico tutto il suo talento e tenne per sé la sua vita. Non per egoismo, ma per proteggere ciò che di più umano e fragile ognuno di noi possiede, il proprio mondo interiore.
In un’epoca che cominciava a divorare la privacy di chiunque fosse famoso, lei difese la propria e lo fece con eleganza, senza mai aggredire nessuno, semplicemente restando padrona di sé. La seconda domanda era: “Perché un artista all’apice del successo televisivo scelse la strada più dura del teatro?” E anche qui ormai abbiamo la risposta, perché era un’artista vera e gli artisti veri inseguono la verità, non la comodità, perché il teatro le dava libertà, profondità e la possibilità di essere intera. perché probabilmente le
permetteva anche di tenere insieme i pezzi della sua vita di donna e di madre. Scelse la difficoltà perché dentro quella difficoltà c’era qualcosa che valeva di più del successo facile. C’era la sua dignità di artista. Resta la terza domanda, la più profonda, quella della porta socchiusa. Cosa nascondeva davvero dietro tutto quel riservo? E qui, prima di darvi la risposta finale, voglio fermarmi un’ultima volta, perché la risposta a questa domanda è anche, in un certo senso, la risposta a una domanda che riguarda tutti noi e
vale la pena di prendersi il tempo per dirla bene, allora la porta socchiusa. La terza domanda: cosa nascondeva dietro tutto quel riservo Anna Marchesini? E adesso posso dirvelo, dopo tutto questo viaggio insieme non nascondeva niente di scandaloso, niente di torbido, niente di quello che il pubblico in fondo, vorrebbe sempre trovare dietro le porte chiuse dei famosi.
Dietro quella porta c’era semplicemente una persona, una donna intera, con le sue paure, i suoi amori, i suoi pensieri sulla vita e sulla morte, le sue notti insonni, la sua tenerezza per la figlia, il suo dolore per un corpo che lentamente la tradiva, c’era insomma tutto quello che c’è dietro la porta di chiunque di noi.
E qui sta la lezione più bella che ci lascia. Anna ci ha insegnato che si può essere generosissimi e riservatissimi allo stesso tempo, che dare tanto non significa dare tutto, che proteggere il proprio mondo interiore non è freddezza, ma rispetto. Rispetto per sé e in fondo anche per gli altri, perché pensateci, viviamo in un’epoca in cui sembra che esistiamo solo se ci mostriamo, in cui ogni emozione va fotografata.
raccontata, condivisa, in cui il silenzio sulla propria vita privata viene quasi vissuto come una mancanza, come qualcosa di sospetto. E in mezzo a tutto questo rumore la figura di Anna Marchesini sembra arrivare da un altro pianeta, da un pianeta in cui valeva ancora la regola antica e bellissima, per cui ci sono cose che si tengono per sé, non per nasconderle, ma perché sono troppo preziose per essere date in pasto a tutti.
Anna ci ha mostrato che si può essere amati da milioni di persone senza svendere la propria anima, che la vera intimità non si grida, si sussurra semmai a chi ne è degno e che un artista può lasciare al mondo qualcosa di immenso, risate, emozioni, pensieri, pur tenendo per sé il cuore della propria vita. Ecco perché la sua porta era solo socchiusa, non chiusa a chiave, badate bene.
Socchiusa perché lei qualcosa lo dava e lo dava davvero nei suoi monologhi, nei suoi libri, nei suoi personaggi pieni di umanità. Chi voleva conoscerla poteva farlo. Doveva solo accettare le sue regole, cercarla lì dove lei aveva scelto di mettersi, non sui giornali di gossip, ma nella sua arte. E adesso voglio tornare per un momento a quell’immagine con cui abbiamo cominciato tutto.
Vi ricordate quella donna dietro le quinte con gli occhi chiusi un attimo prima di entrare in scena, quella che in 30 secondi diventava 100 donne diverse, la vecchia signora, la professoressa, la cantante, la contadina, la sciuretta milanese. Adesso quella scena la vediamo con occhi diversi, vero? Perché ora sappiamo che ognuna di quelle voci non era una maschera per nascondersi, era al contrario un modo per amare il mondo.
Ogni volta che Anna diventava qualcun altro, stava in realtà dicendo: “Guardate, vi ho ascoltati, vi ho visti, ho fatto attenzione a voi, alle vostre voci, ai vostri tic, alle vostre piccole grandi fragilità e ve le restituisco con affetto perché in fondo siamo tutti un po’ ridicoli e tutti un po’ commoventi.” Quella bambina sul sagrato del Duomo di Orvieto, che raccoglieva le voci della sua città, come si raccolgono i fiori, non ha mai smesso di farlo per tutta la vita.
Ha continuato a raccogliere anime e a restituirle trasformate in arte al suo pubblico fino all’ultimo, anche quando il corpo non l’aiutava più, anche quando ogni gesto le costava fatica. È forse questo il vero ritratto di Anna Marchesini? Non quello che potete trovare in una foto, ma questo, una donna che ha passato la vita ad ascoltare gli altri con un’attenzione rarissima e a tenere per sé gelosamente il diritto di essere ascoltata solo quando lo decideva lei.
Oggi quando passate per Orvieto e se non ci siete mai stati, ve lo ripeto, andateci, alzate gli occhi verso quella rupe d’oro sospesa tra il cielo e la valle, pensate che da lì è partita una bambina silenziosa con un orecchio prodigioso. Pensate che da quel sagrato, da quelle chiacchiere di donne dopo la messa, è nata una delle artiste più amate che l’Italia abbia avuto.
E pensate che in fondo una parte di lei è ancora lì, nelle voci della gente comune, nelle imitazioni che le famiglie ancora si tramandano, nelle risate che ogni tanto, riguardando i suoi vecchi spettacoli, tornano a riempire i salotti perché i grandi artisti non muoiono mai del tutto. Restano nelle cose che hanno fatto, restano nelle persone che hanno fatto ridere e commuovere, restano in quel patrimonio invisibile di emozioni che si passa da una generazione all’altra senza nemmeno accorgersene.
Un nonno che fa ridere un nipote ripetendo una vecchia battuta. Una madre che imita una voce sentita in televisione tanti anni prima. E in quel momento, anche se nessuno lo dice, Anna è di nuovo lì. Voglio chiudere con un pensiero, un pensiero che in fondo è il vero motivo per cui ho voluto raccontarvi questa storia.
Anna Marchesini ci ha lasciato due cose preziose. La prima è facile da vedere, le risate, le imitazioni, i personaggi, gli anni d’oro del trio, le serate passate a ridere insieme. Questa eredità la conosciamo tutti, ma c’è una seconda cosa più nascosta e forse ancora più importante, è un modo di stare al mondo, quello di una persona che ha dato tutto sul palcoscenico e niente al pettegolezzo, che ha affrontato la malattia con dignità invece che con lamento, che ha protetto la propria intimità come un tesoro in un mondo che insegnava a
svenderla, che ha continuato a creare e a dare fino all’ultimo respiro senza mai chiedere compassione in cambio. In un certo senso Anna ci ha lasciato una domanda, la stessa che lei probabilmente si è fatta tutta la vita, e la lascio adesso a voi perché ve la portiate con voi quando questa storia sarà finita.
Quanto di noi stessi dobbiamo davvero agli altri e quanto invece abbiamo il diritto di tenere per noi? Anna una risposta l’aveva trovata. Diceva: “Vi do la mia arte tutta intera e tengo per me la mia anima”. Forse non è la risposta giusta per tutti. Forse ognuno deve trovare la sua, ma è una risposta nobile, una risposta da donna libera, una risposta che in mezzo al frastuono dei nostri tempi ha ancora qualcosa di profondamente coraggioso.
Era una bambina che ascoltava le voci del suo paese, diventò una donna che fece ridere e commuovere un’intera nazione e rimase fino alla fine padrona del proprio silenzio. Questa è stata Anna Marchesini, la donna dalle 100 voci che ne tenne sempre una la più vera solo per sé. È forse proprio per questo che ancora oggi continuiamo a volerle così tanto bene.