Alessandro Manzoni — L’uomo che aveva paura delle pozzanghere

Milano, 7 marzo 1785.  Nasce un bambino che viene battezzato con quattro nomi. Alessandro, Francesco, Tommaso, Antonio. Quattro nomi, come se i genitori volessero compensare  con la quantità quello che non riuscivano a dargli in altro modo. Il  padre legittimo si chiama Pietro Manzoni, nobile lombardo di mezza tacca.

Ma c’è  un segreto che circola tra gli studiosi e che oggi la maggior parte di loro dà per certo. Pietro non è il vero padre di Alessandro. La madre  Giulia Beccaria aveva una relazione con Giovanni Verri, fratello dei celebri Pietro e Alessandro  Verri, fondatori della rivista illuminista Il Caffè, prima, durante e dopo  il matrimonio.

Giovanni Verri, con ogni probabilità era il padre naturale del futuro  autore dei Promessi Sposi. Non lo sapremo mai con certezza, ma è uno di quei segreti  che cambiano il modo in cui si guarda tutto il resto. La madre Giulia era figlia  di Cesare Beccaria, il filosofo di dei pene.

Il testo che aveva scosso la coscienza giuridica dell’Europa. Un nonno straordinario che Alessandro incontrerà pochissime volte. Beccaria muore quando il nipote ha 9 anni. Il matrimonio tra Giulia  e Pietro è un disastro dall’inizio. Si separano quando Alessandro ha 6 anni  e Giulia, brillante, insofferente, ribelle, fa una cosa che oggi chiameremmo  imperdonabile.

Se ne va a Parigi col suo amante e lascia il figlio indietro. Alessandro viene affidato prima a una contadina di Galbiate, poi  spedito al collegio dei somaschi di Merate. E qui inizia una storia che i biografi raccontano raramente.  Al collegio il piccolo Alessandro viene preso di mira dai compagni.

Lo deridono per la balbuzie, perché sì, Manzoni era balbuzziente fin da bambino,  un difetto che non lo abbandonerà mai. L’unica consolazione è rinchiudersi  in camera scrivere versi. Quella solitudine precoce lascerà un segno permanente, non solo nell’anima, ma nel corpo, come vedremo. C’è una versione di Alessandro Manzoni che i libri di testo non mostrano mai, la versione che esiste tra i 16  e i 20 anni.

Uscito dai collegi, Alessandro vive con il padre anziano, alternando la tenuta di Caleotto alla vita di città. E la vita di  città per un giovane nobile milanese di belle speranze a inizio 800 significava una cosa:  divertirsi. Il futuro simbolo morale dell’Italia era un abituè del ridotto del teatro alla Scala, dove giocava d’azzardo con regolarità.

smise solo perché il poeta Vincenzo  Monti, di cui era un ammiratore quasi ossessivo, lo rimproverò duramente. Un rimprovero dal suo idolo  valeva più di qualsiasi ragionamento morale. È anche l’epoca del primo amore. Si chiama Luigia Visconti,  è sorella del letterato Hermes Visconti ed è di una bellezza che lascia  Alessandro senza parole.

Il problema è che Alessandro, quando è di fronte a lei, resta davvero senza  parole. Balbetta la guarda, trascorre interi pomeriggi  in sua compagnia senza mai dichiararsi. Quando Luigia si trasferisce a Genova, lui decide finalmente di agire. Parte, arriva  a Genova e scopre che nel frattempo lei ha sposato il marchese Giancarlo Di In una lettera all’amico Claude Foriel, Alessandro  confessa il dolore, il rimpianto, la certezza di essersi mosso troppo tardi.

È una lettera  che suona stranamente familiare a chiunque abbia mai perso qualcuno per non aver parlato in tempo. Nel frattempo il padre lo spedisce a Venezia, sperando che un soggiorno lontano da casa lo rimetta in riga. A Venezia Alessandro conosce Isabella Albrizzi, la celebre salonnier  che era stata musa di Ugo Foscolo e si consola corteggiando una signora veneziana di 35 anni,  il doppio della sua età.

La retta via dovrà aspettare.  Nel 180 Alessandro raggiunge finalmente la madre a Parigi a 20 anni e quella che avrebbe dovuto essere una liberazione diventa  qualcosa di molto più complicato. Parigi è la città di Napoleone, degli ideolog, dei salotti dove si  discute di ragione e di progresso.

Alessandro frequenta tutto questo con avidità intellettuale. Incontra Giulia Beccaria che vive col suo compagno Carlo Imbonati. Quando Imbonati muore, Alessandro gli dedica un ode che gira tra gli intellettuali parigini e gli guadagna i complimenti di Vincenzo Monti, lo stesso che  lo aveva sgridato per il gioco d’azzardo.

Ha 20 anni e sta trovando la sua voce. Ma Parigi fa anche un’altra cosa con lui, qualcosa che  nessuno si aspettava e che cambierà tutto. Il 2 aprile 1810 è una data che nessun manzonista dimentica,  ma la storia vera di quel giorno è più oscura di come viene raccontata a scuola. Parigi celebra le nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, la pla, la stessa piazza dove 20 anni prima era caduta la testa di Luigi XV sotto la ghigliottina.

>>  >> è gremita di folla, scoppiano i petardi, la calca si fa incontrollabile ed Enrichetta,  la moglie di Manzoni, sviene tra le sue braccia. Quello che  succede dopo non è la conversione mistica che i libri di testo descrivono. È un attacco di panico così violento che Manzoni non riesce a muoversi, non riesce a pensare.

Si rifugia nella  chiesa di San Rock, non per devozione, ma per disperazione. Cerca un posto  dove respirare e lì, in quella chiesa, qualcosa accade, qualcosa che non sapeva ancora nominare, ma che non lo avrebbe mai più lasciato. Quel giorno segna due cose insieme. La nascita della fede manzoniana e la nascita dell’agorafobia, la paura degli spazi aperti, delle folle, del vuoto, una paura che non lo abbandonerà più per il  resto della vita.

Da quel Manzoni non uscirà mai più da  solo. Enrichetta stessa confessa in una lettera: “La salute incostante del mio caro Alessandro è anche la causa del poco tempo che posso avere per me,  perché le angosce nervose che prova non gli permettono di restar solo un momento.” Un secondo attacco di panico documentato lo coglie qualche anno dopo nella  bottega di un libraio milanese.

Stava sfogliando libri quando arrivò la notizia della sconfitta di Napoleone a Waterlaw. Il crollo di Napoleone significava per lui il crollo delle speranze  risorgimentali dell’Italia. Il panico futale che dovette uscire di corsa. Bisogna capire una cosa per non fraintendere Manzoni. Le sue fobie non erano debolezza,  erano la forma che prendeva nel suo corpo una mente che funzionava a un’intensità fuori dal comune.

Soffriva di agorafobia, di attacchi di panico, di ceraunofobia, la paura patologica dei tuoni. Quando si avvicinava a un temporale si chiudeva in camera, non camminava mai sul suolo bagnato, evitava le passeggiate dopo la pioggia, si rifiutava di calpestare pozzanghere. Questa fobia è documentata nelle testimonianze di chi lo frequentava  e analizzata nel saggio Genio e follia in Alessandro Manzoni,  pubblicato nel 1898.

L’uomo che stava costruendo la lingua di una nazione aveva paura delle pozzanghere. Chi andava a trovarlo nel salotto di via del Morone  osservava sempre la stessa cosa strana. Accanto alla sua poltrona c’era sempre  una sedia vuota. Non era per gli ospiti, era la sua ancora.

Manzoni poggiava il braccio su quella sedia  perché aveva la sensazione costante, erano parole sue, di essere sul bordo di un abisso. La sedia era ciò che lo teneva ancorato alla terra. Eppure quest’uomo, terrorizzato dalle pozzanghere  scriveva di provvidenza divina con sicurezza assoluta. Quest’uomo che non riusciva ad attraversare una piazza costruiva romanzi in cui i personaggi attraversavano pestilenze, guerre, carestie.

La fede che abbraccia dopo il 1810 non è quella dei devoti  tranquilli, è una fede ragionata, sofferta, quasi conquistata a  forza. I suoi maestri spirituali sono Blaz Pascal e Jacques Bossuet, pensatori che conoscevano il dubbio, non lo ignoravano  e le fobie stranamente non guariscono, si trasformano  in materiale narrativo.

L’innominato dei Promessi sposi, il Signore della guerra che crolla di fronte alla grazia, è anche il ritratto di un uomo che conosce molto bene cosa significhi essere in balia di forze più  grandi di sé. 1821.  Manzoni ha 36 anni. L’Italia è in fermento. I moti carbonari sono stati repressi nel sangue.

Napoleone è morto a Sant’Elena. L’Austria domina il nord con pugno di ferro e Manzoni riceve un libro dall’Inghilterra, Ivanot di Walter  Scott. lo legge e decide di fare qualcosa di simile, ma completamente  diverso. Scott usa la storia come sfondo pittoresco per vicende eroiche. Manzoni vuole usarla come protagonista  e soprattutto vuole mettere al centro non gli eroi, non i potenti, non i re, i poveri, i biseredati,  quelli senza nome.

La prima versione che chiama Fermo e Lucia, nomi provvisori assegnati dall’amico Hermes Visconti, è terminata nel settembre 1823, dopo 2 anni di scrittura  intensa. Ma Manzoni non è soddisfatto, non lo è quasi mai.  Esistono almeno quattro versioni sostanzialmente diverse del romanzo. Si racconta che fosse capace di fermare le rotative della tipografia per correggere una singola virgola, un’ossessione per la perfezione che oggi definiremmo perfezionismo patologico e che all’epoca  era semplicemente Manzoni. La questione

che lo tormenta più  di tutto non è la trama, è la lingua. In quale italiano scrivere un romanzo per tutti gli italiani quando un italiano comune  non esiste? La risposta arriva nel 1827. Va a Firenze,  ascolta come parlano le persone per strada, nei mercati, nelle botteghe, torna a Milano e riscrive  tutto da capo.

Poi ancora, ancora una volta. La versione definitiva esce tra il 1840  e il 1842 in Fascicoli dopo 21 anni dal primo abbozzo. 21  anni. Manzoni descriverà questo processo con una delle metafore più celebri della letteratura  italiana. Aveva risciacquato i panni in arno, aveva preso la sua lingua lombarda e l’aveva lavata nell’acqua del fiume  fiorentino.

L’immagine del lavandaio e del fiume è così precisa, così domestica, così lontana dal linguaggio accademico  che quasi fa sorridere. Ed è esattamente questo il punto. Manzoni cercava una lingua di tutti,  non dei letterati. Il successo fu tale da generare un fenomeno  chiamato manzonismo, una corrente che imitava il suo stile  e qualcuno spinse l’ammirazione fino a scrivere secque l’apocrifi del romanzo.

Continuazioni non autorizzate firmate da Antonio Balbiani e Luigi  Gualtieri. Il fan fiction esisteva già nell’800. In età avanzata Manzoni era solito confessare nel suo dialetto milanese: “Mico don son sempre sta intrigà”.  Con le donne sono sempre stato in qualche guaio. Lo diceva in dialetto, non in italiano letterario, l’uomo che aveva lavorato tutta la vita per costruire una lingua nazionale, come facevano del resto quasi  tutti i lombardi della sua epoca.

Enrichetta Blondel entra nella sua vita nel 1807.  Ha 16 anni, lui 22. È svizzera, protestante,  seria. Il matrimonio viene combinato dalla madre Giulia, ma Manzoni si innamora davvero  e la cosa si complica subito. Enrichetta è protestante, lui cattolico, almeno di nome. Quindi il matrimonio viene celebrato tre volte.

Prima con rito civile il 6 febbraio 1808. Poi con rito calvinista  lo stesso giorno. Infine, dopo la conversione di entrambi al cattolicesimo con rito cattolico  il 15 febbraio 1810. Tre cerimonie per due persone che si amavano davvero. Insieme avranno 10 figli. 10. E quando Enrichetta muore, il giorno di Natale del 1833,  dopo 25 anni di matrimonio, Manzoni cade in un lutto così devastante  che la Balbuzzi è già presente da bambino, si aggrava al punto da rendergli quasi impossibile parlare  in

pubblico. Si risposò nel 1837 con Teresa Borri, stampa, vedova anche lei. Il matrimonio fu combinato dall’amico scrittore Tommaso Grossi  che viveva in casa con Manzoni. Teresa era colta, spiritosa, estroversa e molto energica. >>  >> non andò d’accordo né con la suocera Giulia Beccaria né con Grossi che fu praticamente costretto  ad andarsene.

C’era chi malignava che avesse sposato Manzoni per amore verso lo scrittore, non verso l’uomo. Lui invece sembra che le fosse genuinamente affezionato. E poi arriva il dato più  difficile da scrivere. Sette dei suoi 10 figli morirono prima di lui. Tra loro Giulia, la figlia primogenita che aveva  sposato Massimo D’Azeglio, il politico a cui si attribuisce la frase più celebre del Risorgimento: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

Giulia morì nel 1834, subito dopo aver dato alla luce una bambina. Manzoni era il suocero di Dazeglio e darà anche un padre che stava imparando un lutto alla volta a sopravvivere  a chi amava. I Promessi Sposi sono il romanzo più letto e più  studiato della letteratura italiana, eppure hanno ancora i loro segreti.

Il personaggio dell’innominato, il signore della guerra che  si converte di fronte alla grazia, è ispirato a una figura storica reale, Francesco Bernardino Visconti, detto il Viscontino, un nobile lombardo del Seico,  noto per le sue violenze e per la sua successiva conversione religiosa. Manzone lo trasformò in qualcosa di universale, ma la radice storica  c’è e chi conosce la storia lombarda del 6ic la riconosce. E poi  c’è la peste.

I capitoli sulla grande peste milanese del 1630 non sono invenzione.  Manzoni aveva studiato le cronache dell’epoca con la meticolosità di uno storico. Il lazzaretto, i  monatti, le accuse agli untori, tutto documentato. Scrisse anche un’opera parallela destinata ad accompagnare il loro manzo come appendice.

La storia della colonna infame  in cui ricostruisce il processo a due presunti untori della peste del 1630,  condannati e giustiziati sulla base di confessioni storte con la tortura. È un’opera di accusa contro  l’ingiustizia giudiziaria che riecheggia direttamente il nonno Cesare Beccaria. Il cerchio familiare si chiude  a distanza di generazioni e poi c’è la domanda che ogni generazione di lettori si è posta.

Perché Manzoni, dopo i promessi sposi, non scrisse più narrativa.  Aveva ancora 20 anni di vita produttiva davanti a sé. La risposta  che lo studioso Paolo D’Angelo propone nel saggio “Le nevrosi di Manzoni” è inquietante. Manzoni  aveva paura di inventare. La sua attività creativa si interrompeva esattamente dove finiva la storia documentata e cominciava la fantasia pura.

Scrivere fiction significava muoversi senza la rete della realtà. E quella rete per una mente  ansiosa come la sua era insostituibile. Nel 1861  l’Italia si unisce finalmente. Manzoni ha 76 anni,  ha visto nascere il desiderio di unità, lo ha alimentato con la sua opera  e ora vede il sogno diventare realtà.

Lo nominano senatore del neonato Regno d’Italia. Ma c’è ancora un problema. L’Italia è unita politicamente,  non linguisticamente. Gli italiani si parlano ancora attraverso un mosaico di  dialetti reciprocamente incomprensibili. Il governo lo sa e sa chiamare.  Nel 1868 il ministro della pubblica istruzione Emilio Broglio chiede a Manzoni che ha 83 anni, è quasi sordo, vede astento  e ha già da tempo difficoltà a parlare, di presiere una commissione governativa sulla lingua nazionale. Manzoni accetta

e scrive  la sua relazione finale dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla. 83  anni, una commissione governativa. Non c’è niente come questo per capire  quanto fosse straordinaria la lucidità di quest’uomo. Va detto che non tutti erano d’accordo con lui.  Il grande linguista Graziadio Ascoli criticò la proposta con argomenti tecnici solidissimi.

La lingua non si decreta, si evolve. Aveva ragione dal punto di vista scientifico, ma Manzoni aveva ragione dal punto di vista storico. L’italiano che parliamo oggi, quello che  state ascoltando adesso, deve moltissimo alla scelta di usare i Promessi Sposi come modello nelle scuole italiane  per generazioni.

In un certo senso, tutti noi abbiamo  imparato a parlare con le parole di Manzoni 1873. Alessandro Manzoni ha 88  anni. Il 6 gennaio cade sulle scale della chiesa di San Fedele a Milano, durante  i funerali di un amico. Batte la testa. Per settimane rimane tra la vita e la morte. Muore il 22 maggio 1873.

Milano si ferma. I funerali raccolgono decine di migliaia di persone, i re mandano le condoglianze, i giornali di tutta Europa pubblicano necrologi. E  a Genova un compositore di 40 anni di nome Giuseppe Verdi, già famoso in tutta  Europa, rimane sconvolto dalla notizia. Verdi aveva incontrato Manzoni una sola volta nel 1868.

Era uscito da quell’incontro commosso come raramente nella vita. Quando Manzoni muore, Verdi  decide di fare qualcosa di definitivo. Compone la messa da Requiem in suo onore. La prima esecuzione avviene esattamente un anno dopo la morte, il 22  maggio 1874 nella chiesa di San Marco a Milano. Verdi la dirige personalmente.

È forse  il più grande omaggio mai reso da un artista a un altro artista. Non parole, non lapidi, la musica, qualcosa che attraversa il tempo  come solo il suono sa fare. C’è un ultimo dettaglio quasi impossibile da credere. Piero Manzoni,  l’artista concettuale del 9, noto per le sue lattine contenenti escrementi d’artista vendute a peso d’oro, affermava di essere discendente  di un ramo della famiglia del grande Alessandro.

Il contrasto tra i due manzoni è  forse il più vertiginoso dell’intera storia dell’arte italiana. Allora, avete sentito la storia di Alessandro Manzoni? non quella dei manuali scolastici,  ma quella dell’uomo, un uomo che aveva paura delle pozzanghere  e scriveva di provvidenza, un balbuzziente che ha dato una voce a milioni di italiani, un giocatore d’azzardo diventato il simbolo morale di una nazione, un agorafobico che non riusciva ad attraversare  una piazza e che pure ha attraversato la storia di un

intero paese. Le sue fobie erano  reali, i suoi lutti erano reali, la sua ansia era reale  e reale è la lingua con cui state ascoltando queste parole. Una lingua che lui con ostinazione quasi patologica ha cercato, trovato  e regalato a tutti. Non c’è niente di misterioso alla fine in Alessandro Manzoni.

C’è solo  qualcosa di più difficile da accettare del mistero. Un uomo complicato, impaurito,  geniale, fragile, un uomo che ha fatto cose grandi nonostante tutto, non grazie a tutto. Se ti è piaciuto questo video, iscriviti al canale ed attiva le notifiche per non perdere il prossimo appuntamento con i grandi classici. Sì.

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