Questa non è una storia di mostri venuti da lontano. Dimenticate i serial killer che si nascondono nel buio. Dimenticate lo sconosciuto che vi aspetta nel vicolo senza uscita. Oggi vi porto dritti nel cuore del male più puro, quello che si siede a tavola con te, quello che ha le chiavi della tua porta, che ti sorride e ti chiama per nome.
Oggi vi parlerò di Sara Scazzi. >> >> Siamo nel sud profondo, è l’estate del 2010. >> >> Ci troviamo ad Avetrana, un paese di poche migliaia di anime incastonato nella provincia di Taranto, un grummo di case basse e bianche aggrappate alla terra e bruciate da un sole che non concede tregua. Qui non ci sono grandi monumenti da fotografare, non ci sono piazze sfarzose o scorce da cartolina, ci sono solo distese infinite di ulivi secolari, campi di grano secco che si perdono all’orizzonte e il frinire continuo, martellante, quasi
assordante delle cicale. È un posto dove il tempo si trascina stanco, un universo immobile e chiuso, un paese in cui si vive di abitudini ferre, dove tutti sanno tutto di tutti. o almeno credono di saperlo. In questa estate rovente l’aria è pesante, si appiccica addosso, toglie il respiro e proprio sotto questa patina di noi normalità di provincia sta per aprirsi una voragine, una crepa invisibile che inghiotterà una famiglia intera e sconvolgerà l’Italia.
In mezzo a questa normalità sfissiante c’è lei, Sara, ha appena 15 anni, si trova esattamente in quell’età fragile in cui si è perennemente in bilico. Non sei più una bambina, ma il mondo degli adulti ti fa ancora paura. Ascolta la musica nelle cuffiette per isolarsi. Ama gli animali in modo incondizionato, riempie le pagine dei suoi diari sogni confusi e paure taciute.
Sara è un adolescente inquieta, ma in modo del tutto naturale, comune. Cerca disperatamente il suo spazio, sogna di lasciare quelle strade strette, vuole sentirsi grande, vuole scappare dalla monotonia e, come accade a tante ragazze, avverte un bisogno di affetto che le divora lo stomaco. Vuole un fidanzato, cerca attenzioni, cerca uno sguardo che la faccia sentire finalmente importante, unica.
La sua vita quotidiana è una ricerca costante di approvazione. A casa sua spesso l’aria è pesante, le dinamiche sono complesse e si sente sola. Una solitudine che fa un rumore assordante dentro la sua testa. cerca una via di fuga e crede, con tutta l’ingenuità dei suoi 15 anni, di averla trovata a pochi passi da casa sua.
A meno di 500 m di distanza c’è la villetta della famiglia Misseri. Lì vivono gli zii, agricoltori silenziosi, gente abituata a spezzarsi la schiena nei campi da una vita intera. E lì vive sua cugina Sabrina. Sabrina è più grande, lavora in casa, ha una sua apparente indipendenza. Per Sara quella casa non è una semplice abitazione di parenti, è un santuario.
È il luogo dove si sente finalmente viva, coccolata, ascoltata. Gli zii la trattano come se fosse una terza figlia. La cugina maggiore è il suo idolo assoluto, il suo modello da seguire, il suo ponte dorato verso la libertà dei grandi. Lì dentro Sara sperimenta i primi trucchi, ascolta i discorsi dei grandi, si sente protetta e invincibile, ma è una trappola, un’illusione ottica devastante.
Quello che sembra un rifugio sicuro, il porto calmo in cui ripararsi dalle tempeste interiori, è in realtà l’epicentro di un terremoto distruttivo. In questa casa valgono le regole del focolare. Quello che succede in casa resta in casa. È una regola non scritta che ha protetto per decenni segreti inconfezabili e tragedie silenziose.

E i misteri sembrano i perfetti custodi di questa normalità di facciata. Una famiglia che è all’apparenza funziona perfettamente. Ognuno ha il suo ruolo preciso, ognuno ha il suo spazio vitale, ma la rispettabilità è solo uno scudo. Dietro i sorrisi di circostanza, dietro le porte chiuse a chiave, le emozioni ristagnano e marciscono.
Nessuno lo vede, nessuno in tutta vetrana sospetta nulla. L’inganno dell’estate sta proprio in questa facciata granitica e rassicurante. L’immagine stereotipata di una famiglia del Sud unita che si fa forza a vicenda di fronte alle avversità, ma dietro le tapparelle abbassate per non far entrare la canicola di agosto, l’aria è viziata.
Si respirano dinamiche malate, invidia velenosa, gelosie inconfessabili, rancori che covano silenziosi sotto la cenere. La piccola Sara si muove su un campo minato senza avere la mappa. frequenta la cugina, divide con lei i segreti, le uscite serali, i silenzi pesanti. Non si rende conto che i legami di sangue possono trasformarsi in catene mortali.
Non ha alla malizia per capire che il male può indossare le ciabatte e guardare la televisione seduto sul divano accanto a lei. Questa è l’essenza stessa della tragedia che si sta consumando, il tradimento della fiducia primaria. Quando il pericolo viene da fuori puoi chiudere a chiave la porta, ma quando il pericolo è già dentro via di scampo.
La normalità è la maschera più spietata del male e ad Avetrana questa maschera è cucita perfettamente sui volti di persone assolutamente comuni. Lavoratori della terra, estetiste, donne di casa, persone che la domenica si siedono a tavola insieme e sorridono. I giorni di quell’agosto rovente si susseguono lenti, pesanti, identici l’uno all’altro, ma il conto alla rovescia è già iniziato, inesorabile.
La tensione in quella villetta si sta caricando come una molla difettosa pronta a scattare. Manca pochissimo al giorno che spezzerà per sempre la storia di questo paese in due, un prima e un dopo. Il sipario sta per alzarsi sull’orrore più impensabile e Sara, completamente ignara, sta per andare incontro al suo destino.
È il 26 agosto 2010, una mattina che si trascina pigra asfissiata da un caldo che toglie il fiato. Sara si sveglia nella sua camera. il suo piccolo rifugio tappezzato di postere. Nelle prime ore del giorno si percepisce una distanza anomala, una corrente fredda e silenziosa che la tiene lontana dalla cugina maggiore.
Non corre subito alla villetta degli zii, come le detta l’abitudine. Rimane a casa rinchiusa in una bolla domestica schermata dalle sue amate cuffiette. Butta giù un pasto frugale mangiando in piedi. Ha fretta di vivere, ha un’urgenza disperata ad ignorare i soliti rimproveri della madre.
Infila un paio di pantaloncini corti e una t-shirta rosa acceso. Butta i teli da mare in uno zainetto scuro. Ha un impegno importante. L’aspetta la spiaggia. >> >> I piani prevedono un incontro con Sabrina e una terza ragazza della loro comitiva. L’orologio segna a circa le 2:00 del pomeriggio. Sara oltrepassa la porta di casa, se la chiude alle spalle e inizia a camminare.
Fuori c’è il vuoto assoluto. C’è soltanto il sole spietato del meridione che arroventa l’asfalto e svuota i marciapiedi. Tra l’abitato degli scazi e la dimora dei misteri ci sono una manciata di passi, pochi isolati, un tragitto insignificante che la quindicenne ha consumato migliaia di volte.
500 m scarsi, una passeggiata di pochissimi minuti, ma Sara non solcherà mai il cancello di quella villetta. Alle 14:42 in punto il suo cellulare muore, si spegna per sempre, divorato dal nulla. In un anonimo snodo di provincia, in pieno giorno, una ragazza evapora senza lasciare un’impronta.
Il tempo inizia a dilatarsi, i minuti si trasformano in macigni. Sabrina aspetta davanti al suo uso. Il ritardo si trasforma prima in fastidio, poi muta in una tensione che le consuma i nervi. Tenta di rintracciare la cugina in modo compulsivo, digitando il suo numero per ben sette volte. L’apparecchio risponde ostinatamente con il gelo della segreteria telefonica.
La venenne esce per strada, scruta l’orizzonte, scorge suo padre Michele intento ad armeggiare in garage, attaccato all’abitazione, gli grida se per caso ha visto passare la ragazzina. L’agricoltore scuote la testa chiuso nel suo ostinato mutismo. Sul posto, nel frattempo, giunge la terza amica, Mariangela Spagnoletti.
Ed è in questo preciso istante che si innesca la prima anomalia, un tassello fuori posto che gli investigatori andranno a sezionare nei mesi successivi. Di fronte a Mariaangela, Sabrina esplode in una reazione totalmente sproporzionata. Non mostra il semplice disappunto per un ritardo di un quarto d’ora, un classico tra giovanissime.
La sua è un’agitazione feroce, febrile, fuori da ogni perimetro logico. Comincia a ripetere in maniera ossessiva che Sara deve essere stata presa con la forza, che l’hanno sicuramente portata via, che bisogna correre a chiamare le forze dell’ordine. >> Qualcuno ha preso Sara, l’hanno rapita. Tutto questo prima ancora di aver tentato una singola ricerca o aver battuto le strade vicine, Sabrina urla al sequestro prima ancora di avere la certezza di una reale sparizione.
Il panico si diffonde come un veleno. Sabrina compie il tragitto al contrario, quasi corrento. Si precipita verso l’abitazione di Concetta, la madre di Sara. Le sbatte in faccia la cruda realtà. Sara non si è mai vista. L’aria di colpo viene a mancare. Il terrore puro congela la madre, ma dura lo spazio di un secondo.
Poi subentra l’istinto quello viscerale. I genitori si buttano in macchina, iniziano a perlustrare disperatamente le vie deserte di Avetrana. Girano a vuoto, scrutano ogni anfratto, setacciano i muretti a secco e i bordi delle strade di campagna. inchiodano l’auto per interrogare i pochi anziani seduti fuori dalla porta o chiunque sfidi la canicola estiva.
Guardano nei bar, nelle piazze infuocate, il nulla più totale. Nessuno ha visto, nessuno sa niente. Questo grumo di case sembra avere inghiottito una quindicenne nel raggio di 1 km. Verso il tardo pomeriggio l’angoscia spinge la famiglia a varcare l’ingresso della caserma dei Carabinieri per spongere una formale denuncia.
Ma in quelle stanze, di fronte al dramma che si sta consumando, lo Stato mostra il suo lato più faraginoso, distaccato e burocratico. I tempi dell’estate si dilatano. Per le divise di province abituate a piccole beghe locali. Si tratta di ordinaria amministrazione. Archiviano il terrore cieco di una madre come un banale capriccio giovanile.
Ipotizzano nell’immediato la classica fuga da casa. tratteggiano il profilo di una ragazzina annoiata che progetta un allontanamento per cercare la fama e scappare dall’oppressione di un ambiente rurale ristretto, magari arrivano a insinuare: “Si tratta di una fuga volontaria con un uomo adulto, un predatore adescato tramite il computer.
Consigliano ai familiari di stare calmi, di tornare a casa, convinti che la ragazza cederà e tornerà sui suoi passi. Ma i genitori, i parenti stretti, non accettano questa avversione. Innalzano un muro invalicabile contro questa lettura superficiale. La fuga volontaria per chi conosce le dinamiche di quella casa non sta in piedi.
Sara non aveva soldi, non aveva preparato indumenti di ricambio e le modeste risorse economiche della famiglia sgretolano questa tesi. Se avesse voluto scappare per davvero per respirare aria pulita e farsi una vita, sarebbe saltato su un treno per Milano a cercare rifugio dal fratello maggiore Claudio. L’ipotesi del colpo di testa è vista come un affronto e tutto il gruppo familiare, compresa Sabrina, continua a respingere i sospetti battendo su un unico tasto.
È stata portata via con la forza. Mentre le autorità temporeggiano e le prime 24 ore evaporano inghiottite dal buio, la macchina del mistero si è inesorabilmente avviata. Avetrana si barrica in casa, si preparano a subire l’assalto delle telecamere. Nessuno immagina che le estenuanti per lustrazioni per le campagne siano uno sforzo inutile.
Non sanno che stanno cercando affannosamente il male venuto dall’esterno. Convinti di doversi difendere da un mostro sconosciuto. Non hanno minimamente intuito che la belva non ha mai oltrepassato il cancello e ha già colpito a morte dentro il suo stesso recinto. I giorni si consumano in modo inesorabile.
Avetrana ha smesso da un pezzo di essere un tranquillo angolo di provincia. Ora è un palcoscenico morboso, un vero e proprio set televisivo a cielo aperto, illuminato giorno e notte dai fari delle dirette. >> Gli ho detto questa ragazza cosa ci fa a quest’ora alle 2:30 di pomeriggio e il giorno dopo poi abbiamo saputo che era sparita, il passo era abbastanza veloce.
Le indagini brancolano nel buio più totale. Elicotteri tagliano il cielo, cani molecolari annusano l’asfalto rovente. La tensione è un cappio che si stringe attorno al collo di un’intera comunità. Si cerca l’orco cattivo. Si dà la caccia a un predatore misterioso venuto da chissà dove per strappare una ragazzina alla sua vita.
Si setacciano i profili internet, si ipotizzano incontri oscuri. Ma in questa storia non ci sono lupi solitari nascosti nel bosco. Il male è comodamente seduto in salotto. Il calendario segna il 29 settembre. È passato oltre un mese da quando il telefono dell’adolescente ha smesso di squillare.
Un mese di vuoto assoluto. I campi sterminati intorno al paese sono stati sezionati, battuti palmo a palmo da centinaia di uomini, senza restituire un solo indizio. Poi all’improvviso il colpo di scena. In un appezzamento agricolo spunto un cellulare. Sem nascosto nella terra alla batteria parzialmente bruciata, come se qualcuno avesse provato a distruggerlo maldestramente.
E sapete chi ritrova questa prova regina in mezzo a chilometri e chilometri di campagne sterminate? lo zio Michele e l’abbiamo trovato proprio. Io non volevo che lo trovassi, magari la gente dice “Ah, proprio lo zio lo doveva trovare”. Non volevo, ho detto ai carabinieri non dire niente a nessuno, però purtroppo si è saputo lo stesso.
Eh, l’ho preso in mano, ho telefonato a mia figlia, il mio cuore me lo diceva. >> Il contadino invisibile, l’uomo mite, silenzioso, instancabile, di cui tutto il paese si fida ciecamente. La coincidenza è una martellata devastante alla logica. È semplicemente assurda, grottesca. Davanti agli inquirenti l’agricoltore Balbetta si giustifica dicendo di aver notato quello strano oggetto nero e argento per puro caso, mentre lavorava alla terra, credendolo perso da qualche bracciante di passaggio. Ma c’è una nota stonata, un
difetto di fabbrica nel suo comportamento che fa saltare i nervi. Di colpo questo parente abituato a vivere nell’ombra diventa il protagonista assoluto. inizia a recitare a favorevovere di telecamera, piange in modo convulso con lacrime che sembrano forzate. Guarda dritto negli obiettivi dei giornalisti e si spinge oltre, dichiarando con voce rotta che spera che questo ritrovamento aiuti a ritrovare Sara Viva.
Parla a ruota libera, un comportamento mai visto prima in onda i cronisti di dettagli inutili. Ricostruisce i suoi orari, insiste morbosamente per mostrare l’interno del garage dove stava armeggiando il giorno della sparizione. È un fiume in piena che viene arginato solo dall’intervento brutale della moglie Cosima.
La donna arriva a passo di carica con un’espressione di marmo, lo spinge fisicamente all’interno della rimessa e gli impone il silenzio con una freddezza glaciale. Una scena agghiacciante da vedere in diretta, ma l’errore fatale è stato ormai commesso. Gli inquirenti fiutano l’inganno, capiscano che quell’uomo piegato dalla fatica, nasconde un segreto insopportabile.
Il sospetto smette di essere un’ipotesi e gli si cuce addosso come una seconda pelle. La pressione investigativa sale a dismisura. Il 6 ottobre si arriva al punto di rottura definitivo. Michele Misseri varca la porta della caserma e si siede davanti ai magistrati. Inizia un interrogatorio che è un vero e proprio tritacarne psicologico.
9 ore di orologio, 9 ore di domande a raffica per frantumare le sue difese. Gli investigatori cambiano strategia, non usano la forza, usano la leva della fede, sanno che l’uomo è prigioniero di una religiosità arcaica, profonda e puntano dritti all’anima. Gli parlano di pietà, gli ricordano che la piccola vittima non ha ancora una sepoltura, che merita un rito, una preghiera, un cimitero in cui poter riposare in pace lontano da quella terra fredda. È il colpo letale.
La corazza di mensogne si spacca in mille pezzi. Michele barcolla, fissa il crocifisso appeso al muro nella stanza opprimente. Il terrore gli svuota lo sguardo privandolo di ogni energia. trema, prende un respiro profondo che sa di condanna a morte e pronuncia le tre parole che chiudono la caccia.
È a musca ci descrive, si liberi un po’, ci faccia capire che cosa è capito. Serenamente, tranquillo, ce lo dica. Lei sa che non ha avuto ancora battesimo, come abbiamo detto, no? Almeno ce lo faccia fare sul battesimo con serenità. Non si può portare per tutta la vita una cosa del genere. Una bambina di 15 anni almeno ci dica dove sta il corpo, almeno quello.
>> Alla mosca. >> Alla mosca. Ma dov’è la mosca? >> È vicino al fondo di mio padre. Padre >> vicino al fondo >> è mio padre. >> E senta, ma in un pozzo sotto terra. >> Un pozzo. >> Senta, ma se volete vi posso portare. >> Possiamo andare? Ci porta adesso. >> Ci porta adesso. >> Solo che non si vede. >> Non fa niente, >> non fa niente.
Basta che ci porta sul posto. >> Però non voglio che lo sappia. >> Nessuno deve sapere niente. >> Scendiamo di qua. Che se ne van. Contrada Mosca, un pezzo di terra isolato, dimenticato da Dio, sepolto tra gli ulivi e le sterpaglie. Le volanti sfrecciano a sirene spiegate, squarciando il silenzio della campagna. L’uomo è a bordo ed è un relitto umano.
Durante il viaggio il suo corpo è attraversato da scosse di panico incontrollabili. È in pieno shock traumatico, piange disperato, si contorce sul sedile posteriore, farfuglia, frasi senza alcun senso logico, implora perdono a demoni invisibili. Eppure, in mezzo a quel delirio febrile, possiede una lucidità chirurgica, mantiene la bussola e guida le pattuglie senza sbagliare un solo incrocio.
Arrivati sul posto, scende dall’auto, non esita, indica esattamente dove guardare, un pozzo buio, una vecchia cisterna per la raccolta delle acque nascosta sotto la vegetazione. Lì sotto, avvolto dal buio assoluto e dall’acqua stagna, c’è il corpo. Mentre le squadre di recupero si mobilitano in quel paesaggio spettrale, si consuma una delle pagine più macabre della cronaca italiana.
In televisione sta andando in onda in diretta chi l’ha visto? Concetta, la madre è in collegamento e lì, sotto i riflettori, con il microfono appuntato al vestito, apprende in diretta nazionale che la sua bambina è morta. Il dolore più intimo, sacro e devastante viene sbattuto in faccia a milioni di telespettatori trasformando l’orrore in uno spettacolo in tempo reale.
>> È uscita adesso, mi dicono, un’agenzia, un agi e in allora in questa direzione, Concetta, guardi, io non so come dirglielo. Lei ha capito che cosa sta succedendo? >> Cerco di capire. Concetta, guardi, eh, cioè, eh, allora, se lei decide di interrompere immediatamente il collegamento, lo decida quando vuole, perché si sta purtroppo stanno dando una notizia che però eh noi non abbiamo conferme ufficiali.
>> Rientrato nel chiuso della caserma, Michele firma la sua resa incondizionata. Fornisce una confessione che gronda brutalità. racconta di aver agito da solo. Sostiene che l’adolescente fosse scesa nel garage e che lui, improvvisamente travolto da un raptus animalesco, abbia tentato di abusare di lei.
Davanti al comprensibile rifiuto della quindicenne, l’avrebbe strangolata usando una corda trovata lì per caso tra gli attrezzi agricoli. Delinea la figura di un orco che uccide, getta il cadavere e torna impassibile alla volare la terra. Il 9 ottobre l’intero paese si raccoglie nel cimitero comunale per seppellire i resti in avanzato stato di decomposizione accanto alla tomba della nonna.
>> È una cosa scioccante proprio. >> Qualsiasi fosse stato il motivo, guarda, è una cosa proprio arrivare a fare una cosa del genere. >> Cosa? Signora, >> a 15 anni, dico, una ragazza di quelle è una cosa >> deve morire lentamente, deve essere data impasto alle ragazze e morire lentamente con la pena di morte muore subito e ripota subito.
Deve deve conoscere quello che ha fatto in tutta Italia. Ha preso in giro tutta Italia, ha preso in giro tutte le forze armate, ha preso in giro i sommbozzatori, il presidente della Repubblica e la mamma che sta soffrendo. Signora Concetta, le sono vicino. Io sono quello di Sal che le ha scritto una lettera, le sono vivamente vicino.
>> Apparentemente il cerchio si è chiuso, il colpevole ha finalmente un volto, un nome e il corpo è stato riconsegnato alla famiglia. Ma io vi dico di non fidarvi delle apparenze. Questa confessione fa acqua da tutte le parti. È possibile che nessuno in una casa abitata e trafficata si sia accorto di uno strangolamento in pieno giorno? Michele Misseri si è caricato addosso tutte le colpe, ma la vera faccia del male è ancora ben coperta nell’ombra.
>> Siete compagni di classe? >> Io sì, era andavamo in classe insieme. >> Com’era Sara? >> Tranquilla, una ragazza veramente tranquilla, brava, voleva bene a tutti. >> Speravate che tornasse sul suo banco? >> Sì. che è un’ingiustizia che lo zio è ancora vivo e invece lei è morta, che non doveva essere così, che ha lasciato veramente un grosso vuoto in tutti i cuori di dei ragazzi che sono qui oggi e che non ce l’aspettavamo.
Il sipario sembrava calato per sempre. Il colpevole aveva confessato il cadavere era stato pianto. Ma io vi dico che l’orrore in questa storia procede per cerchi concentrici. Più si scava nella terra arida del sud, più si sprofonda nel fango. La confessione di Michele Misseri è un castello di carta straccia.
L’immagine del mostro solitario, preda di un istinto animale feroce, crolla la prima vera folata di vento. L’autopsia smantella pezzo dopo pezzo le menzogne del contadino. I medici illegali analizzano i resti martoriati della quindicenne sul tavolo settorio e non trovano assolutamente nulla di quello che l’agricoltore ha raccontato.
La violenza carnale sul corpo senza vita non esiste, non viene confermata dagli esami. Il movente del predatore perde di colpo ogni fondamento logico e scientifico. Michele viene rimesso sotto la pressa degli inquirenti. È un uomo debole, un ingranaggio difettoso che non può reggere il peso di una sceneggiatura criminale così complessa.
Arriviamo al 15 ottobre. Segnatevi questa data. È il giorno in cui la terra trema sotto i piedi di tutta Vetrana. Michele ribalta il tavolo delle indagini per l’ennesima volta. Svuota il sacco, dichiara che la nipote non ha subito alcun abuso. Dichiara che è morta a causa di un gioco stupido trasformatosi rapidamente in un massacro.
E poi fa un nome, un nome che gela il sangue nelle vene a chi indaga. Punta il dito contro il suo stesso sangue, accusa apertamente sua figlia Sabrina. Il giorno seguente, il 16 ottobre, il fiato è sospeso. Dopo un interrogatorio massacrante di 6 ore consecutive scattano le manette. Sabrina Misseri viene arrestata.
L’eroina dei salotti televisivi, la portavoce ufficiale del dolore familiare, finisce dritta in una cella. >> A lungo in stato di arresto. Possiamo vedere subito le immagini, se la regia le manda in onda. Eccole le macchine che portano eh fuori dalla caserma Sabrina, presumibilmente verso il carcere di Taranto, dove è in arresto, dove è detenuto anche il padre.
E questa è una vicenda, è un colpo di scena che rischia, che effettivamente ridisegna tutta la storia di questa inchiesta, la storia di questo omicidio, per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi. Ridisegna anche i ruoli dei protagonisti e dello stesso padre di Sabrina Misseri che si era autoaccusato dell’omicidio di Sabrina.
Dunque, concorso dell’omicidio di Sara, scusate, dunque concorso in omicidio e sequestro di persone, i reati che vengono contestati a Sabrina. L’accusa iniziale è pesante come una lastra di marmo. Concorso in omicidio. Rifletteteci bene. La stessa ragazza che ha fatto stampare le magliette con il volto sorridente di Sara. La stessa che ha consolato sua zia in diretta nazionale.
La stessa che ha manipolato le ricerche deviando i sospetti per settimane ora in gabbia. Il giudice per le indagini preliminari di Taranto convalida il fermo. A pesare come un macigno sulle sue spalle c’è anche la deposizione di un’amica, Mariangela Spagnoletti. Torniamo con la mente a quel maledetto pomeriggio di fine agosto.
Mariangela racconta a verbale che Sabrina, mentre aspettavano la cugina in mezzo alla strada, era in uno stato di agitazione febrile, totalmente fuori controllo e sproporzionato. Ripeteva in modo maniacale che Sara era stata portata via con la forza, che era stata rapita. Tutto questo prima ancora di averla cercata. Lei sapeva già tutto.
Sapeva perfettamente che la quindicenne non si sarebbe mai presentata a quell’appuntamento estivo. Ma per quale assurdo motivo? Quale mente può partorire l’annientamento di una cuginetta innocente? La procura scoperchia un calderone torbido e asfissiante. Il movente è il veleno più antico e corrosivo che conosca l’animo umano.
La gelosia. Una gelosia tossica, divorante che brucia i neuroni e offusca la ragione. Al centro di questo triangolo letale c’è un uomo. Ivano Russo, 26 anni, professione cuoco. Da alcuni considerato il bello del paese di Avetrana, quello a cui nessuna ragazza riesce a dire di no. Le cugine lo conoscano alla fine dell’anno precedente e Sabrina sviluppa per lui una fissazione ossessiva e malata.
C’è un effettivo contatto fisico tra i due. A fine giugno consumano un rapporto intimo, ma lui tira subito il freno a mano, la respinge, vuole mantenere le distanze, dichiara di non voler compromettere un’amicizia. >> >> Sabrina incassa il colpo, si umilia, ma non molla la preda.
Ai primi di agosto si verifica un secondo episodio di vicinanza carnale e qui il destino innesca la sua reazione a catena mortale. Sara, la piccola e ingenua Sara, viene a conoscenza di questo incontro clandestino e commette un errore imperdonabile in quelle dinamiche di provincia. Non tiene la bocca chiusa.
Racconta l’episodio al fratello maggiore Claudio. Claudio, infastidito e istintivamente protettivo, prende il telefono e chiama Ivano. Gli chiede spiegazioni chiare sulle sue reali intenzioni verso la cugina. Per il cuoco è un affronto insopportabile. In un paese del sud, dove la reputazione conta più del conto in banca e i pettegolezzi ti uccidono socialmente, il ragazzo si infuria, si sente esposto, messo alla gogna.
e prende l’unica decisione che Sabrina temeva più della morte stessa. Tronca brutalmente e in modo definitivo ogni rapporto con lei. Per la 22enne è l’apocalisse. Si sente rifiutata, svuotata della sua unica ragione di vita e individua istintivamente il bersaglio perfetto su cui scaricare tutta la sua furia, sua cugina Sara, colei che ha spifferato il segreto intimo, colei che le ha strappato via il suo idolo.
L’astio muta pelle e diventa odio puro, un raccore inestinguibile che non conosce perdono. La miccia si accende definitivamente la sera del 25 agosto a poche ore dalla sparizione. Si trovano in un locale pubblico del paese, ci sono persone, ci sono testimoni oculari. Sabrina aggredisce Sara con parole cariche di veleno, la rimprovera duramente, le vomita addosso tutto il suo disprezzo, accusandola di mendicare in modo patetico le attenzioni fisiche e divano davanti a tutti. si nasconde
dietro una finta morale di facciata, sostenendo di preoccuparsi per la reputazione della minore per evitare le chiacchiere, ma la verità è spietata, cruda. Per i giudici, in quel preciso momento salta ogni freno inibitore. In quel pub Sabrina firma la condanna a morte di sua cugina. Il gredito io sarà >> lei sta rischiando cose ben peggiori rispetto a tua parte.
Sto dicendo tutto quello che mi ricordo, eh, cioè se fosse come io ti sto dicendo che cosa è successo, quello era perché ricostruito dai testimoni. >> Però se fosse così a sto punto, no, che io l’ho aggredito, litigato, conoscendo Sara la mattina non sarebbe venuta a casa mia, eh. >> E chi lo dice? >> Che la conosco altre volte no, perché quella volta >> lei ha già mentito tante volte.
>> Io no. >> Sì. >> Domanda secca. >> Sì, sì, sì. >> Cerchi di dire la verità? >> Sì, sì. Perché questa è una ragazza di 15 anni che peraltro è figlia di una sua zia, una sua cugina. >> Che per me è come una sorella. Come una sorella. Sì, esattamente. Lei ha mai contestato a Russo Ivano che Sara si sarebbe invaghito di lui, ovvero che lui russo nutrisse simpatia nei confronti di Sara? Ha mai contestato questo? Perché a noi risulta positivamente questa circostanza e non lo dice solo un testimone, lo dicono più
testimone. >> Non ho capito, scusa, cosa doveva contest lei >> io. >> Lei ha mai detto a Russo Ivano che Sara si sarebbe invaghito oppure oppure tu nutri simpatia nei confronti dei dis seò non si spiega il fatto che lei entra nella birreria e dice quella adesso basta è finita tronchiata. Il litigio era non c’era proprio, non c’entrava proprio Sara il litigio quando gli ho detto io a quell bireria basta.
Perché >> perché ne diari Sara dice che lei si è arrabbiata con lei perché Ivano sta più con Sara che con Sabrina. >> Questa cosa non l’ho mai detto io. >> E allora voglio dire >> questa non l’ho mai detto io. >> Sta scritto nel diario. >> E Michele l’uomo mite che piangeva sulle zolle di terra spaccata dal sole.
Il 6 novembre l’agricoltore cambia copione per la terza volta. afferma davanti ai magistrati di non aver nemmeno sfiorato la ragazzina finché era in vita. Dichiara di essere stato chiamato dalla figlia solo a massacro già avvenuto. Il suo ruolo in questa storia di guerra domestica sarebbe stato quello del manovale, dello spazzino del crime.
Doveva solo caricarsi in spalla un cadavere e farlo sparire nel buio per salvare la sua creatura. Le accuse per Sabrina si fanno sempre più pesanti e la finta cartolina della famiglia felice si disintegra per sempre, finendo calpestata e intrisa di sangue sul pavimento di un garage.
Se pensate che il tradimento di una cugina rappresenti il fondo dell’abisso, vi sbagliate di grosso. In questa discesa all’inferno manca ancora un tassello fondamentale, un’ombra silenziosa e onnipresente che si è mossa dietro le quinte della villetta fin dal primo istante. Finora abbiamo parlato di Sabrina, divorata da una gelosia malata, e di Michele, il contadino burattino che si carica i peccati sulle spalle.
Ma la scientifica e la logica ci dicono che un omicidio a mani nude per strangolamento richiede forza, richiede premeditazione o almeno una sinergia letale impossibile per una persona sola. E qui entra in scena la vera colonna portante della famiglia, la matriarca Cosima Serrano. Fino a questo momento la sorella maggiore della madre di Sara è rimasta un passo indietro, imperturbabile, glaciale, apparentemente stranea ai deliri marito e alle isterie della figlia.
Ma la rete di mensogna si sta sfilacciando. I tabulati telefonici iniziano a parlare. Sono segnali invisibili ma spietati. che tracciano i movimenti esatti di quel maledetto pomeriggio estivo. Cosima ha sempre giurato di non essere mai scesa nel garage il 26 agosto. Eppure le celle agganciate dal suo cellulare dicono l’esatto contrario.
La sua presenza in quel covo è compatibile con l’orario del massacro. È la prima crepa nel muro di gomma. Poi l’omertà di Avetrana subisce un colpo durissimo, spunto un testimone. Si chiama Giovanni Buccolieri. Di professione fa il fioraio nel paese. Mesi dopo la tragedia, l’uomo si presenta davanti agli inquirenti con un racconto che gela il sangue.
Dichiara di aver assistito a una scena cruciale proprio il giorno della sparizione in una fascia oraria compresa tra le 2:00 e le 2:20 del pomeriggio. Mentre guidava il suo furgone per le consegne, ha visto l’auto di Cosima e ha visto lei, la zia della quindicenne. Il fioraio mette a verbale di aver visto Cosima Serrano e la figlia Sabrina strattonare violentemente Sara.
Descrive una ragazzina terrorizzata, costretta a salire con la forza su quella macchina, un vero e proprio sequestro in pieno giorno in mezzo alla strada. Successivamente, schiacciato dal peso insostenibile delle pressioni paesane, l’uomo farà un passo indietro, tenterà di ritrattare, dirà agli investigatori di non essere più sicuro, parlerà di un sogno, di una tragica suggestione della mente, ma per i giudici quelle prime dichiarazioni spontanee sono macigni.
Il sogno del fioraio è, a tutti gli effetti l’incubo reale di Sara. Il cerchio si stringe inesorabilmente. La teoria del raptus isolato è morta e sepolta. Adesso l’accusa ha in mano un quadro spietato, un’esecuzione familiare, pianificata. Il 26 maggio del 2011 le sirene squarciano di nuovo il silenzio del paese.
Cosima Serrano viene arrestata con accuse che non lasciano scampo, concorso in omicidio e sequestro di persona. La portano via in manette. Vai, vai, aspetta, aspetta. >> Con l’arresto della madre le dinamiche interne della villetta degli orrori diventano trasparenti. Il paese, i giornalisti, l’Italia intera iniziano a capire chi comandava davvero in quella casa.
Cosema viene dipinta per quello che le carte processuali e i testimoni rivelano. Una donna dal carattere d’acciaio, intransigente, assoluta, dominatrice del tetto coniugale. Michele, al contrario, si conferma per quello che è sempre stato. Un uomo sottomesso, un lavoratore piegato dalla fatica, privo di qualsiasi autorità decisionale, un semplice esecutore di ordini.
L’assurto tocca il suo apice. Pochi giorni dopo. Michele esce dal carcere. Sono scaduti termini di custodia cautelare per il reato di soppressione di cadavere, l’unico rimasto a suo carico dopo le ritrattazioni. La scena è surreale. L’uomo che aveva fatto ritrovare i resti, l’uomo che si era macchiato dell’occultamento in quel pozzo nero, torna a respirare l’aria di casa, mentre la moglie e la figlia, le vere architette del male secondo la procura, restano dietro le sbarre a preparare la loro difesa. Iniziano i
processi e l’aula del tribunale si trasforma nell’arena dei gladiatori. Avvocati di fama nazionale, perizie, scontri all’ultimo sangue e al centro di tutto la figura della matriarca. I giudici analizzano il suo ruolo e la sentenza sarà tranciante. Invece di fermare l’odio della figlia, invece di spengere la rabbia e proteggere la nipote quindicenne, la zia sceglie il sangue del suo sangue.
Non solo avvalla la follia di Sabrina, ma vi partecipa attivamente bloccando ogni tentativo di difesa della vittima. La gelosia della cugina innesca il delitto, ma è la ferocia della madre a garantirne il successo. È una congiura mortale nata e cresciuta sotto lo stesso tetto. Io mi chiedo e ve lo chiedo quanto deve essere radicato il male per spingere una donna a guardare in faccia alla nipote e aiutarne l’esecuzione.
Non c’è perdono per questo, non c’è giustificazione che tenga. hanno trasformato una futile rivalità tra ragazze in una sentenza inappellabile, sigillando il patto nel buio di un garage e ordinando a un padre di famiglia di fare da beccchino. Hanno creduto di essere onnipotenti, padrone assolute della vita e della morte, ma non avevano calcolato che la verità prima o poi strappa via ogni maschera, anche se cerchi di seppellirla, in fondo a una cisterna in mezzo al nulla.
Questo è il momento della resa dei conti, dove le menzogne si scontrano con il marmo freddo delle aule di tribunale. Il palcoscenico si sposta dalle campagne riarse dal sole, dalle strade sterrate e dai garage bui. Passiamo sotto la luce spietata dei neon della legge. Il circon mediatico non ha smontato le tende, ha semplicemente cambiato arena.
Inizia il processo del secolo. Il 10 gennaio del 2012 si spalancano i battenti della corte d’Assise di Tarant. L’Italia intera si siede in prima fila per guardare negli occhi il nucleo familiare che ha scioccato una nazione. Sul banco degli imputati c’è una famiglia che si è letteralmente divorata da sola. Da una parte Sabrina accusata di omicidio volontario, affiancata da sua madre Cosima, imputata per concorso nell’assassinio.
Dall’altra parte il capo famiglia Michele alla sbarra con l’accusa di aver fatto sparire il cadavere. >> Non è il processo delle lacrime di Sabrina Misseri, delle lacrime di Michele Misseri, dei silenziosima. No, questo è il processo della morte di Sara Scazi. Sara Scazi è stata uccisa all’interno dell’abitazione Misseri.
Dove è stata cresciuta, signor presidente? E Sara Scazi ha avuto la possibilità di capire in quei 3 5 minuti che stava morendo per mano di chi diceva di volergli bene. La vittima non ha opposto alcuna resistenza, signor presidente. Non ha avuto nessuna renazione. Povera Sala, perché Sala è stata bloccata, presidente, in due.
Una la teneva e l’altra la strangolava. >> L’atmosfera è elettrica, satura. In aula sfilano l’uomo che ha innescato l’apocalisse, Ivano Russo. Il cuoco conteso, si siede davanti ai giudici e conferma la natura del suo legame con l’estetista. Racconta la breve fugace relazione. I paletti immessi per fermare l’ossessione della ragazza, il rifiuto definitivo per non rovinare l’amicizia.
È lui il detonatore inconsapevole, la scintilla che, incrociandosi con i pettegolezzi di paese, ha fatto saltare il banco e innescato la furia omicida. Ma il vero teatro dell’assurdo va in scena il 5 dicembre di quell’anno. Michele Miseri prende la parola, piange, piange ancora una volta. Lacrime disperate che però ormai non commuovono più nessuno.
Davanti a una corte immobile ritratta tutto per l’ennesima volta e tenta l’estremo sacrificio. Confessa di nuovo si addosso a ogni singola colpa per tentare di salvare la pelle a sua figlia. Un tentativo patetico, estremo e palesemente costruito. Il suo stesso difensore, davanti a questa ennesima capriola giudiziaria, è costretto a rimettere il mandato in corso d’opera, paralizzando momentaneamente il processo.
Ma i magistrati non abboccano più alla recita del contadino impazzito, l’uomo che ha zappato la terra per una vita intera, questa volta ha semenato troppe bugie. E lei mi dice, “Ma vedi che noi ti possiamo aiutare se se facciamo che è stato un incidente?” Lei è stato detto e se tu fai vedere se fai capire che è stato un incidente, vuole completare, tua figlia farà solo 2 anni, tu uscirai subito.
Lei aveva un libro che leggeva, “Tu uscirai adesso, tua figlia fra 2 anni uscirà, poi fa padre e figlia, non ci saranno questi problemi.” Io si sono approfittati tutti della mia debolezza. La domanda a questo punto è superflua, ma io gliela debbo fare. Quindi non è stata uccidere Sara, >> no? >> Quindi a provocare la morte Sara è stato lei.
>> Sì. >> Lei lo sta confermando di fronte alla Corte d’Assisa. >> Sì. Io questo rimvorso non lo posso portare più dentro di quello. >> Ma come mai Sabrina mi può mai perdonare a me per quello che io le ho fatto? Non mi perdonere, ma pure io mi mi sento un vigliacco davanti a lei da padre da dirle a Sabrina, perdonami, anche io c’ho questi problemi.
>> E anche nei confronti di sua moglie. Certo, certo. Mia moglie non l’ho messa io in mezzo, l’hanno messa loro in mezzo. >> Mentre gli imputati giocano a scaricarile, la procura e i medici legali mettono sul tavolo i risultati scientifici e ricostruiscono una dinamica che gela le ossa a chiunque abbia un briciolo di umanità.
Non c’è mai stato nessun raptus solitario. C’è stata un’azione congiunta, chirurgica, spietata e asfissiante. I periti parlano chiaro e portano un dato inequivocabile. Sul corpo della vittima non c’è il minimo segno di lotta. Non ci sono tracce di un disperato tentativo di allentare la morza della cintura stretta al suo collo.
Cosa significa questo in termini pratici? Significa che Sara non si è potuta difendere e non puoi difenderti se qualcuno ti blocca ogni muscolo. I giudici della Suprema Corte scriveranno nero su bianco in via definitiva che l’omicidio è avvenuto attraverso un concorso sinergico tra due persone. Una ti strangola alle spalle, l’altra ti tiene ferma annullando ogni tuo istinto di sopravvivenza.
Madre e figlia, due donne adulte contro un adolescente di 40 kg. Arriva il momento in cui la scura e della giustizia cala implacabile. Nessuno sconto, nessuna pietà per chi non ne ha concessa. Il 20 aprile del 2013 la Corte d’Assise pronuncia la parola fine sul primo grado di giudizio. Ergastolo per Sabrina Misseri e Cosima Serrano.
Michele incassa 8 anni di reclusione per aver nascosto il corpo. È la giusta tariffa per l’uomo che ha trascinato la carne del suo sangue in una cisterna putrida. Anche i parenti collegati vengono travolti. Il fratello e il nipote di Michele vengono condannati a 6 anni per averlo aiutato a coprire le tracce e smaltire il cadavere.
>> Rina, colpevoli del reato loro ha scritto al capo A e condanna ciascuna alla pena dell’ergastolo, oltre al pagamento, per quanto di ragione delle silenzio in aula. Per favore. >> La difesa ovviamente non si arrende, si arrampica sui vetri dell’indignazione, urla al complotto mediatico, parla di sentenze scritte dalle piazze e non dai tribunali.
>> C’entra niente c’entra niente >> il momento della gelosia. Io non ho fatto niente. Come lo devo dire? Non ho fatto niente. Non sapevo dirto. E no, questa domanda non può essere fatta. Ci dica lei il momento. Ma stiamo scherzando? Scopritelo voi. >> Lei ha ucciso Sara? No. >> Si va in appello nel luglio del 2015.
Il risultato non si sposta di una virgola. La porta della cella resta sprangata. Ergastolo confermato per madre e figlia, così come le pene per i complici. Poi l’ultimo atto formale. Il 21 febbraio del 2017 la Corte di Cassazione mette la pietra tombale su questa mattanza. Le condanne a vita diventano definitive e le motivazioni della Suprema Corte sono una pugnalata dritta allo stomaco per chi ancora credeva nell’incidente o nel delitto diimpeto.
I giudici non parlano solo di omicidio, parlano di una lucidissima, fredda pianificazione per garantirsi l’impunità. descrivono Sabrina come un motore propulsivo astuto e diabolico, una mente manipolatrice che ha usato le telecamere strumentalizzando i media e versando false lacrime per spargere piste fasulle in tutta Italia.
Nessun corto circuito giustificabile. E Cosima, la matriarca che avrebbe dovuto fermare la follia, invece di placare l’incendio, ha partecipato attivamente al massacro per salvaguardare l’immagine della sua casa. ha deciso che la vita di una ragazzina valiva meno dei pettegolezzi di un paese.
Hanno ucciso con premeditazione e hanno seppellito la verità nel fango, ma il fango prima o poi si secca e si sgretola e restituisce sempre il conto. Questo documentario non si chiude col rumore sordo di un martelletto in un’aula di tribunale. Dimenticate la giustizia che trionfa e purifica tutto. Dimenticate il sollievo, la sensazione che il male sia stato finalmente reciso alla radice.
Questa è una storia di macerie umane. È il racconto di un veleno che non si esaurisce con una sentenza definitiva, ma che continua a infettare in modo subdolo la terra su cui è stato versato. Oggi chiudiamo il cerchio sull’abisso di Avetrana guardando dritto in faccia ciò che resta quando i furgoni delle televisioni spengono i riflettori e il sangue si è seccato sull’asfalto.
Il processo principale ha chiuso le pesanti porte delle celle sulle carnefici, ma fuori per le strade del paese l’infezione aveva già contaminato tutto. Il circon mediatico aveva trasformato decine di persone comuni in attori disposti a tutto pur di prendersi un pezzo di luce. Nasce così un secondo filone giudiziario, un processo parallelo denominato Avetran bis.
Le indagini puntano il dito contro l’enorme muro di gomma eretto dai residenti. Una rete fitta di depistaggi, silenzi complici e bugie. A gennaio del 2020 11 persone finiscono condannate in primo grado. C’è un campionario umano desolante tra quegli imputati. C’è chi ha mentito senza pudore per coprire le spalle ai propri parenti e chi lo ha fatto spinto esclusivamente dall’avidità.
Da questi compaiono il fratello e il nipote del vecchio agricoltore, additati dai sospetti per aver collaborato a far sparire nelle fiamme i vestiti della vittima. C’è Ivano Russo, l’uomo della discordia a cui giudici infligono 5 anni per falsa testimonianza. E c’è di nuovo lui, Michele, condannato a 4 anni di reclusione per essersi ostinatamente falsamente accusato del massacro.
Ma in questo paese la giustizia spesso viaggia con il freno a mano tirato. Nel giugno del 2021 la mannaia della prescrizione cancella le condanne con un colpo di spugna burocratico. Il tempo salva i bugiardi azzerando le loro colpe davanti alla legge. Ma per le due donne al vertice di questa macabra piramide non c’è nessuna via di fuga.
Sabrina e Cosima condividono gli stessi pochi metri quadrati di una cella detentiva. La madre e la figlia, unite indissolubilmente nel sangue versato quel pomeriggio di agosto, si ritrovano unite anche nella prigionia a vita. Le loro giornate scorrono in una routine identica e spietata.
Durante il blocco del paese per la pandemia si mettono a confezionare mascherine. Ci provano in tutti i modi a scardinare la gabbia che si è chiusa su di loro. Arriva alla primavera del 2022 e l’ex estetista chiede formalmente di poter uscire beneficiando di un permesso premio, ma i magistrati alzano un muro di cemento e glielo negano senza appello.
>> Niente permesso premio a Sabrina Misseri. La Corte Suprema di Cassazione ha confermato il no alla richiesta di poter uscire dal carcere di Taranto. Sabrina, oggi trentqutrenne, condannata all’ergastolo insieme alla madre Cosima, per aver ucciso la cugina quindicenne Sara Scazzi il 26 agosto 2010, resta dunque in carcere.
>> Alla fine chi non ha avuto giustizia proprio è stata Sara. Fino adesso Sara è quella che non ha avuto proprio ingiustizia. Il motivo è dovuto alla mancata ammissione del delitto da parte di Sabrina, fatto che secondo i giudici ne è attesta la pericolosità sociale. >> Io non ho ucciso Sara, so io quello che sto passando.
Quanto soffro del fatto che Sara non ci sia più. Io non ho ucciso Sara. >> L’ultima carta. La speranza disperata di far crollare il castello accusatorio, la giocano fuori dai confini nazionali. Ma a fine novembre del 2024 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dichiara il loro ricorso totalmente inabissibile, privo di ogni fondamento.
Fine della corsa. L’ergastolo è una lastra tombale sulle loro teste. A febbraio le porte del penitenziario di Lecce si aprono in netto anticipo per il contadino. Ha beneficiato di alcuni sconti previsti dalla legge e torna a respirare l’aria libera. Torna lì. torna esattamente in quella villetta di via De Ledda, dove l’orrore ha avuto inizio.
Che cosa fa un uomo che si è caricato in spalla il cadavere di sua nipote per buttarla in una cisterna putrida? chiama le telecamere, continua a rilasciare interviste ai cronisti, ostinandosi con feroce caparbietà a recitare la parte del killer solitario, ribadendo una versione folle a cui nessuna perizia e nessun giudice ha mai creduto.
Anche l’oggetto del desiderio, colui che ha innescato l’ossessione mortale, ha ripreso la sua routine. Ivano oggi indossa il grembiule da pizzaiolo nel centro esatto di quel paese. Lo stesso uomo che, ben consigliato, alzava costantemente il prezzo per concedere le sue parole ai salotti televisivi affamati di gossip.
Ma l’eredità più viscida e disgustosa di questa tragedia è la mutazione genetica del paese stesso. Avetrana si è letteralmente trasformata in un macabru parco divertimenti per i turisti del dolore. Bar, ristoranti e strutture alberghiere hanno accumulato piccole fortune sfruttando in modo spietato la scia di sangue.
agenzia senza un briciolo di etica hanno organizzato veri e propri tour dell’orrore a bordo di autobus, prevedendo soste fotografiche davanti all’abitazione della vittima, davanti al famigerato garage dei carnefici e persino sulle zolle di terra che nascondevano quel pozzo isolato. La morte violenta di una quindicenne è diventata merce da banco, un brand da sfruttare, tanto da ispirare recentemente un’intera serie televisiva approdata sulle più grandi piattaforme di streaming.
hanno cannabalizzato una tragedia per fare cassa. L’esposizione mediatica ha calpestato brutalmente il lavoro difficile di chi cercava la verità giudiziaria, trasformando l’orrore in punti di share. Questo documentario non è stato scritto, montato e narrato per assecondare la sete di spettacolo facile. Non siamo qui per glorificare due assassini o per alimentare il mito di un mostro di provincia.
Siamo qui per guardare dritto in faccia il vuoto assoluto che hanno lasciato. La vita di Sara è stata estirpata. forza nel cuore bollente dell’estate, proprio nel momento esatto in cui iniziava ad affacciarsi alle scoperte dei primi amori e alla confusione della sua adolescenza. Le hanno rubato i sogni, il diritto di sbagliare.
L’indipendenza è un futuro che nessuno potrà mai più scrivere su quei diari segreti. Hanno cercato di soffocare la sua memoria sotto strati di bugie, di omertà e di avidità infinita. Noi oggi non glielo permettiamo perché in un mondo impazzito dove la cronaca nera diventa intrattenimento di bassa lega e il male si trasforma in un raccapricciante souvenir da fotografare, il nostro dovere assoluto è proteggere il ricordo di chi ha perso tutto.
Am