Nella nostra società iperconnessa, esiste un paradosso silenzioso e letale: non siamo mai stati così in contatto con il mondo intero, eppure i nostri figli non sono mai stati così soli. È un’epidemia invisibile, che non si manifesta con tosse o febbre, ma con il rumore sordo di una porta che si chiude a chiave e il bagliore freddo di un monitor che illumina una stanza buia. “Giocavo anche 10, 12, 14 ore al giorno al computer. Sei in un completo stato, almeno per me, di anestesia. Il punto principale è cercare di pensare il meno possibile”. Con queste parole raggelanti, un giovane paziente descrive la sua discesa nell’abisso dell’isolamento sociale. Un abisso che oggi ha un nome, una diagnosi, ma soprattutto, ha disperato bisogno di comprensione.
Siamo entrati in punta di piedi nel reparto di psichiatria del Policlinico Gemelli di Roma, varcando le porte del centro specializzato per la psicopatologia da web. Un luogo che, storicamente, si è sempre occupato di dipendenze patologiche, ma che oggi si trova ad affrontare una sfida completamente nuova e destabilizzante. Qui non si curano i danni dell’eroina o dell’alcol, ma le ferite invisibili lasciate da un uso eccessivo, disfunzionale e disperato della tecnologia. E i pazienti? Sono giovanissimi. I medici ci raccontano di ragazzi che arrivano fin dalla quinta elementare, per arrivare ai giovani adulti di 24 anni. Il copione, però, è drammaticamente simile per tutti: varcano la soglia accompagnati da genitori terrorizzati, impotenti di fronte a figli che sembrano essersi trasformati in estranei.
Il quadro clinico iniziale che questi genitori descrivono è sempre lo stesso, scandito dalla frustrazione. Osservano i loro figli, li vedono apparentemente dipendenti dai dispositivi elettronici, ipnotizzati dai social media. “Quello che spesso i ragazzi lamentano e detestano di più è quasi la compulsione che si rendono conto di avere a scorrere Reels continuamente”, spiegano gli specialisti. È un circolo vizioso: il ragazzo è intrappolato nello schermo, il genitore interviene confiscando lo smartphone o staccando il modem, e il risultato è un’esplosione di rabbia, aggressività, una vera e propria crisi di astinenza che lascia la famiglia nello sconforto più totale.
Ma come siamo arrivati a questo punto? Per comprendere il fenomeno, gli esperti ci invitano a fare un doloroso esame di coscienza collettivo. La riflessione inizia con una domanda provocatoria: chiediamoci quanto tempo abbiamo da dedicare ai nostri figli e quanto, invece, usiamo internet come una “babysitter formidabile”. Un bambino piazzato davanti a un tablet non si vede, non si sente, non disturba. In un’epoca in cui i ritmi di vita sono frenetici e l’ansia genitoriale è alle stelle, lo schermo diventa la soluzione più semplice per ottenere un po’ di tranquillità. Addirittura, ci fanno notare i medici, oggi si vedono madri che allattano tenendo lo smartphone in mano. “Se facciamo vedere un cellulare a un bambino di sei mesi, lui gli va incontro sorridendo, come fosse un vero prolungamento della mamma”. È un’immagine potente e spaventosa: il dispositivo tecnologico viene introiettato fin dai primi mesi di vita come fonte primaria di conforto, una figura di attaccamento artificiale che sostituisce o filtra lo sguardo materno.

Con queste premesse, etichettare sbrigativamente questi ragazzi come “tossicodipendenti da internet” è non solo riduttivo, ma profondamente sbagliato. La dottoressa del centro sottolinea come, rarissimamente, si possa affrontare il problema appiccicando semplicemente un’etichetta o prescrivendo uno psicofarmaco senza valutarne l’impatto complessivo sulla psiche in via di sviluppo. Dal 2009 ad oggi, il centro ha accolto migliaia di nuclei familiari, raccogliendo un database di dolore ed esperienza inestimabile che smentisce i luoghi comuni.
La vera rivelazione, che scardina ogni pregiudizio, è che il problema non è quasi mai l’uso di internet in sé. Spesso, l’abuso della rete avviene in contesti dove è già in atto un profondo ritiro sociale. È la sindrome che in Giappone chiamano Hikikomori, ma che ormai è prepotentemente radicata anche nelle nostre città. “La mia esperienza col ritiro sociale comincia intorno al primo liceo”, racconta un genitore, rievocando quella sensazione di fatica e pesantezza che, lentamente, ha schiacciato suo figlio. Molte madri e padri, interpellati sul perché i figli non vadano più a scuola, non sanno dare una risposta. Rimangono attoniti di fronte a ragazzi che, giunti alle soglie dell’adolescenza, sembrano “rimbalzare all’indietro”, rifiutando la crescita, le responsabilità, il mondo là fuori che fa troppa paura. E così si rintanano nel gaming.
Ed è proprio sul videogioco che bisogna accendere i riflettori, cambiandone completamente la prospettiva. Non si tratta di un passatempo casuale. Un ragazzo confida apertamente: “Ho passato tantissime ore a giocare a un videogioco competitivo che mi permettesse di progredire. Mi permetteva di esistere all’interno di un ambiente che evolveva nel tempo”. In un mondo reale vissuto come minaccioso, opprimente, svalutante o semplicemente vuoto, il videogioco offre una struttura sicura, un senso di progressione, degli obiettivi chiari e, soprattutto, raggiungibili. “La dipendenza non è dal videogioco”, chiariscono in modo illuminante gli specialisti, “Il problema è l’emozione alla base, il bisogno di doversi anestetizzare. È sempre un tentativo di soluzione nei confronti di un’angoscia più profonda che sta sotto”.

Ecco perché, contro ogni logica del senso comune genitoriale, la terapia non prevede mai, come primo passo, il sequestro punitivo dei dispositivi o il taglio della connessione. Se il videogioco è la stampella che impedisce al ragazzo di crollare emotivamente e disgregarsi, toglierla brutalmente significa farlo precipitare nel baratro. Un aneddoto raccontato da una madre fa venire i brividi per la sua potente umanità: la psicologa le aveva consigliato, paradossalmente, di comprare un computer nuovo al figlio recluso. Di fronte a quel gesto, il ragazzo è scoppiato a piangere di gioia: “Vedi mamma, hai capito! Di quello ho bisogno, quello è il mio contatto con il mondo”. Per quel ragazzo, il computer non era la prigione, ma l’unica finestra rimasta aperta, l’unico ponte di comunicazione in una famiglia in cui si sentiva irrimediabilmente incompreso.
L’isolamento, infatti, non è solo fisico, vissuto al riparo tra quattro mura. È prima di tutto una solitudine dell’anima. “I tuoi problemi li devi affrontare da solo, le tue difficoltà sono solo tue”, spiega un altro paziente descrivendo il gelo emotivo e l’isolamento percepito all’interno della sua stessa casa, nonostante la presenza fisica dei genitori. Le famiglie credono che il problema sia lo schermo illuminato, ma il vero mostro nascosto sotto il letto è la disconnessione affettiva e la mancanza di sintonizzazione emotiva. Partiti con l’idea di dover “disintossicare” i giovani da una dipendenza tecnologica, gli esperti del Gemelli hanno compreso che internet è solo uno strumento che media le relazioni, un rifugio disperato in mancanza di alternative.
Le parole più toccanti e chiarificatrici arrivano alla fine, dal cuore stesso del dolore di un giovane, che alla domanda su cosa gli mancasse realmente risponde candidamente: “Non capivano di cosa io avessi bisogno… avevi bisogno di affetto”. Non c’è verità più grande, semplice e al tempo stesso disarmante. La lezione finale che il reparto di psichiatria lancia a tutti i padri e le madri non riguarda l’impostazione del “parental control” sui dispositivi di ultima generazione o la misurazione rigida del tempo trascorso online. Il consiglio clinico è molto più profondo e impegnativo: bisogna far sentire al sicuro i propri figli.
Perché se c’è una cosa che questa drammatica inchiesta ci insegna, è che nessun videogioco in altissima risoluzione, nessun algoritmo ipnotico dei social network, e nessun mondo virtuale avrà mai il potere di modellare la psiche di un ragazzo quanto la sua famiglia. L’ambiente familiare rimane, in assoluto, l’elemento più “psicoattivo” per la mente dei nostri figli. Altro che internet e smartphone. È tempo di avere il coraggio di spegnere gli schermi per tornare a guardarci davvero negli occhi, ascoltando i silenzi assordanti e riabbracciando i nostri ragazzi prima che l’anestesia digitale li porti via per sempre, lasciandoci da soli davanti all’ennesima porta chiusa.