Dario Fo: il premio Nobel di cui il potere aveva paura — come hanno cercato di ridurlo al silenzio

Il 23 novembre 1973, alle 3:00 del mattino, un’esplosione devastò l’appartamento milanese di Dario Fo. L’attore e drammaturgo si trovava miracolosamente fuori città, ma sua moglie Franca Rame era in casa e si salvò solo perché dormiva nella stanza opposta. La polizia classificò l’evento come incidente dovuto a una fuga di gas, ma i documenti desecretati 30 anni dopo rivelano una verità molto più inquietante.

Fu un attentato orchestrato da quella che venne chiamata l’operazione silenzio, un piano segreto per eliminare la voce più scomoda del teatro italiano. Dario Fo non era solo un artista, era una bomba vivente che ogni sera esplodeva sui palcoscenici di tutta Italia, denunciando corruzione, mafia, servizi segreti deviati, coinvolgimento della CIA nei governi italiani.

Quando nel 1997 ricevette il premio Nobel per la letteratura, i servizi segreti di mezzo mondo andarono nel panico. Ora la sua voce avrebbe raggiunto un pubblico globale. Ma quello che il mondo non sapeva era che Fo custodiva segreti che avrebbero potuto far crollare l’intera architettura del potere italiano del dopoguerra.

Tutto iniziò nel 1951, quando il giovane Dario, appena ventquttrenne, fu avvicinato da un uomo che si presentò come produttore teatrale, ma che in realtà lavorava per i servizi segreti americani. L’Italia era in piena guerra fredda e gli americani cercavano artisti che potessero veicolare messaggi anticomunisti attraverso l’arte.

Fo finse di accettare, prese i soldi e poi usò quei fondi per finanziare spettacoli che ridicolizzavano proprio il capitalismo americano. Fu l’inizio di un gioco pericoloso che sarebbe durato 50 anni. Fo aveva capito una cosa fondamentale: il potere teme più la risata della rivoluzione. Un comico che fa ridere il popolo dei potenti è più pericoloso di 1000 manifestanti arrabbiati.

E lui divenne il maestro assoluto di quest’arte sovversiva. Nel 1958 Fo e Franca Rame misero in scena. Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri. Una farsa che sembrava innocua, ma che in realtà raccontava in forma allegorica l’omicidio di stato di Salvatore Giuliano. Lo spettacolo fu visto da 300.000 persone prima che le autorità capissero il trucco.

Quando finalmente lo censurarono, il messaggio aveva già fatto il Giro d’Italia, ma il vero punto di svolta arrivò nel 1962. Durante una rappresentazione al Piccolo Teatro di Milano, F improvvisò una scena non prevista nel copione. Davanti a un pubblico che includeva ministri industriali e alte cariche militari, iniziò a raccontare una storia che nessuno aveva mai osato raccontare, la vera storia dell’attentato di Piazza Fontana.

Il problema era che l’attentato sarebbe avvenuto solo 7 anni dopo, nel 1969. Come faceva Fo a conoscere i dettagli di un attentato che non era ancora avvenuto? La risposta si trova in un documento che l’attore nascose nella tomba di suo padre e che fu scoperto solo dopo la sua morte nel 2016. Fo aveva un informatore dentro i servizi segreti, un uomo che aveva partecipato a una riunione segretissima dove si pianificava quella che sarebbe diventata la strategia della tensione.

Quest’uomo, tormentato dal rimorso, aveva raccontato tutto a Fo, sperando che l’artista trovasse il modo di fermare il piano. Po non poteva denunciare apertamente quello che sapeva senza condannare a morte il suo informatore. Così iniziò a disseminare indizi nei suoi spettacoli, sperando che qualcuno capisse e agisse.

Mistero Buffo, la sua opera più famosa, non era solo una rivisitazione giullaresca dei Vangeli, era un codice. Ogni parabola nascondeva un riferimento a complotti reali che si stavano preparando nell’ombra. Il potere iniziò a preoccuparsi seriamente nel 1968 quando Fo fondò l’associazione Nuova Scena.

Ufficialmente era una compagnia teatrale alternativa. In realtà era una rete di controinformazione che raccoglieva testimonianze su corruzioni, omicidi di stato, trame golpiste. Gli attori non erano solo attori, erano investigatori che di giorno raccoglievano prove e di sera le trasformavano in teatro. Fu allora che iniziarono le intimidazioni.

Prima furono minacce anonime, poi aggressioni ai membri della compagnia, infine il tentativo di investire Fo con un’auto mentre usciva dal teatro. Ma l’episodio più terribile avvenne il 9 marzo 1973, quando Franca Rame fu sequestrata da un furgone, violentata e torturata per ore. Gli aggressori le ripetevano: “Questo è un messaggio per tuo marito, deve smetterla”.

Fo non si fermò, anzi trasformò anche quella tragedia in arte. Lo stupro, il monologo che Franca portò in scena l’anno dopo, non raccontava solo la sua storia personale, rivelava i nomi in codice degli aggressori che erano membri di un’organizzazione segreta chiamata Rosa dei Venti, collegata ai servizi segreti e coinvolta in progetti eversivi.

Chiunque conoscesse i codici poteva decifrare l’identità dei colpevoli. Ma perché il potere non eliminò semplicemente Fo? Perché trasformarlo in martire lo avrebbe reso ancora più pericoloso? La risposta era più complessa di quanto si potesse immaginare. Nel 1974 un documento trafugato dall’ambasciata americana a Roma rivelò che esisteva un dossier su Dario Fau classificato come operazione giullare.

Il piano prevedeva tre fasi: prima screditarlo, poi isolarlo, infine neutralizzarlo senza farne un martire. L’assassinio era considerato l’ultima opzione perché avrebbe trasformato Fo in un simbolo immortale della resistenza artistica. La fase di discredito iniziò con una campagna mediatica orchestrata. Improvvisamente tutti i giornali iniziarono a pubblicare articoli che dipingevano Fo come un millantatore, un mitomane che inventava complotti per vendere biglietti.

Furono fabbricate prove false che lo collegavano a traffici di droga. Furono pagate false testimoni che dichiaravano di aver avuto relazioni con lui. Ma Fo aveva un’arma che il potere non aveva previsto. Trasformò anche questi attacchi in spettacoli. Claxon, trombette e pernacchi del 1975 era apparentemente una farsa sul fascismo, ma in realtà era una cronaca dettagliata di come il potere stava cercando di distruggerlo.

Ogni personaggio rappresentava un giornalista o un politico reale, identificabile attraverso tic, modi di dire, episodi noti solo agli addetti ai lavori. Il pubblico rideva, ma i potenti rabbrividivano. Fo stava rivelando i loro metodi mentre li subiva. Fu in questo periodo che Fo iniziò a ricevere visite notturne molto particolari, uomini che si presentavano come ammiratori, ma che in realtà erano emissari di varie fazioni del potere.

C’era chi gli offriva soldi per smettere, chi gli prometteva protezione se avesse collaborato, chi lo minacciava velatamente. Fo registrava segretamente tutte queste conversazioni con un registratore nascosto in una finta Bibbia che teneva sempre sul tavolo. Una notte dell’ottobre 1976 ricevette la visita più inquietante di tutte.

Un uomo che non si presentò, vestito completamente di nero, gli mostrò una serie di fotografie. Erano immagini di sua figlia Jacopo bambina scattate a sua insaputa mentre andava a scuola, mentre giocava nel parco, mentre dormiva nella sua stanza. Il messaggio era chiaro, senza bisogno di parole, ma invece di cedere al ricatto, Fo fece qualcosa di geniale e folle allo stesso tempo.

La sera dopo, durante lo spettacolo, proiettò quelle stesse fotografie sul fondale del palcoscenico e improvvisò un monologo sulla paura, sul ricatto, su come il potere usa i figli per piegare i padri. Il pubblico pensò fosse finzione, arte pura. Solo i mandanti del ricatto capirono che Fo li stava sfidando apertamente.

L’escalation continuò nel 1977 con l’episodio più surreale di tutta questa guerra sotterranea. F. fu invitato a esibirsi in Vaticano davanti a un pubblico selezionatissimo di cardinali e monsignori. L’invito era una trappola. Volevano che commettesse qualche errore, qualche blasfemia che permettesse di scomunicarlo e isolarlo dal pubblico cattolico.

Ma Fo trasformò la trappola in trionfo. Recitò parti di mistero buffo, ma cambiando sottilmente il testo, trasformando le storie evangeliche. in allegorie della corruzione vaticana, dello Ior, dei legami tra Chiesa e mafia. Il cardinale Marcinus, potentissimo capo dello Yor, capì perfettamente cosa stava facendo F, ma non poteva fermarlo senza ammettere di aver compreso le allusioni.

Così dovette restare seduto, sorridere e applaudire, mentre Fo raccontava, attraverso la parabola dei mercanti del tempio, gli esatti dettagli di come il Vaticano riciclava i soldi della mafia attraverso le banche svizzere. Il 1978 portò l’attacco più subdolo. Fo iniziò ad avere strani problemi di salute, perdite di memoria improvvise, tremori, difficoltà a parlare.

I medici non trovavano nulla, ma un amico chimico analizzò segretamente campioni di cibo e acqua dalla casa di Fo e trovò tracce di una sostanza psicoattiva usata dalla CIA per esperimenti di controllo mentale. Qualcuno stava cercando di farlo impazzire lentamente. reagì nel suo stile inimitabile, scrisse e mise in scena storia di un attore avvelenato dove raccontava esattamente cosa gli stava succedendo, inclusi i nomi delle sostanze trovate e i sintomi precisi, ma lo fece in forma di commedia dell’arte con lazzi e acrobazie che

trasformavano il tentativo di avvelenamento in una farsa esilarante. I suoi avvelenatori dovettero interrompere l’operazione. Continuare avrebbe significato confermare pubblicamente la veridicità dello spettacolo. Nel 1979 Fossa più audace della sua carriera. Durante uno spettacolo trasmesso in diretta dalla RAI, iniziò a leggere una lista di nomi.

Erano i nomi dei membri della P2, la loggia massonica segreta che controllava pezzi dello Stato italiano. Il problema era che la lista ufficiale non era ancora stata scoperta, sarebbe emersa solo 2 anni dopo, nel 1981. Fo la conosceva in anticipo grazie alla sua rete di informatori. La trasmissione fu interrotta dopo pochi minuti per problemi tecnici, ma ormai il danno era fatto.

Milioni di italiani avevano sentito quei nomi. Licio Gelly, il venerabile maestro della P2, ordinò l’eliminazione immediata di Fo, ma fu fermato da un potere ancora più alto. Si dice che Henry Kissinger in persona telefonò dall’America per dire che uccidere Fo in quel momento avrebbe creato più problemi di quanti ne risolvesse. Quale segreto possedeva Fo che lo rendeva intoccabile persino per la P2 e come riuscì a sopravvivere quando tutti intorno a lui cadevano? Il segreto che proteggeva Dario Fo era nascosto in una cassetta di sicurezza in

una banca di Lugano. Si trattava di un nastro magnetico contenente la registrazione di una conversazione avvenuta nel 1969 tra Giulio Andreotti, Richard Nixon e un terzo uomo la cui voce non è mai stata identificata con certezza. In quella conversazione si pianificava quello che sarebbe diventato il piano solo, il tentativo di colpo di stato del generale De Lorenzo. Ma c’era di più.

Si parlava anche dell’assassinio di Enrico Mattei, avvenuto 7 anni anni prima, confermando che non era stato un incidente. Fo aveva ottenuto questo nastro attraverso una catena di eventi rocambolesca. Nel 1970, durante una tourée negli Stati Uniti, era stato avvicinato da un tecnico del suono italiano che lavorava per l’ambasciata americana.

Quest’uomo, malato terminale e tormentato dal rimorso, gli aveva consegnato il nastro dicendo: “Lei saprà cosa farne, io non ho più tempo, ma lei può cambiare la storia”. Ma invece di rendere pubblico il nastro, Fu lo usò come assicurazione sulla vita. Fece sapere, attraverso canali discreti, che se gli fosse successo qualcosa, copie del nastro sarebbero state inviate simultaneamente a giornali di tutto il mondo. Era uno stallo alla messicana.

Lui non poteva usare il nastro senza scatenare una guerra che lo avrebbe distrutto, ma loro non potevano toccarlo senza causare la propria rovina. Nel 1980 Fo alzò la posta, iniziò a inserire nei suoi spettacoli frasi esatte tratte dal nastro, ma decestualizzate, trasformate in battute comiche.

Solo chi conosceva l’originale capiva cosa stava facendo. Stava dimostrando di avere davvero quella registrazione. Andreotti, che assisteva spesso agli spettacoli di Foo, proprio per controllarlo, impallidiva ogni volta che sentiva le proprie parole segrete trasformate in lazzi teatrali. Ma il gioco più pericoloso Fo lo giocò nel 1981, subito dopo la scoperta della lista della P2.

mise in scena Claxon, Trombette e Pernacchi in una versione speciale, non annunciata, rappresentata una sola volta davanti a un pubblico che non sapeva cosa stava per vedere. In quella versione ogni membro della P2 era rappresentato da un animale. Gelly ragno, Andreotti una volpe, Berlusconi, allora semplice imprenditore, un pavone.

Ma la genialità stava nei dettagli. Ogni animale rivelava segreti reali che solo i diretti interessati potevano riconoscere. Berlusconi, che era presente in sala, capì che Fo sapeva dei suoi legami con la mafia siciliana molto prima che diventassero pubblici, ma non poteva denunciare Fo senza ammettere che quelle allusioni lo riguardavano.

Era intrappolato nel paradosso del potere. Per colpire Fo doveva ammettere le proprie colpe. Il 1982 fu l’anno del tentativo più elaborato di distruggere Fo. Fu orchestrata una complessa operazione per farlo apparire come un collaboratore della CIA. Furono creati documenti falsi, testimonianze fabbricate, persino fotografie ritoccate che lo mostravano in incontri mai avvenuti.

Il piano era far credere alla sinistra che Fo fosse sempre stato un doppio giochista, isolandolo dalla sua base di supporto. Ma Fo aveva un alleato insospettabile, Enrico Berlinguer. Il segretario del PC aveva sempre diffidato di Fo, considerandolo un anarchico incontrollabile, ma quando vide prove contro di lui, capì immediatamente che erano false.

Berlinguer aveva i suoi informatori nei servizi segreti e sapeva che si trattava di un’operazione di discredito. Pubblicamente non difese Fu, ma segretamente fece filtrare prove della falsificazione, salvandolo. L’episodio più misterioso avvenne nel 1983. Fo sparì per tre settimane. Ufficialmente era in tourée in Sudamerica, ma nessuno lo vide là.

Quando riapparve era cambiato, più magro, lo sguardo ossessionato e soprattutto aveva una cicatrice sulla mano sinistra che prima non c’era. Non parlò mai di quelle tre settimane, ma da quel momento i suoi spettacoli divennero ancora più feroci, come se avesse visto o vissuto qualcosa che aveva rafforzato la sua determinazione.

Anni dopo un documento della stasi tedesca orientale rivelò la verità. Fau era stato rapito da un gruppo paramilitare legato a Gladio, la rete segreta anticomunista della NATO. Lo avevano tenuto in una località segreta in Sardegna, sottoponendolo a interrogatori e torture psicologiche per fargli rivelare dove tenesse tutti i documenti compromettenti che aveva raccolto.

Ma Fo resistette usando una tecnica che aveva imparato dal teatro. si dissociò diventando uno dei suoi personaggi, rendendo impossibile distinguere verità e finzione nelle sue risposte. Nel 1984, con l’assassinio del generale dalla chiesa, Fo capì che il livello dello scontro stava salendo pericolosamente.

Decise di internazionalizzare la sua protezione. iniziò a collaborare con artisti e intellettuali di tutto il mondo, inviando copie dei suoi documenti più scottanti a personalità insospettabili, attori di Hollywood, scrittori sovietici, filosofi francesi. Creò una rete di bombe a orologeria informative che sarebbero esplose se gli fosse successo qualcosa.

Fu in questo periodo che scrisse l’anomalo bicefalo, apparentemente una farsa sul potere. ma in realtà una mappa dettagliata di tutti i luoghi dove aveva nascosto documenti. Ogni battuta conteneva un indizio, ogni scena una coordinata geografica camuffata. Solo tre persone al mondo conoscevano il codice per decifrare quella mappa.

Franca Rame, suo figlio Jacopo e una terza persona la cui identità rimane ancora oggi sconosciuta. Come faceva Fo a procurarsi informazioni così segrete? chi erano realmente i suoi informatori nelle più alte sfere del potere. La rete di informatori di Dario Fau era qualcosa che nemmeno i servizi segreti riuscivano a comprendere completamente.

Il 1985 portò una rivelazione scioccante quando morì monsignor Marcello Morgante, vescovo di Ascoli Piceno. Nel suo testamento spirituale, sigillato e consegnato al Papa, confessò di essere stato per 20 anni la fonte principale di Fo all’interno del Vaticano. Il monsignore, tormentato dalla corruzione che vedeva nella chiesa, aveva scelto il teatro come forma di confessione pubblica, passando documenti scottanti attraverso una catena di intermediari che nemmeno Fo conosceva completamente.

Ma Morgante era solo uno dei tanti. C’era anche il Corvo, un alto funzionario del Sisde, che aveva perso un figlio nell’attentato di Piazza Fontana e voleva giustizia. C’era la Colomba, una segretaria di Andreotti che registrava tutto e passava le trascrizioni a Fo. C’era persino il rospo, un mafioso pentito, prima che esistesse ufficialmente la figura del pentito che dal suo nascondiglio forniva dettagli sugli intrecci tra Cosa Nostra e Politica.

Questi informatori non si conoscevano tra loro. Fo aveva costruito una struttura a compartimenti stagni degna di un’organizzazione spionistica. Utilizzava un sistema di cassette postali morte, messaggi cifrati nascosti negli annunci economici dei giornali, persino piccioni viaggiatori per le comunicazioni più delicate, aveva trasformato la compagnia teatrale in una centrale di intelligence alternativa.

Il 1986 fu l’anno in cui Fu rischiò davvero di perdere tutto. Durante le prove di Papa e la strega, ricevette una visita che lo sconvolse profondamente. Era sua figlia Jacopo in lacrime che gli rivelò di essere stata avvicinata dai servizi segreti. Le avevano offerto una scelta terribile: collaborare spiando suo padre o vedere pubblicata una serie di foto intime manipolate che l’avrebbero distrutta socialmente e professionalmente.

reagì con una mossa che nessuno si aspettava. Convocò una conferenza stampa e annunciò che sua figlia aveva deciso di ritirarsi dal mondo del teatro per motivi personali. Poi, guardando dritto nelle telecamere aggiunse: “Chiunque nei prossimi giorni dovesse vedere o ricevere materiale diffamatorio su mia figlia, sappia che si tratta di falsificazioni create da chi vuole colpire me attraverso lei.

” Ho già depositato presso un notaio le prove di questa operazione di ricatto. Non aveva nessuna prova, stava bluffando, ma il bluff funzionò. Chi aveva orchestrato il ricatto non poteva rischiare che Fo avesse davvero quelle prove. Le foto non furono mai diffuse, ma il prezzo fu alto. Jacopo dovette davvero lasciare l’Italia per anni, rifugiandosi in Francia sotto falso nome.

Nel frattempo Fo continuava la sua guerra teatrale. Il Papa e la strega non parlava solo del Vaticano. Nascosta nella trama c’era la storia vera dell’omicidio di Roberto Calvi, il banchiere di Dio trovato impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra. Fo rivelava, attraverso metafore e allusioni, che Calvi era stato ucciso perché stava per rivelare i nomi dei politici italiani che avevano conti segreti allo Ior.

Durante una rappresentazione fece proiettare per pochi secondi una lista di numeri sul fondale. Sembravano parte della scenografia, ma erano i numeri reali di alcuni di quei conti. Il 1987 portò l’episodio più surreale. Fau fu segretamente contattato da Oliver North, il colonnello al centro dello scandalo Iran Contras in America.

North gli offrì documenti che provavano il coinvolgimento di politici italiani nel traffico internazionale di armi in cambio del silenzio su certe operazioni CIA in Italia. Fo prese i documenti e li usò per lo spettacolo l’apocalisse rimandata, ma invece di tacere sulle operazioni CIA, le rivelò tutte trasformandole in una farsa apocalittica, dove Regan e il Papa giocavano a poker con le testate nucleari.

La reazione fu immediata. L’ambasciata americana protestò ufficialmente. Il Vaticano minacciò la scomunica. Il governo italiano tentò di requisire lo spettacolo per attentato alla sicurezza nazionale, ma era troppo tardi. Lo spettacolo era già stato visto da migliaia di persone e registrato clandestinamente.

Le cassette pirata circolavano in tutta Europa. Nel 1988 accadde qualcosa che cambiò le regole del gioco. Durante una rappresentazione a Bologna, un uomo si alzò dal pubblico e sparò tre colpi verso il palcoscenico. Mancò Fo, per pochi centimetri, solo perché l’attore, seguendo un’improvvisazione, si era spostato un attimo prima.

L’attentatore fu immediatamente bloccato e arrestato, ma quello che emerse dalle indagini fu inquietante. L’uomo non aveva precedenti, non aveva motivi personali e non ricordava perché avesse sparato. Un esame psichiatrico rivelò che era stato sottoposto a un condizionamento mentale, probabilmente usando tecniche di controllo mentale sviluppate nel programma MK Ultra.

Qualcuno lo aveva trasformato in un assassino programmato. Ma chi e perché proprio in quel momento? Fo aveva una teoria. Stava per rivelare qualcosa di così grosso che qualcuno aveva deciso che era ora di eliminarlo a qualunque costo. Quel qualcosa era legato a Ustica. Il 27 giugno 1980 un aereo civile era stato abbattuto causando 81 morti.

La versione ufficiale parlava di un cedimento strutturale, ma Fu aveva prove che si trattava di un missile, non un missile italiano, ma un missile nato, sparato durante un’operazione segreta per abbattere un aereo libico che trasportava Gheddafi. L’aereo civile era stato colpito per errore e tutto era stato coperto.

Chi aveva fornito a foò prove così scottanti e come era riuscito a sopravvivere dopo averle rivelate? La fonte delle informazioni su Ustica era la più improbabile di tutte. Un pilota americano della base NATO di Aviano, tormentato dal rimorso per aver partecipato all’operazione di copertura. Quest’uomo che Fo chiamava l’angelo nero aveva assistito alla distruzione delle prove radar e alla falsificazione dei rapporti.

Nel 1989, sapendo di essere malato terminale di cancro, decise di confessare tutto a Fo attraverso una serie di lettere scritte in un italiano stentato, ma terribilmente preciso. Fo trasformò queste rivelazioni in Marino libero, marino è innocente. Apparentemente uno spettacolo sulla ingiusta detenzione di un anarchico.

Ma chi sapeva leggere tra le righe capiva che Marino era l’aereo civile e la sua innocenza era l’essere stato abbattuto per errore. Durante una rappresentazione a Roma, alla presenza di diversi generali dell’Aeronautica, Fo proiettò sul fondale quella che sembrava una mappa astratta. era in realtà la ricostruzione della rotta degli aerei quella notte con i punti esatti dove si trovavano i caccianato.

Il generale Lamberto Bartolucci, capo di stato maggiore dell’Aeronautica all’epoca di Ustica, uscì dal teatro a metà spettacolo, pallido come un morto. Il giorno dopo Fo ricevette una telefonata anonima. Se continua con Ustica non sarà lei a pagare, sarà Franca. La minaccia contro sua moglie lo fermò, ma solo temporaneamente.

Fo iniziò a preparare la sua vendetta più elaborata. Il 1990 fu l’anno della grande beffa. Fo annunciò di aver scritto la sua autobiografia e di averla affidata a un editore straniero da pubblicare Postuma. Il libro, disse, conteneva tutti i segreti che aveva raccolto in 40 anni con nomi, date, documenti. Il panico fu totale.

Politici, magistrati, industriali, ecclesiastici. Tutti si chiedevano cosa ci fosse in quel libro su di loro. Iniziò un pellegrinaggio verso Fu. Personaggi potentissimi si presentavano alla sua porta con offerte sempre più assurde. Ville, conti in Sv. Izzera, persino un’isola privata nei Caraibi. Giulio Andreotti gli offrì la direzione artistica di tutti i teatri stabili italiani.

Berlusconi, che stava preparando la sua discesa in politica, gli propose un contratto miliardario con Mediaset. Tutti volevano comprare il suo silenzio, ma il libro non esisteva. Era una gigantesca messa in scena di Fu per dimostrare quanto il potere fosse terrorizzato dalla verità. Registrò segretamente tutte queste visite e offerte creando un archivio audiovisivo della corruzione italiana.

Quando finalmente rivelò che il libro era una finzione, durante uno spettacolo televisivo in diretta aggiunse: “Ma ora che mi avete detto tutto quello che non volite che scriva, forse il libro lo scrivo davvero.” Il 1991 portò una svolta inaspettata. La guerra del Golfo era appena iniziata e Fo ricevette documenti che provavano che l’Italia, ufficialmente neutrale nel conflitto, stava segretamente fornendo armi chimiche all’Iraq attraverso una complessa rete di società fittizie.

I documenti erano stati trafugati da un funzionario del Ministero della Difesa che aveva scoperto per caso l’operazione e ne era rimasto sconvolto. Fo preparò uno spettacolo esplosivo, La guerra dei buffoni, dove raccontava di un regno immaginario che vendeva pozioni magiche a entrambi i contendenti di una guerra.

Ma il giorno prima della prima successe qualcosa di strano. Tutti gli attori della compagnia si ammalarono simultaneamente. Vomito, febbre alta, delirio. L’avvelenamento era evidente, ma i medici non riuscivano a identificare la sostanza. Fo, che per puro caso non aveva mangiato al pranzo comune della compagnia, era l’unico in piedi.

Decise di andare in scena da solo, improvvisando per 3 ore davanti a 2000 persone. Fu la performance della sua vita, mimò tutti i personaggi, creò effetti sonori con la voce, trasformò il suo monologo in un’accusa diretta contro i trafficanti di morte. Alla fine rivelò i nomi delle società coinvolte nel traffico di armi chimiche, mentre il pubblico applaudiva pensando fosse parte dello spettacolo.

Il 1992 fu l’anno di Mani pulite. Mentre i magistrati di Milano arrestavano politici e imprenditori, F rivelava di avere un archivio parallelo con prove di corruzioni che nemmeno Di Pietro conosceva. Ma c’era un problema. Molte di quelle prove coinvolgevano anche magistrati, alcuni degli stessi che stavano conducendo le indagini.

Fo si trovò in una posizione impossibile. Se rivelava tutto, avrebbe distrutto anche l’unica speranza di giustizia che l’Italia aveva. Se tava diventava complice. Scelse una terza via. iniziò a passare informazioni selettive ai magistrati puliti attraverso canali non ufficiali, mantenendo come ricatto le prove contro i magistrati corrotti.

Fu in questo periodo che Antonio Di Pietro lo contattò segretamente. I due si incontrarono di notte in un parcheggio deserto alla periferia di Milano. Di Pietro gli disse: “So che lei ha materiale su di me. Non le chiedo di distruggerlo, le chiedo solo di usarlo se dovessi tradire la causa.” Era un patto tra uomini d’onore, un’alleanza improbabile tra il giullare e il giustiziere.

Il 1993 portò il tentativo più sofisticato di distruggere Fu. Non più violenza o ricatti, ma qualcosa di più subdolo. Fu orchestrata una campagna per farlo apparire come un genio ormai superato, un vecchio nostalgico fuori dal tempo. Giovani critici, segretamente pagati iniziarono a demolire sistematicamente il suo lavoro.

Nuovi comici, istruiti ad arte lo parodiavano in televisione facendolo sembrare un vecchio patetico. Ma chi orchestrava questa campagna e perché proprio ora che il sistema politico italiano stava crollando? L’orchestratore della campagna di discredito era qualcuno che nessuno avrebbe mai sospettato, Marcello Dellutri, il braccio destro di Berlusconi che stava preparando la rivoluzione mediatica che avrebbe portato Forza Italia al potere.

Dellutri aveva capito che in una democrazia mediatica uccidere la reputazione di qualcuno era più efficace che uccidere la persona, ma aveva sottovalutato Fau e la sua capacità di trasformare ogni attacco in teatro. Nel 1994, mentre Berlusconi conquistava il potere, Fo mise in scena Il diavolo con le zinne, apparentemente una farsa medievale.

In realtà era la storia dell’ascesa di Berlusconi raccontata attraverso l’allegoria di un mercante che vende la sua anima al diavolo per diventare re. Ma il colpo di genio fu che Fo inserta registrazioni audio autentiche di conversazioni tra Berlusconi e mafiosi ottenute da una fonte nei servizi segreti camuffate come effetti sonori di sottofondo. La reazione fu feroce.

Mediaset iniziò una causa miliardaria per diffamazione, ma durante il processo emerse qualcosa di incredibile. Le registrazioni che Fu aveva usato erano autentiche. Il giudice, terrorizzato dalle implicazioni, archiviò il caso per vizio di forma, ma ormai il danno era fatto.

Tutti sapevano che Fo aveva prove concrete dei legami tra Berlusconi e la mafia. Il 1995 portò un evento che cambiò tutto. Fo ricevette una telefonata dalla Svezia. L’Accademia stava considerando la sua candidatura al Nobel, ma c’erano pressioni enormi contrarie. Il governo italiano, attraverso canali diplomatici, stava facendo di tutto per impedirlo.

Fu allora che Fo giocò la sua carta più pericolosa, minacciò di pubblicare documenti che provavano che diversi membri dell’Accademia Nobel erano stati corrotti negli anni per influenzare le assegnazioni dei premi. Non era un bluff. Fo aveva ricevuto questi documenti da un giornalista svedese che aveva indagato per anni sulla corruzione all’interno del Nobel.

La minaccia funzionò, ma ci vollero ancora 2 anni prima che il premio arrivasse. Nel frattempo Fo subì l’attacco più personale e doloroso della sua vita. Il 1996 fu l’anno nero. Franca Rame fu colpita da un ictus che la lasciò parzialmente paralizzata. I medici dissero che era stato causato dallo stress, ma Fo trovò nel suo sangue tracce di una sostanza che poteva provocare ictus.

Qualcuno aveva tentato di colpirlo attraverso la persona che amava di più. Questa volta non trasformò la tragedia in teatro. Per la prima volta in 40 anni Fo pensò di arrendersi, ma fu proprio Franca dal suo letto d’ospedale a dirgli di continuare. Con la voce impastata dalla paralisi, gli disse: “Se ti fermi ora, hanno vinto loro.

Il nostro teatro deve sopravvivere a noi.” Fu riprese a combattere con una ferocia che non aveva mai avuto prima. sapeva che il tempo stringeva, che doveva lasciare una testimonianza definitiva prima che fosse troppo tardi. Il 9 ottobre 1997 l’annuncio del Nobel per la letteratura a Dario Fo scosse il mondo. Il Vaticano protestò ufficialmente.

Il governo italiano reagì con imbarazzo. Gli intellettuali si divisero, ma per Fo era solo l’inizio dell’ultimo atto. Ora aveva una protezione internazionale che lo rendeva quasi intoccabile, poteva finalmente dire tutto. Durante il discorso di accettazione del Nobel a Stocolma, Fo fece qualcosa di inaudito. invece del tradizionale discorso di ringraziamento mise in scena una performance di 40 minuti dove rivelò in forma teatrale ma con nomi e date precise 50 anni di crimini di stato italiani.

Parlò di Piazza Fontana, di Ustica, della P2, delle stragi di mafia, dei depistaggi, degli omicidi politici mascherati da suicidi. Il governo svedese era terrorizzato dalle implicazioni diplomatiche, ma non potevano fermarlo. Era un premio Nobel che parlava nella sede del Nobel. I servizi segreti di mezzo mondo registrarono ogni parola.

Fo sapeva che stava firmando la sua condanna a morte differita, ma non gli importava. Aveva 71 anni e aveva deciso che era ora di dire tutta la verità. Tornato in Italia, Fo trovò un paese spaccato. Per metà degli italiani era un eroe che aveva avuto il coraggio di dire quello che tutti sapevano ma nessuno osava pronunciare.

Per l’altra metà era un traditore che aveva infangato l’Italia davanti al mondo, ma Fo aveva ancora un ultimo colpo da giocare. Nel 2000 iniziò a scrivere quello che chiamava il suo testamento teatrale, una serie di opere che sarebbero state rappresentate solo dopo la sua morte. Le consegnò a notai in diversi paesi con istruzioni precise su quando e come rappresentarle.

Ogni opera conteneva rivelazioni programmate per esplodere come bombe aurologeria nel futuro. Gli ultimi anni furono relativamente tranquilli. Il potere aveva capito che ormai il danno era fatto e che perseguitare ulteriormente Fo lo avrebbe solo trasformato in un martire ancora più potente. Fo continuava a raccogliere informazioni, a tessere la sua rete, a preparare la sua vendetta postuma.

Quando morì il 13 ottobre 2016, all’età di 90 anni, lasciò istruzioni precise per il suo funerale. Doveva essere una rappresentazione teatrale con attori che interpretavano i potenti che aveva combattuto tutta la vita, costretti a portare la sua bara. Fu l’ultima geniale provocazione del giullare che aveva fatto tremare il potere.

Ma la storia non finisce qui. Nel suo testamento Fo rivelò l’esistenza di un archivio segreto nascosto in un luogo che solo tre persone al mondo conoscono. Quest’archivio contiene documenti, registrazioni, prove di crimini che coinvolgono personaggi ancora viventi e al potere. Le istruzioni sono chiare. L’archivio deve essere aperto nel 2039, 100 anni dopo l’inizio della seconda guerra mondiale.

Perché proprio quella data? Cosa contiene davvero quell’archivio? E chi sono le tre persone che ne custodiscono il segreto? Forse un giorno lo sapremo, o forse, come avrebbe voluto Fo, il mistero continuerà a tormentare i potenti, costringendoli a chiedersi quali dei loro segreti sono nascosti in quell’archivio in attesa di essere rivelati.

Cari spettatori, abbiamo viaggiato attraverso la vita straordinaria di Dario Fo, il giullare che fece tremare i potenti, l’artista che trasformò il teatro in un’arma di verità. La sua storia ci insegna che l’arte, quando è coraggiosa e libera, può essere più potente di qualsiasi esercito. Se questa incredibile storia vi ha appassionato, vi invito a iscrivervi al canale e lasciare un like.

Ricordate, la verità può essere ritardata, censurata, nascosta, ma alla fine, come diceva Fo, trova sempre il modo di salire sul palcoscenico. Grazie per averci seguito e alla prossima rivelazione.

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