24 ottobre 1917. L’esercito italiano viene cancellato in una notte. 10.000 morti, 265.000 prigionieri, 300.000 sbandati, 3152 cannoni abbandonati al nemico, quasi la metà dell’intera artiglieria dell’esercito, 150 km di ritirata dal fiume Isonzo al fiume Piave, 150 km di strade intasate da soldati senza ordini, profughi con i carri, animali da soma, carriaggi rovesciati nei fossi, un esercito che si dissolve camminando.
Caporetto, il peggior disastro militare nella storia d’Italia. L’Europa guarda e ride. A Rapallo i capi alleati si riuniscono all’Hotel Cursal. Lloyd George e Robertson per la Gran Bretagna, Pain Lev e Fosch per la Francia, Orlando per l’Italia e il primo ministro britannico scrive nelle sue memorie parole che suonano come una sentenza.
Non potevamo affidare i nostri soldati all’attuale alto comando italiano. I francesi e gli inglesi mandano 11 divisioni di rinforzo, ma non per fiducia negli italiani, per proteggere i propri interessi. L’Austria è convinta che Trieste, la città che l’Italia sogna da 52 anni, resterà austriaca per sempre. Tutti si sbagliano perché esattamente un anno dopo, allo stesso giorno, 24 ottobre 1918, quell’esercito dato per morto lancerà l’offensiva che distrugge l’impero austro-ungarico. 448.
000 prigionieri austriaci, 536 anni di dominio su Trieste cancellati. E i bersaglieri, i soldati italiani che non marciano mai, che corrono, sbarcheranno al porto di Trieste e la prenderanno. Ma prima bisogna capire quanto in fondo l’Italia è caduta. Caporetto non è solo una sconfitta, è un tradimento dall’alto. Il generale Luigi Cadorna, l’uomo che comanda l’esercito italiano da 3 anni, pubblica un bollettino il 28 ottobre in cui accusa i suoi stessi soldati di essersi vilmente ritirati senza combattere e di essersi ignominiosamente
arresi al nemico. 300.000 ragazzi, tutti codardi secondo il loro generale. La colpa è dei soldati, non di chi li ha mandati a morire 11 volte sulle stesse rocce del Carso senza mai cambiare tattica. senza mai ascoltare un suggerimento, senza mai visitare una trincea. Roma lo rimuove il 9 novembre.
Al suo posto arriva un napoletano che nessuno conosce, Armando Diaz. Senza fama, senza vittorie celebri, senza il carattere autocratico del predecessore. L’Europa lo guarda con scetticismo. A Rapallo l’atmosfera è gelida. Lloyd George scrive che il quartier generale era stato preso dal panico più delle truppe. I francesi condividono la stessa analisi.
La condizione per mandare rinforzi è chiara. Cadorna deve sparire. Per gli alleati l’Italia è un peso, non un partner. E con l’Italia sembra morire il sogno più antico del paese, Trieste, la città che l’Italia insegue dal 1866, quando la Terza Guerra di Indipendenza restituì il Veneto, ma lasciò Trieste, il Trentino e l’Istria in mani austriache.

Nel 1877 Matteo Renato Imbriani conia il termine che definisce una generazione terre irredente. Terre non redente, non liberate. Nel 1882 Guglielmo Oberdan, triestino, viene impiccato per aver tentato di assassinare l’imperatore Francesco Giuseppe. Le sue ultime parole prima del capestro: “Viva l’Italia libera! Viva Trieste libera”.
Dopo quell’esecuzione l’imperatore non visita mai più Trieste, ma la città resta austriaca. Nel 1891 nasce la Lega Nazionale, un’associazione che difende la lingua e la cultura italiana nelle province sotto dominio asburgico, perché Vienna non si limita a governare Trieste, tenta di cancellarla. Per 52 anni generazioni di italiani cantano, cospirano, muoiono per una città che non vedono libera.
Nel 1915 l’Italia entra in guerra con un obiettivo dichiarato: Trieste e Trento, la quarta guerra di indipendenza. Dopo Caporetto, quella promessa è sepolta sotto 265.000 prigionieri. Ma Caporetto fa una cosa che nessuno prevede. Non distrugge l’Italia, la unisce. Per la prima volta dal Risorgimento tutti gli italiani, nord e sud, contadini e industriali, analfabeti e professori, si riconoscono in un’unica causa.
Il Piave diventa una linea sacra e lo straniero non passa. A giugno 1918 l’Austria lancia l’attacco che deve finire l’Italia. 58 divisioni e 5.000 cannoni attraversano il Piave, l’offensiva più grande che l’impero abbia mai scatenato sul fronte italiano. Non basta. I ragazzi del 99, 260.000 diciottenni arruolati dopo Caporetto, tengono la posizione.
La battaglia del solstizio dura 8 giorni. L’Austria perde 150.000 uomini. 20.000 soldati annegano nel Piave in piena tentando di ritirarsi. L’offensiva si spegne sulla riva di un fiume difesa da ragazzi che un anno prima andavano ancora a scuola. L’Austria ha giocato la sua ultima carta e ha perso. Da quel momento l’impero austro-ungarico comincia a morire.
A ottobre 1918 la dissoluzione è totale. I ciechi proclamano l’indipendenza. Gli ungheresi sciolgono l’unione con Vienna. Croati e sloveni formano il loro stato. Nell’esercito austriaco 230.000 disertori. Intere divisioni rifiutano gli ordini. Soldati di ogni nazionalità marciano verso casa senza aspettare il permesso di nessuno.
L’imperatore Carlo tenta di salvare il trono offrendo autonomia a tutti, ma è troppo tardi, nessuno lo ascolta più. L’impero che tiene Trieste dal 1382 536 anni si sta sgretolando e i bersaglieri, i soldati che corrono, che non marciano mai, che dal 1836 avanzano a 180 passi al minuto, stanno per arrivare.
Armando Diaz non somiglia a Cadorna, non urla, non minaccia fucilazioni, non accusa i soldati di vigliaccheria, fa qualcosa di più radicale, li tratta come esseri umani. In poche settimane smantella il sistema che ha prodotto Caporetto. Abolisce la decimazione, la pratica di fucilare un soldato ogni 10 dopo una ritirata che sotto Cadorna ha ucciso circa 750 italiani per mano dei propri ufficiali.
Nel 1918 le esecuzioni extragiudiziarie scendono a 16. 16 contro centinaia dell’anno precedente. Aumenta la razione di carne a 350 g al giorno. Accorcia i turni al fronte. concede licenze durante il raccolto per i soldati contadini che sono la maggioranza. Crea gli uffici P, uffici di propaganda che usano cinema, giornali, volantini per spiegare ai soldati perché combattono, ma soprattutto Diaz cambia il modo di pensare la guerra.
Cadorna attaccava frontalmente, 11 volte sullo stesso fronte, con la stessa tattica, aspettandosi risultati diversi. Diaz studia, analizza, aspetta. I francesi e Foc lo pressano. Attaccate adesso, attaccate sull’Asiago, attaccate ovunque. Diaz rifiuta, non rischia un’altra caporetto. Attaccherà quando le condizioni saranno perfette, quando l’Austria sarà troppo debole per reagire, quando la Germania non potrà mandare rinforzi.
Quel momento arriva a ottobre del 1918, 24 ottobre, esattamente un anno dopo Caporetto. La data non è casuale. Diaz lancia l’offensiva su due assi. Il primo colpo cade su Montegrappa, dove la quarta armata attacca le posizioni austriache nella roccia. È un diversivo. Lo scopo è attirare le riserve austriache a nord, svuotare il centro e funziona.
Gli austriaci mandano rinforzi su Grappa, convinti che sia l’attacco principale. Le perdite italiane su Montegrappa saranno tremende. 24.5007 caduti in pochi giorni, ma il sacrificio ha uno scopo preciso. Mentre l’Austria guarda a nord, il vero attacco arriva al centro. Il Piave. Il 26 ottobre i pontieri iniziano a gettare le passerelle.
Il Piave è in piena. L’acqua porta via i ponti. I genieri li ricostruiscono sotto il fuoco. La decima armata di Lord Cavan, due divisioni britanniche e due italiane, prende l’isola di Papadopoli al centro del fiume. La 12esima armata stabilisce una testa di ponte più a nord. Poi arriva il momento che decide la guerra.
La sera del 27 ottobre il generale Enrico Caviglia, comandante dell’ottava armata, 14 divisioni, prende la decisione più importante della battaglia. Invece di aspettare che la sua armata attraversi il Piave al completo, sposta due divisioni fresche per sfruttare la piccola testa di ponte della decima armata. L’obiettivo tagliare le comunicazioni tra la sesta armata austriaca e l’armata dell’isonzo.
Dividere il nemico in due. Il maresciallo Boroevic ordina un contrattacco. Le sue truppe rifiutano di obbedire. Il 28 ottobre il comando austro-ungarico ordina la ritirata generale. Lo stesso giorno i ciechi proclamano l’indipendenza di Praga. Il 29, l’ottava armata di caviglia avanza verso Vittorio Veneto.
Le linee austriache lungo il Piave si spezzano. Il 30 ottobre all’alba i lancieri e i bersaglieri ciclisti dell’ottava armata entrano nella città di Vittorio Veneto. L’avanzata rallenta soltanto per l’enorme massa di prigionieri che intasa le strade. Il 31 la quarta armata sfonda finalmente su Montegrappa e dilaga verso Feltre. 300.
000 soldati austriaci si sono già arresi. Il primo novembre il 29º corpo d’armata compie un’avanzata fulminea su Trento, sbarrando le vie di fuga alle armate nemiche nel Trentino. L’impero austro-ungarico non è sconfitto, è annientato, ma c’è ancora un obiettivo, il più importante di tutti, quello che non compare sulle mappe militari come priorità strategica, ma che ogni italiano porta nel cuore da 52 anni.
Trieste e qualcuno deve arrivarci per primo. All’alba del 3 novembre 1918 un convoglio navale lascia Venezia. In testa il cacciatorpediniere audace comandato dal capitano di corvetta Pietro Starita. Dietro i cacciatorpediniere Lamasa, Missori, Fabrizi. Le torpediniere Climene e Procione partono da Cortellazzo e si uniscono in mare.
Piroscafi, vaporetti veneziani, chiatte trainate, una flottiglia improvvisata, carica di soldati. A bordo circa 2600 uomini. La seconda brigata bersaglieri, settimo eo reggimento, al comando del generale Felice Coralli, un uomo che la guerra ha già segnato, ferito a plezzo, braccio sinistro fratturato da una granata, tre medaglie d’argento al valore e circa 200 carabinieri reali.
Sull’audace il comandante della spedizione, il tenente generale Carlo Petitti di Roreto, piemontese, 56 anni, veterano della Libia, delle Dolomiti, dell’Asiago, della Battaglia del Solstizio, l’uomo che tra poche ore pronuncerà le parole che l’Italia aspetta da mezzo secolo. I bersaglieri a bordo sono ciclisti, la specialità più veloce dell’esercito italiano.
Uomini addestrati a muoversi più rapidamente di qualsiasi altra fanteria, in bicicletta o a piedi. Fondati nel 1836 da Alessandro La Marmora, che voleva tiratori scelti capaci di coprire il terreno alla velocità della cavalleria. Il loro passo, 180 battute al minuto contro le 120 della fanteria ordinaria. Non marciano, corrono.
Adesso corrono verso Trieste. Il convoglio avanza nell’Adriatico settentrionale. La rotta è breve. Venezia dista da Trieste poco più di 60 miglia nautiche, ma il mare è infestato di mine austriache. I dragamine precedono la formazione scandagliando il fondale metro per metro. Gli idrovolanti pattugliano dall’alto cercando sagome scure sotto la superficie.
Due mine vengono dragate al largo di Cortellazzo, due punti neri nel grigio dell’Adriatico, disinnescati e lasciati affondare. Per il resto nulla. Il mare è calmo, la giornata è limpida. Corre voce che tre sommergibili austriaci siano usciti da Pola per intercettare il convoglio. La notizia circola tra gli equipaggi, passa da nave a nave, mette tensione nelle sale macchine e sulle plance, ma è un falso allarme. I sommergibili non esistono.
La marina austro-ungarica sta morendo come il suo impero. Le ciurme si ammutinano, gli ufficiali perdono autorità, le navi restano in porto. Non c’è nessuno ad aspettarle in mare. Il vero pericolo non è nell’acqua, è a terra. Nessuno sa con certezza cosa stia succedendo a Trieste. Le comunicazioni sono interrotte, le ultime notizie sono frammentarie, contraddittorie, allarmanti.
La città è nel caos e la domanda che pesa su ogni ufficiale del convoglio è una sola: i bersaglieri saranno accolti come liberatori o come invasori? Bisogna tornare indietro di qualche giorno per capire. Trieste, fine ottobre 1918. La città vive gli ultimi giorni dell’impero in uno stato di tensione che rasenta l’esplosione.
Le notizie dal fronte arrivano a onde. Vittorio Veneto è caduta, l’esercito austriaco è in rotta. L’imperatore ha chiesto l’armistizio, ma l’armistizio non è ancora firmato. L’autorità austriaca esiste ancora, almeno sulla carta. Il governatore imperiale è il barone Alfred de Frisene, un uomo che sa leggere i segni.
La sera del 30 ottobre una delegazione del neonato comitato di salute pubblica si presenta al suo ufficio e gli comunica che l’Austria ha perso Trieste. Frisene tenta un ultimo gesto. Ordina alla guarnigione di Monfalcone di mandare truppe per reprimere le manifestazioni. L’ordine non viene eseguito, nessun soldato si muove.
Alle 19:30 arriva una risposta da Vienna che riconosce i fatti compiuti. Il paese è libero. Freezken se ne va. Prima di partire gli attribuiscono una frase: “Spero che l’Italia tratti Trieste come una figlia amata, come lo è stata per l’Austria”. Poi scompare dalla storia, resta un vuoto di potere. Il comitato di salute pubblica, 12 liberal nazionalisti italiani, 12 socialisti italiani, quattro delegati slavi, cerca di mantenere l’ordine, ma le strade sono percorse da bande di sbandati, soldati austro-ungarici senza più comando, prigionieri di guerra russi che
saccheggiano. La situazione è instabile, qualcuno deve arrivare, è in fretta. Il 29 ottobre, quando le notizie di Vittorio Veneto raggiungono Trieste, esplodono le prime manifestazioni. Le strade si riempiono. Il 30 ottobre, poco dopo mezzogiorno, un gruppo compatto di giovani esce dal caffè degli Specchi, uno dei caffè più antichi e celebri di Trieste, affacciato su Piazza Grande, portando un tricolore improvvisato.
La bandiera è cucita alla meglio, i colori non sono perfetti, ma il significato è inequivocabile. Il gruppo attraversa la piazza. Altri si uniscono, poi altri ancora. In pochi minuti il corteo diventa una folla e la folla diventa un fiume. Dalle finestre piovono fiori, le donne grio, gli uomini si abbracciano per strada con sconosciuti.
Qualcuno piange, qualcuno ride. Il grido che attraversa la città è uno solo. L’ora è scoccata, il governo austriaco è caduto per sempre. In Piazza Grande la statua del marinaio di ferro, simbolo della fedeltà austriaca, viene data alle fiamme. Il tricolore sale sul palazzo. Viva l’Italia! Alfonso Valerio, avvocato triestino, già podestà della città nel 1909 e nel 1913, rimosso e internato dall’Austria allo scoppio della guerra, viene acclamato dalla folla come il primo sindaco della città redenta.
Trieste sta già festeggiando, ma gli italiani non sono ancora arrivati ed è in queste ore che un’altra storia, una storia silenziosa, nascosta, durata 2 anni, si avvicina al suo momento. Nel 1916 quattro giovani donne triestine cuciscono in segreto un grande tricolore italiano. Si chiamano Nerina Slataper, Maria Schiller, Lucilla Luzzatto, Bianca Stuparik.
Le conoscono come il quartetto del fiore. Cucciono la bandiera di nascosto, sapendo che se gli austriaci la trovano rischiano l’arresto o peggio. Nerina è la sorella di Shipio Slataper, il poeta irredentista. Scipio ha scritto Il mio Carso, il libro che ha dato voce alla nostalgia di Trieste per l’Italia. Si è arruolato volontario nel 1915.
Il 3 dicembre 1915 a Monte Podgora, durante la quarta battaglia dell’Isonzo, viene ucciso sotto il filo spinato austriaco. Non ha ancora 28 anni. Bianca è la sorella di Gianni e Carlo Stuparik. Carlo, 22 anni, si è arruolato con il fratello nei granatieri di Sardegna. Il 30 maggio 1916 a Monteco. Il suo plotone viene circondato dagli austriaci.
Piuttosto che arrendersi, Carlo si toglie la vita. Medaglia d’oro al valor militare, alla memoria. Gian viene ferito e catturato lo stesso giorno. Nasconde la sua vera identità per 2 anni nei campi di prigionia ungheresi. Se gli austriaci scoprono che è un triestino e un disertore dell’esercito imperiale, lo fucilano.
Queste sono le sorelle dei morti. Queste sono le mani che hanno cucito quella bandiera e quella bandiera è nascosta nel giardino di casa slata per da due anni, avvolta nel silenzio e nell’attesa. Sta per essere il suo momento. Sul mare il convoglio prosegue verso est. Nessun sommergibile, nessuna mina.
L’Adriatico è una lastra grigia e piatta. Trieste è vicina. Ogni uomo a bordo dell’audace sente che la storia sta per cambiare pagina. Alle 16:10 l’audace appare all’orizzonte di Trieste. 3 novembre 1918, ore 16:10, porto di Trieste. L’audace entra nel porto guidato dalla torpediniera TB3, un’ex unità austro-ungarica che conosce la posizione delle mine nel bacino.
Il caccia torpediniere si avvicina al molo San Carlo, il molo principale della città, proteso nel mare come un braccio di pietra, e inizia le manovre di attracco. Dietro di lui il resto del convoglio si dispone nell’imboccatura del porto. Il molo è già nero di gente. Migliaia di triestini si sono ammassati lungo la banchina, sulle rive, in piazza Grande, sui tetti, alle finestre, su ogni superficie da cui si possa vedere il mare.
Le notizie sono arrivate prima delle navi. I triestini sanno che stanno arrivando gli italiani e li aspettano. Un motoscafo con bandiera italiana si stacca dal molo e si accosta all’audace. A bordo due uomini, Alfonso Valerio, presidente del comitato di Salute Pubblica, e Edmondo Pucker, vicepresidente, socialista e irredentista.
Sono venuti a ricevere i liberatori in nome della città. Valerio ha 66 anni. La sua vita è la storia dell’irredentismo triestino in miniatura. Avvocato, consigliere comunale, podestà di Trieste nel 1909 e poi nel 1913. Quando l’Italia entra in guerra nel 1915, le autorità austriache lo rimuovono dall’incarico e lo internano.
Per 3 anni è un prigioniero politico. Torna a Trieste solo a fine ottobre 1918, in tempo per essere acclamato in piazza come il primo sindaco della Trieste italiana. Pue ha 45 anni, avvocato anche lui, socialista convinto, collaboratore del giornale La Lega delle Nazioni. Il suo destino non finisce qui. 25 anni dopo, nel dicembre 1943, le SS lo arresteranno come membro della Resistenza e lo deporteranno a Daakau.
Sopravviverà, ma il campo lo distruggerà fisicamente. Per ora però è su quel motoscafo e sta per vivere il momento più importante della sua vita. Il motoscafo si accosta. Valerio e Puecher salgono a bordo dell’audace. Poi l’uomo per cui tutta Italia aspetta scende a terra. Carlo Petitti di Roreto, tenente generale, 56 anni, nato a Torino in una famiglia nobile del Piemonte.
Ha combattuto in Libia come colonnello. Ha guidato la Brigata Parma sulle Dolomiti. Al Passo San Pellegrino, al Col di Lana. Ha resistito alla Straf Expedition ad Asiago. Ha comandato 40.000 uomini nei Balcani, entrando a Monastir nel novembre 1916. È tornato sul Carso per le ultime tre battaglie dell’isonzo, guadagnandosi una medaglia d’argento.
A giugno 1918 ha guidato il 23º corpo d’armata nella battaglia del solstizio sul Piave. Quest’uomo scende dal cacciator pediniere. Il suo stivale tocca la pietra del molo San Carlo. Si ferma, guarda la folla e pronuncia le parole che l’Italia aspetta da 52 anni. Prendo possesso della città per conto di Sua maestà il re d’Italia.
La piazza esplode. Un ruggito che sale dal ventre della folla. Un suono che è gioia e dolore e liberazione e lacrime e grida tutte insieme. Bandiere italiane appaiono ovunque, nascoste per anni in soffitte, in cantine, in cassetti, cucite nei fodere dei cappotti e adesso sventolano al sole del pomeriggio. Tricolori grandi e piccoli, perfetti e improvvisati, nuovi e consumati dal tempo.
La città si veste dei suoi veri colori. I bersaglieri sbarcano. 200 uomini delimo battaglione, settimo reggimento, scendono dall’audace con le loro biciclette. I bersaglieri ciclisti, la fanfara in testa sulle note de la ragazza di Trieste, avanza verso Piazza Grande, che da oggi si chiamerà Piazza Unità. La folla li accompagna, non li segue, li accompagna, si mescola a loro, cammina con loro, canta con loro.
Le donne lanciano fiori, i bambini corrono accanto alle biciclette, gli uomini abbracciano soldati che non hanno mai visto prima e i soldati abbracciano civili che parlano il loro stesso dialetto, ma con un’inflessione diversa, con una cadenza che è rimasta austriaca per 536 anni e che da oggi suona italiana. 200 carabinieri reali prendono posizione lungo le strade principali.
In teoria sono lì per mantenere l’ordine. In pratica non c’è niente da mantenere, non c’è disordine, solo gioia. Petitti di Roreto si dirige al palazzo del governo, si affaccia dalla loggia. La piazza sotto di lui è un mare di teste, bandiere, mani alzate. Trieste è libera, italiana per sempre. Poi aggiunge una frase che rivela la complessità del momento.
Ogni disordine sarà represso. Non è solo una liberazione, è una presa di possesso, un’autorità che ne sostituisce un’altra. Quella sera stessa Petitti dissolverà il comitato di salute pubblica e assumerà pieni poteri come primo governatore militare di Trieste e della Venezia Giulia. Ma in quel momento, sulla loggia, con la folla che grida e le bandiere che sventolano, nessuno pensa alla politica.
Le ore successive portano il resto del convoglio. Alle 17 il piroscafo Istria sbarca una compagnia mitraglieri che prende possesso dell’arsenale militare. Alle 18:00 le ultime navi attraccano e le truppe rimanenti scendono a terra. Il 39º battaglione dell’undº reggimento bersaglieri si unisce al decimo e insieme prendono il controllo dei punti chiave della città.
C’è un uomo che guida questi bersaglieri e che merita un nome, Felice Coralli, generale nato a Casteggio nel 1866, ha combattuto nella guerra italot-turca. È stato ferito a plezzo. Una scheggia di granata gli ha fratturato il braccio sinistro, ma è tornato al comando. Tre medaglie d’argento al valore militare. Adesso è qui, con il braccio che non si è mai ripreso del tutto a guidare i suoi bersaglieri nella città che l’Italia sognava da prima che lui nascesse.
Quella sera Trieste festeggia come non ha mai fatto. Le strade sono piene fino a notte, i caffè traboccano di gente. Il caffè degli specchi, dove qu giorni prima era partita la rivolta, adesso risuona di canti italiani. Le luci restano accese. Il suono delle fanfare si mescola alle voci della folla. Il sogno di 52 anni si è realizzato.
Bisogna fermarsi un momento. Bisogna capire cosa significa davvero quello che è appena successo. Perché Trieste non è una città qualsiasi, non è un obiettivo militare come un ponte o una collina o un deposito di munizioni. Trieste è un’idea. È il pezzo mancante di un mosaico che l’Italia costruisce da 70 anni.
Il Risorgimento, il processo di unificazione italiana comincia nel 1848. Prima guerra d’indipendenza Carlo Alberto contro l’Austria, sconfitta a Novara nel 1859. La seconda con l’aiuto della Francia l’Italia prende la Lombardia. Nel 1860 Garibaldi parte con i 1000 e libera il Sud. Il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia è proclamato, ma il regno è incompleto.
La terza guerra di indipendenza nel 1866 porta il Veneto. Nel 1870 l’esercito entra a Roma. L’Italia sembra unita. Sembra perché Trieste è ancora austriaca, Trento è ancora austriaca, Listria è ancora austriaca. La ferita resta aperta. Nel 1877 Imbriani la chiama terra irredenta. Terra non redenta, non liberata. Una ferita che non guarisce perché nessuno la cura.
Per 52 anni questa ferita definisce l’identità nazionale. I martiri si accumulano. Oberdan, impiccato nel 1882. Scipio Slataper ucciso a Monte Podgora nel 1915. Carlos Stuparic che si toglie la vita a Montecoo nel 1916 piuttosto che arrendersi agli austriaci e dietro di loro migliaia di altri soldati, intellettuali, cospiratori, patrioti che hanno dato tutto per un’idea, vedere Trieste italiana.
Quando l’Italia entra in guerra nel 1915, il primo ministro Salandra la definisce la quarta guerra di indipendenza. Non è retorica, è la verità. L’Italia non entra in guerra per la Serbia o per il Belgio o per la democrazia, entra in guerra per Trieste e Trento. E poi arriva Caporetto. Il 24 ottobre 1917. Il sogno sembra morire. 265.
000 prigionieri, 150 km di ritirata. L’Europa ride, l’Austria brinda, il sogno è sepolto. Ma un anno dopo, esattamente un anno dopo, la simmetria è così perfetta che sembra scritta da un romanziere. 24 ottobre 1917 Caporetto. 24 ottobre 1918 Vittorio Veneto. La stessa data, lo stesso esercito, ma tutto è rovesciato.
A Caporetto l’Italia perde 265.000 prigionieri. A Vittorio Veneto l’Austria ne perde 448.000. A Caporetto l’Italia arretra di 150 km. A Vittorio Veneto l’Italia avanza fino a Trieste. A Caporetto il mondo scrive la parola fine sull’Italia. A Vittorio Veneto l’Italia scrive la parola fine su un impero di 6 secoli.
Gli storici la chiamano caporetto al contrario. Un anno ha cambiato tutto. E chi arriva per primo a Trieste? Chi scende dall’audace e tocca la pietra del molo? I bersaglieri non è un caso, non è un’assegnazione casuale del comando. I bersaglieri sono la scelta perfetta per questo momento e lo sono per ragioni che vanno oltre la tattica.
I bersaglieri esistono dal 1836. Il generale Alessandro La Marmora li crea perché il piccolo regno di Sardegna non può permettersi la cavalleria. Ha bisogno di fanteria veloce, tiratori scelti capaci di coprire terreno alla velocità di un cavallo al galoppo. Da quel giorno i bersaglieri non marciano, corrono 180 passi al minuto contro i 120 della fanteria ordinaria.
In parata, in caserma, in battaglia, corrono sempre. È il loro marchio, è la loro identità. Il cappello con le piume di gallo cedrone. La fanfara che suona in testa alla colonna, la velocità come filosofia. Non aspettare il nemico, raggiungerlo, non difendere una posizione, conquistare la prossima.
E adesso corrono verso Trieste, corrono verso il traguardo di 52 anni. C’è un’altra cosa che distingue questo momento, una cosa che spesso viene dimenticata quando si racconta la storia delle conquiste militari. Trieste non viene conquistata, viene accolta. Non c’è combattimento urbano, non ci sono barricate da sfondare, cecchini da stanare, quartieri da rastrellare, non c’è resistenza armata.
Quando i bersaglieri scendono dall’audace trovano una folla in festa, non un nemico trincerato. Alfonso Valerio e Edmondo Pueker salgono sul motoscafo e vanno incontro alle navi di loro spontanea volontà. La popolazione getta fiori, non pietre. Le bandiere italiane escono dai nascondigli dove sono state custodite per anni.
Perfino il governatore austriaco, prima di andarsene, esprime l’auspicio che l’Italia tratti Trieste come una figlia amata. Non c’è odio nel suo addio. C’è la consapevolezza che un’epoca è finita. Questa non è una conquista, è un ritorno. Una città che torna a casa dopo 536 anni, un figlio che ritrova la madre, un cerchio che si chiude.
La differenza tra conquista e liberazione non sta nelle armi o nei numeri, sta nelle lacrime di chi accoglie e nelle lacrime di chi arriva. A Trieste, il 3 novembre 1918 piangono tutti e piangono di gioia. Questo è il momento più alto del Risorgimento italiano. Non Roma nel 1870 presa con le armi contro un papa riluttante.
Non Venezia nel 1866 ceduta dalla diplomazia. Trieste, 1918, liberata da soldati che corrono, accolta da una città che aspetta da mezzo secolo. Il Risorgimento finisce qui, sul molo San Carlo, con le piume dei bersaglieri al vento. Mentre i bersaglieri sbarcano a Trieste, a qualche centinaio di chilometri di distanza, in una villa Patrizia, alla periferia di Padova, si firma la fine di un impero.
Villa Giusti, 3 novembre 1918, ore 15:20. Il tenente generale Pietro Badoglio, a nome dell’Italia e delle potenze alleate, e il generale austriaco Victor Weber Edler von Webenau, a nome di un impero che già non esiste più, appongono le loro firme sul documento che chiude 636 anni di potere asburgico. I termini sono senza appello: evacuazione immediata di tutti i territori occupati dal 1914, cessione del tirolo meridionale di Trieste, dell’Istria, di Gorizia, della Carniola occidentale, di parte della Dalmazia.
Smobilitazione totale dell’esercito austro-ungarico con un massimo di 20 divisioni a ranghi di pace consentite sul territorio. Consegna della metà dell’artiglieria e dell’equipaggiamento, espulsione di tutte le forze tedesche entro 15 giorni. È la Marina. La resa navale è altrettanto devastante. 15 sommergibili, tre corazzate, tre incrociatori leggeri, nove cacciatorpediniere, 12 torpediniere, sei monitori danubiani.
Occupazione alleata di pola, fortezze, cantieri, arsenale, entro 48 ore. Nessuna distruzione consentita. L’armistizio entra in vigore alle 15 del 4 novembre, ma è già irrilevante. Trieste è italiana dal pomeriggio del 3. I bersaglieri l’hanno presa prima ancora che l’inchiostro si asciughi sulle pagine di Villa Giusti. L’Austria-Ungheria non sopravvive alla guerra, non perde solo un conflitto, perde se stessa.
Un impero che governa l’Europa centrale dalla fine del X secolo, dalla presa del Ducato d’Austria nel 1282, si dissolve in sette stati successori: Austria, Ungheria, Cecoslovacchia, il Regno dei Serbi, croati e sloveni. La Polonia rinasce con la Galizia, la Romania si espande con la Transillvania e il Banato. L’Italia acquisisce il Trentino, il Tirolo Meridionale, Trieste, Listria e parte della Dalmazia.
L’impero che aveva tenuto Trieste dal 1382, 536 anni di dominio ininterrotto, non esiste più. La città che era il porto principale degli Asburgo, la loro finestra sul Mediterraneo, la quarta città dell’Impero dopo Vienna, Budapest e Praga è passata all’Italia e il nemico lo sa. Un anno dopo la fine della guerra, il 7 novembre 1919, il generale tedesco Erich Ludendorf scrive una lettera al conte Lerkenfeld.
Ludendorf non è un generale qualsiasi, è il quartiermastro generale dell’esercito tedesco, l’uomo che ha pianificato le offensive sul fronte occidentale, il cervello militare della Germania guglielmina. E nella sua lettera scrive una frase che vale più di qualsiasi celebrazione italiana. A Vittorio Veneto l’Austria non ha perduto una battaglia, ma ha perduto la guerra e se stessa, trascinando la Germania nella sua caduta.
La Germania nella sua caduta. Non solo l’Austria cade, l’Austria trascina giù anche la Germania. Vittorio Veneto non è la fine di un esercito, è la fine di due imperi. La vittoria italiana non chiude solo il fronte italiano, contribuisce a chiudere l’intera guerra mondiale. Ludendorf aggiunge nella stessa corrispondenza: “Se l’Austria non fosse crollata, avremmo ancora potuto guadagnare tempo e resistere senza difficoltà per tutto l’inverno se l’Austria non fosse crollata, ma è crollata perché l’Italia l’ha fatta
crollare”. Chi rideva a Rapallo nel 1917, chi diceva che l’Italia era un peso, che l’alto comando non meritava fiducia, che le truppe italiane erano inaffidabili. Adesso legge i numeri e tace. 448.000 prigionieri austriaci, più di 5.000 cannoni catturati, un impero distrutto in 10 giorni. L’esercito che era stato dato per morto dopo Caporetto ha fatto quello che nessun altro esercito alleato è riuscito a fare.
Ha annientato completamente un avversario e cancellato uno stato dalla cartina geografica. Il 4 novembre 1918 alle ore 12:00 il generale Armando Diaz firma il documento che sigilla tutto. Il bollettino della vittoria. Bollettino numero 1268, scritto materialmente dal generale Domenico Siciliani, capo dell’ufficio stampa del comando supremo.
Ogni parola è pesata. La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di Sua maestà il re duce supremo, l’esercito italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore, condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. Inferiore per numero e per mezzi.
L’Italia non aveva più divisioni dell’Austria, non aveva più cannoni, non aveva più risorse industriali. ha vinto lo stesso, ma la frase che resterà per sempre, quella che viene incisa su targhe di bronzo in ogni municipio e in ogni caserma d’Italia, è l’ultima. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.
Risalgono in disordine le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. La simmetria è spietata. Un anno prima quegli stessi soldati austriaci scendevano dalle montagne verso la pianura italiana, convinti di aver vinto. Adesso risalgono le stesse valli, sconfitti, prigionieri, senza bandiera e senza impero.
E a Trieste, la mattina del 4 novembre, la storia completa il suo ultimo atto. Il tricolore cucito nel 1916 da Nerina Slataper, Maria Schiller, Lucilla Luzzatto e Bianca Stuparic viene finalmente rivelato. Per 2 anni è stato nascosto nel giardino di casa Zlataper. Per 2e anni ha aspettato, avvolto nella terra e nel silenzio che arrivasse il momento giusto. Quel momento è adesso.
Le donne di Trieste consegnano la bandiera al generale Petitti di Roreto. Non è un pezzo di stoffa, è il peso di tutti i morti. Shipio Slataper, fratello di Nerina, ucciso a Monte Podgora. Carlos Stuparish, fratello di Bianca, morto per sua mano a Monte Cengio, piuttosto che arrendersi. e migliaia di altri, senza nome, senza volto, che hanno combattuto e sono morti per vedere quel tricolore sventolare su Trieste.
Il tricolore sale sul campanile di San Giusto, la cattedrale di Trieste, e sventola nel cielo del 4 novembre. Una settimana dopo, il 10 novembre 1918, l’Audace torna a Trieste. La stessa nave, lo stesso molo, ma questa volta a bordo c’è il re d’Italia. Vittorio Emanuele II scende sul molo San Carlo, accompagnato dal generale Diaz e dal generale Badoglio, l’uomo che ha firmato l’armistizio a Villa Giusti 7 giorni prima.
Il re percorre Trieste in automobile, salutato da una folla che non smette di gridare. Si affaccia dal balcone della prefettura. Le campane suonano, i soldati sfilano per le strade. La stessa nave che ha portato i bersaglieri porta il re. Lo stesso molo che ha accolto i primi soldati italiani accoglie il sovrano. Il cerchio si è chiuso.
L’Austria aveva riso dell’Italia dopo Caporetto. Aveva brindato alla fine dell’esercito italiano. Aveva dato per morto il sogno di Trieste. Un anno dopo l’Austria non esiste più e sul campanile di Trieste sventola un tricolore cucito dalle sorelle dei caduti. Il molo San Carlo non esiste più, non nel senso fisico.
La struttura è ancora lì, protesa nell’Adriatico come un dito di pietra che indica il mare aperto, ma il nome è cambiato. Nel marzo del 1922 la città di Trieste lo ribattezza Molo Audace, in onore del caccia torpediniere che ha portato i bersaglieri. Nel 1925, all’estremità del Molo, viene installata una rosa dei venti in bronzo, non un bronzo qualsiasi.
L’iscrizione alla base dice tutto. Fusa in bronzo nemico. 3 novembre MCM Checcombo. Fusa in bronzo nemico, il metallo delle armi austriache fuso e trasformato in un simbolo di vittoria italiana. Le cannonate che dovevano distruggere l’Italia sono diventate una bussola che punta verso il mare, verso la libertà, verso il futuro.
Ogni triestino conosce questa rosa dei venti. Ogni turista che passeggia fino alla punta del molo ci cammina sopra. Sotto i piedi bronzo nemico, sopra la testa cielo italiano. Sul Colle di Gretta, sopra il porto, sorge un monumento che si vede da tutta la città, il faro della vittoria, costruito tra il 1923 e il 1927 sulle fondamenta di un forte austriaco, il forte Kessic, edificato nel 1854.
Il faro è alto 68 m, uno dei più alti al mondo, inaugurato il 24 maggio 1927. anniversario dell’ingresso dell’Italia in guerra alla presenza del re Vittorio Emanuele II. Alla base del faro, accanto alla statua del marinaio ignoto, 8, e me di pietra d’istria scolpiti da Giovanni Meer, c’è un’ancora, l’ancora del cacciatorpediniere audace, la stessa nave che il 3 novembre 1918 ha portato i bersaglieri a Trieste, la stessa nave su cui il re è arrivato una settimana dopo.
Una targa accompagna l’ancora, fatta prima ad ogni altra sacra dalle acque della gemma redenta il 3 novembre 1918. In cima al faro una vittoria alata in rame alza una torcia con la mano sinistra e un ramo dall’oro con la destra e sulla base l’iscrizione che dà al faro il suo significato più profondo. Splendi e ricorda i caduti sul mare.
Il faro è costruito su rovine austriache, è acceso da memoria italiana, è visibile da ogni punto della città. Ogni notte la sua luce ruota sull’Adriatico e ogni notte ricorda. Il 4 novembre è il giorno in cui l’armistizio di Villa Giusti entra in vigore. È il giorno del bollettino della vittoria ed è diventato la festa nazionale d’Italia.
Si chiama Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. Nel 1921, in questo stesso giorno, il milite ignoto viene sepolto all’altare della patria a Roma. Un soldato senza nome scelto tra 11 caduti non identificati. per rappresentarli tutti. C’è qualcosa di notevole in questa data. È l’unica festa nazionale italiana che ha attraversato ogni epoca della storia del paese.
Monarchia liberale, regime, repubblica, prima e seconda repubblica. Il 4 novembre è rimasto. Governi sono caduti, costituzioni sono cambiate, confini si sono spostati, ma il 4 novembre è sempre lì perché non celebra un partito o un’ideologia, celebra un momento in cui l’Italia è diventata completa. Piazza Grande, la piazza dove i bersaglieri hanno marciato il 3 novembre.
è stata rinominata nel 1918, prima piazza Unità, poi nel 1955, quando Trieste torna definitivamente all’Italia dopo il periodo del territorio libero, piazza Unità d’Italia. Oggi è la più grande piazza d’Europa affacciata sul mare. Ogni anno, il 4 novembre, la cerimonia si tiene qui sulle stesse pietre che hanno calpestato i bersaglieri e i bersaglieri corrono ancora.
In ogni parata militare italiana i bersaglieri non marciano, corrono. La fanfara suona in testa alla colonna e dietro di loro 200, 300 uomini corrono al passo di 180 battute al minuto. Il cappello con le piume di gallo cedrone. Lo stesso passo, lo stesso spirito. Dal 1836 a oggi, quasi due secoli e non hanno mai smesso di correre. Il cacciator pediniere audace ha avuto un destino più amaro.
Ha servito tra le due guerre nell’Adriatico, nell’egeo, nel Mediterraneo. È stato riclassificato come torpediniera nel 1929. Ha combattuto nella seconda guerra mondiale come scorta convogli. Il 12 settembre 1943 i tedeschi lo catturano a Venezia e lo ribattezzano T20. Il primo novembre dello stesso anno due cacciatorpediniere britannici lo affondano a sud di Lussino.
La nave che ha liberato Trieste riposa sul fondo dell’Adriatico, ma il suo nome vive sul molo dove è attraccata. Questa è la storia di una corsa durata 52 anni. Nel 1866 l’Austria tiene Trieste e l’Italia non può farci niente. Per mezzo secolo il sogno resta tale, un sogno. Oberdan muore per quel sogno. Slata per muore per quel sogno.
Carlo Stuparick si toglie la vita piuttosto che rinunciarci. Quattro donne cucciono una bandiera e la nascondono in un giardino, aspettando. Nel 1917 a Caporetto il sogno sembra finire. L’Europa ride. Gli alleati scuotono la testa. L’Italia è spacciata. Un anno dopo i bersaglieri scendono dall’audace e corrono sul molo San Carlo, correndo, come fanno sempre, l’Italia è completa.