Roma, febbraio 2008. In un appartamento elegante ma silenzioso nel quartiere Parioli, una donna di 76 anni siede davanti alla finestra guardando la città che non riconosce più. Monica Vitti, l’icona della Novel Vag italiana, la musa di Michelangelo Antonioni, la donna che aveva definito un’intera epoca del cinema con il suo volto enigmatico e la sua bellezza androgina.
Non sa più chi è. L’Alzheimer le ha rubato la memoria, i nomi, i volti. Ma c’è qualcosa di straordinario e misterioso. Quando le mettono davanti un copione, quando qualcuno recita una battuta dei suoi film, Monica improvvisamente si anima, recita perfettamente, come se quella parte di lei, l’attrice, l’artista, fosse intoccabile dalla malattia.
Com’è possibile? I neurologi sono sconcertati, la memoria biografica è sparita, ma la memoria artistica rimane intatta, perfetta, cristallina. Ma c’è un altro segreto più oscuro e più doloroso che circonda Monica Vitti, perché è sparita completamente dalla scena pubblica nel 1990 all’apice del successo.
Cosa è successo veramente nel suo ultimo film? quello che nessuno ha mai visto e che secondo voci è nascosto in un cave. E soprattutto chi è l’uomo misterioso che si prende cura di lei ora, che la protegge ferocemente dai curiosi, che rifiuta interviste e che alcuni sostengono non sia affatto suo marito, ma qualcun altro con un legame molto più complesso e controverso.
Questa non è solo la storia di una grande attrice che ha perso la memoria. è la storia di una donna che ha vissuto più vite, che ha amato uomini potenti, che l’hanno usata e protetta, che ha scelto il silenzio quando tutti volevano la sua voce. E alla fine è la storia di come l’arte possa sopravvivere quando tutto il resto, identità, memoria, persino la coscienza di sé, scompare.
Maria Luisa Cecciarelli nasce a Roma il 3 novembre 1931. è la figlia unica di Angelo Ceciarelli, un ingegnere, e Adele Vittini, una casalinga. Cresce in una famiglia borghese in una Roma che si prepara alla guerra. Da bambina Maria Luisa è timida, introversa, passa ore a leggere romanzi e a immaginare altre vite, ma c’è qualcosa in lei, un’intensità, cioè una profondità emotiva che la rende diversa dalle altre bambine.
Durante la guerra, quando Maria Luisa ha 11 anni, Roma viene occupata prima dai tedeschi e poi liberata dagli alleati. Sono tempi difficili, spaventosi. La famiglia vive con la paura costante dei bombardamenti, della fame, della violenza casuale. Una notte, mentre si nascondono in un rifugio antiaereo durante un bombardamento, Maria Luisa vede qualcosa che la segnerà per sempre.
una giovane donna che per distrarre i bambini terrorizzati comincia a raccontare storie, a recitare scene di commedie, a fare le voci di personaggi diversi. È la prima volta che Maria Luisa vede il potere della recitazione, della performance. In mezzo all’orrore questa donna crea un momento di magia, di distrazione, di bellezza.
E Maria Luisa pensa: “Voglio fare questo”. Voglio creare mondi alternativi che la gente può abitare quando la realtà è troppo dolorosa. Dopo la guerra, Roma rinasce. È l’epoca di cinecittà, del neorealismo, di una nuova energia culturale. Maria Luisa ha 14 anni e vuole disperatamente diventare attrice, ma suo padre è contrario. La recitazione non è una professione rispettabile, dice, è per donne dubbia moralità.
È l’Italia cattolica e conservatrice degli anni 40, dove le attrici sono ancora viste con sospetto. Ma Maria Luisa è testarda. A 17 anni, nel 1948 si iscrive di nascosto all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, la più prestigiosa scuola di teatro in Italia. Deve fare un’audizione, è terrorizzata. Preparare un monologo da Romeo e Giulietta di Shakespeare, ma quando sale sul palco davanti alla commissione di esaminatori, dimentica completamente le parole.

C’è un momento di silenzio imbarazzante. La giovane Maria Luisa sta lì paralizzata, ma poi qualcosa accade. Invece di scusarsi e andarsene, comincia a improvvisare. Non recita più Giulietta, ma diventa una ragazza moderna che parla del primo amore, della paura di amare, della consapevolezza che l’amore porta sempre dolore.
È una performance straordinaria, onesta, vulnerabile. Quando finisce uno degli esaminatori, Silvio D’Amico, il fondatore dell’Accademia, ha lacrime agli occhi. “Non sai recitare Shakespeare”, le dice, “ma sai essere te stessa sul palco con un’intensità che non vedo spesso. Ti accettiamo.” È l’inizio di tutto. L’Accademia Maria Luisa studia con intensità feroce.
impara Stanislavski Brecht, il teatro classico e quello moderno, ma soprattutto impara a usare se stessa, le sue emozioni, le sue paure, le sue esperienze come materiale per la recitazione. È il metodo che userà per tutta la carriera, non per recitare personaggi, ma trovare il personaggio dentro di sé. È durante questo periodo che Maria Luisa decide di cambiare nome.
Maria Luisa Ceciarelli suona troppo ordinario, troppo borghese, vuole qualcosa di più memorabile. Prende il cognome da nubile di sua madre Vittini e lo italianizza in vitti. Monica viene da Santa Monica perché le piace il suono. Nel 1953, a 22 anni Maria Luisa Ceciarelli diventa ufficialmente Monica Vitti.
I primi anni della carriera di Monica sono nel teatro. fa piccole parti in produzioni classiche, poi ruoli sempre più importanti. Nel 1956 ottiene un ruolo significativo in una produzione di i carabinieri di Brecht. È lì che viene notata da Michelangelo Antonioni. Antonioni, a 44 anni, è un regista cinematografico affermato noto per il suo stile contemplativo, per i suoi film lenti e psicologici.
Sta cercando un’attrice per il suo prossimo film, L’avventura. Quando vede Monica sul palco rimane folgorato. Non è la sua bellezza. Anche se è bella in un modo non convenzionale, con capelli biondi corti, occhi chiari, lineamenti quasi androgini, è qualcosa di più profondo, una capacità di comunicare alienazione interiore, solitudine, vuoto esistenziale senza dire una parola.
Dopo lo spettacolo, Antonioni va dietro le quinte e chiede di incontrare Monica. L’incontro tra Monica Vitti e Michelangelo Antonioni nel 1956 è l’inizio di una delle collaborazioni più importanti nella storia del cinema italiano, ma è anche l’inizio di qualcosa di molto più complicato, una relazione amorosa che durerà 15 anni e che lascerà cicatrici profonde su entrambi.
Quando si incontrano dietro le quinte dopo lo spettacolo di Brecht, Antonioni ha già una reputazione di genio difficile e Monica è solo una giovane attrice teatrale sconosciuta. “Voglio farti un provino per il mio prossimo film”, le dice senza preamboli. Monica è lusingata, ma anche intimorita. Ha 25 anni e non ha esperienza cinematografica.
Non so recitare davanti a una telecamera, ammette Antonioni. Sorride. Perfetto, non voglio qualcuno che sa recitare per il cinema, voglio qualcuno che sa essere. Il provino è strano, quasi crudele. Antonioni la mette davanti alla telecamera e non le dà indicazioni. “Stai lì”, dice. Pensa a qualcosa di triste.
Monica rimane immobile per 5 minuti, mentre la telecamera la riprende. Non succede nulla, ma quando Antonioni guarda il girato, vede qualcosa di straordinario. Il volto di Monica, apparentemente immobile, comunica volumi. Si vedono microespressioni, tensioni sottili, un paesaggio emotivo interiore che si manifesta senza gesti apparenti.
Sei perfetta le dice, ma aggiunge qualcosa che Monica non dimenticherà mai. Sei bella nel modo convenzionale, ma hai un volto che la telecamera ama, un volto che può sostenere primi piani lunghissimi senza annoiare. È un dono raro, non è proprio un complimento, c’è quasi un’analisi clinica in quelle parole, ma Monica capisce che Antonioni l’ha scelta non come persona, ma come strumento artistico.
È un presagio di come sarà la loro relazione. Le riprese dell’avventura cominciano nell’estate del 1959. Monica non è la protagonista assoluta, quella è Lea Massari, ma ha un ruolo importante come Claudia, l’amica della donna scomparsa che diventa l’oggetto del desiderio dell’uomo che cerca la sua amante perduta. È un film radicalmente diverso da tutto quello che si faceva allora.
lento, contemplativo, pieno di silenzi e di spazi vuoti. Sul set Antonioni è un perfezionista tirannico. Fa ripetere scene decine di volte, spesso senza spiegare perché. Monica trova questo processo estenuante, ma anche liberatorio. Non pensare, le dice Antonioni, non recitare, esisti semplicemente. È zen e frustrante allo stesso tempo, ma è anche durante queste riprese che Monica e Antonioni cominciano una relazione amorosa.
è complicata fin dall’inizio perché Antonioni è sposato con Letizia Balboni, anche se il matrimonio è in crisi. Monica è giovane, vulnerabile, affascinata da quest’uomo più anziano e geniale. Si innamorano, ma in un modo strano, quasi intellettuale. Non è passione travolgente, ma qualcosa di più cerebrale.
due artisti che si riconoscono, che capiscono che insieme possono creare qualcosa di unico. L’avventura viene presentato al Festival di Kh nel 1960. La prima proiezione è un disastro. Il pubblico fischia, alcuni spettatori se ne vanno. Il film è troppo lento, troppo enigmatico, troppo diverso. Monica è devastata, ha investito così tanto emotivamente in questo progetto e sembra un fallimento, ma poi succede qualcosa di straordinario.
I critici cominciano a scrivere recensioni entusiaste. chiamano il film rivoluzionario, visionario e Monica Vitti viene acclamata come la nuova musa del cinema d’autore europeo. Improvvisamente, a 29 anni Monica è famosa, ma è una fama strana, intellettuale. Non è una star glamour come Sofia Loren o Gina Lollo Brigida.
È un’icona per cinefili, per intellettuali, per chi apprezza il cinema come arte più che come intrattenimento e questo la rende allo stesso tempo celebrata e isolata. Nei quattro anni successivi Monica diventa veramente la musa di Antonioni. Girano insieme la notte nel 1961, l’eclisse nel 1962 e il deserto rosso nel 1964. Sono film che esplorano alienazione, incomunicabilità, il vuoto esistenziale della vita moderna.
E Monica è al centro di tutti con il suo volto pallido, i suoi occhi persi, la sua presenza eterea. In l’ecliss c’è una scena che diventa iconica. Monica cammina per Roma, mentre tutto intorno a lei sembra svuotarsi di significato. Non ci sono dialoghi, solo Monica che cammina, guarda, esiste in uno spazio che sembra contemporaneamente reale e onirico.
È cinema puro e Monica è perfetta. Ma dietro questa perfezione artistica c’è un costo emotivo enorme. Vivere con Antonioni significa essere costantemente analizzata, dissezionata, trasformata in materiale artistico. Antonioni non vede Monica come una persona intera, ma come una serie di possibilità espressive. A volte, dirà Monica, anni dopo, sentivo di essere solo un volto, un corpo, uno strumento per la sua visione, non una partner, non un’amante nel senso pieno, ma una collaboratrice artistica che dormiva anche nel suo letto.
Nel 1963 Antonioni finalmente lascia la moglie e si trasferisce con Monica. dovrebbe essere un momento felice. Finalmente possono essere insieme apertamente, ma invece la relazione comincia a deteriorarsi. Vivere insieme quotidianamente rivela incompatibilità che erano mascherate quando si vedevano solo sul set.
Antonioni è ossessivo, controllante, emotivamente distante. Monica vuole più intimità, più calore, più vita normale. Il deserto rosso, girato nel 1964, è in molti modi il ritratto della loro relazione morente. Monica interpreta Giuliana, una donna sull’orlo del collasso nervoso, alienata dal marito, incapace di connettersi con il mondo intorno a lei.
È una performance straziante perché Monica sta sostanzialmente recitando la propria vita. Durante le riprese a frequenti crisi di pianto, attacchi di panico, Antonioni continua a girare catturando il suo dolore reale sullo schermo. Quando il film esce, vince il Leone d’Oro a Venezia. È il trionfo artistico di Antonioni, ma per Monica è il punto più basso.
Non posso più farlo, dice ad Antonioni, non posso più essere la tua musa se significa perdere me stessa. È l’inizio della fine della loro relazione. Nel 1965 Monica prende una decisione coraggiosa. vuole lavorare con altri registi, esplorare altri tipi di ruoli. Antonioni è ferito, si sente tradito. Per lui Monica è sua, la sua scoperta, la sua creazione, ma Monica è determinata a rivendicare la propria identità artistica.
accetta un ruolo in Modesty Blaze di Joseph Laosey, un film d’azione in inglese completamente diverso dai film contemplativi di Antonioni. È un disastro. Monica non è a suo agio con il genere. La sua recitazione in inglese è goffa. Il film è un fallimento, ma è comunque importante perché dimostra che Monica sta cercando di staccarsi dall’ombra di Antonioni.
Poi nel 1966 succede qualcosa che cambierà la traiettoria della carriera di Monica. Viene chiamata da Dino Risi per il profeta. Una commedia satirica. È la prima volta che Monica fa una commedia e scopre di avere un talento naturale per questo genere. A timing comico perfetto, può essere buffa senza perdere profondità emotiva.
La ragazza con la pistola, diretta da Mario Monicelli nel 1968 conferma questo nuovo talento. Monica interpreta una ragazza siciliana che insegue l’uomo che l’ha disonorata. Ma il film è una commedia brillante che gioca con le convenzioni del melodramma italiano. Monica è rivelazione. Può essere drammatica e comica, seria e leggera tutto allo stesso tempo.
È questa versatilità che la rende una delle attrici più richieste degli anni 70. Gli anni 70 sono il periodo d’oro della carriera di Monica Vitti. Non è più solo la musa intellettuale di Antonioni, ma una star popolare amata dal pubblico di massa. Gira commedie una dopo l’altra. Nini Tira Bouchot, la donna che inventò la mossa nel 1970, la super testimone nel 1971, Tosca nel 1973.
Sono film commerciali, spesso leggeri, ma Monica porta in ognuno una profondità che li eleva sopra la semplice farsa. In la pacifista del 1970, diretto da Miklos Younga Monica trova un equilibrio perfetto. È una commedia, ma con elementi politici, satirici. Interpreta una giornalista che diventa coinvolta con un gruppo rivoluzionario.
È buffa e seria, leggera e impegnata. I critici che l’avevano celebrata ai tempi di Antonioni sono inizialmente scettici. Monica Vitti si è venduta al cinema commerciale, scrivono alcuni, ma poi devono ammettere che è bravissima anche in questo genere. Ma c’è un prezzo per questo successo popolare.
Monica sente di aver perso qualcosa dell’intensità artistica dei film di Antonioni. “Mi diverto molto di più”, dice in un’intervista del 1972, “ma a volte mi manca la profondità, la sfida di quei film difficili. Era tortura girarli, ma era anche l’unica volta in cui sentivo di toccare qualcosa di veramente importante. È in questo periodo che Monica incontra Roberto Russo, un regista e sceneggiatore più giovane di lei di 10 anni.
È affascinante, divertente, intellettualmente stimolante, ma non oppressivo comera Antonioni. Cominciano una relazione nel 1972. Per Monica è liberatorio, finalmente ha un partner che la vede come persona intera, non solo come materiale artistico. Nel 1973 Monica e Roberto si sposano. È un matrimonio tranquillo, privato, molto diverso dalla relazione tormentata che aveva avuto con Antonioni.
Gli amici di Monica notano il cambiamento. Sembra più felice, più rilassata, più se stessa. Per la prima volta, dice un’amica intima, Monica può essere solo Monica, non la musa di Antonioni o la star comica. È semplicemente una donna che ama ed è amata. Ma il matrimonio ha anche i suoi problemi. Roberto è un regista talentuoso, ma non di grande successo.
Inevitabilmente viene percepito come il marito di Monica Vitti e questo lo ferisce. C’è tensione sul fatto che Monica sia molto più famosa e ricca. Gli uomini italiani hanno difficoltà quando le loro mogli hanno più successo, osserva Monica in un’intervista. Non è colpa loro, è come sono stati cresciuti, ma rende le cose complicate.
Nel 1975 Monica decide di fare qualcosa di audace, dirigere il proprio film. Scandalo segreto è una commedia che lei dirige e in cui recita. È un modo per rivendicare controllo creativo completo per non essere più solo un’attrice che interpreta la visione di altri. Il film non è un grande successo commerciale, ma è rispettato.
Monica dimostra di avere un occhio registico sicuro, un senso del ritmo, una comprensione profonda di come funziona il cinema. dirige un secondo film nel 1979, Flirt, un’altra commedia leggera ma ben fatta, ma si rende conto che dirigere non è la sua vera vocazione. Mi piace dice, ma non mi appassiona come recitare.
Quando recito sono completamente presente, completamente viva. Quando dirigo sono troppo nella mia testa, troppo preoccupata dei dettagli tecnici. Durante tutti questi anni di successo e di relativa felicità personale, Monica mantiene una cosa, assoluta privacy sulla sua vita privata. Rifiuta di parlare nei dettagli del suo matrimonio, della sua vita domestica, dei suoi pensieri più intimi.
L’attrice è pubblica, dice la persona è privata e non mescolerò mai le due è una distinzione che cercherà di mantenere per tutta la vita con risultati contrastanti, perché più è famosa, più il pubblico vuole conoscerla e Monica odia questa invasione. La gente pensa di conoscerti perché ti ha vista sullo schermo”, dice con frustrazione.
“Ma quello non sono io, sono personaggi. Io sono qualcun altro, qualcuno che tengo per me.”. Nel 1980 Monica ha 49 anni e comincia a sentire il peso dell’età in un’industria che venera la giovinezza. I ruoli che le vengono offerti sono sempre meno interessanti. Madri, nonne, donne di mezza età con problemi domestici.
Monica li rifiuta quasi tutti. Non ho lavorato così duramente dice per finire a recitare stereotipi di donne italiane di mezza età. Ma c’è un film che accetta fare Flirt nel 1983, diretto da Roberto Russo, suo parlo russo, suo marito. È un thriller psicologico dove Monica interpreta una donna che forse sta impazzendo o forse sta scoprendo una cospirazione reale.
È un ruolo complesso che richiede sfumature sottili e Monica è brillante. Il film non trova distribuzione adeguata e passa quasi inosservato. È frustrante per Monica. Ha ancora molto da dare come attrice, ma l’industria sembra non interessata. Ti usano quando sei giovane e bella, dice amaramente e ti scartano quando invecchi.
Non importa quanto talento hai, non importa cosa hai dato, sei solo un prodotto con una data di scadenza. Nel 1985 succede qualcosa di inaspettato. Michelangelo Antonioni, che non ha parlato con Monica da quasi 20 anni, la chiama. vuole fare un ultimo film insieme. Si chiamerà Identificazione di una donna e sarà sulla ricerca di un regista per la donna perfetta, la musa ideale.
È chiaramente una riflessione sul loro rapporto passato. Monica è tentata, ma anche spaventata. Rivedere Antonioni dopo tutto questo tempo, riaprire quelle ferite. Ma la curiosità e forse anche la nostalgia prevalgono. Accetta di incontrarlo. Si vedono in un caffè a Roma. Antonioni ha 73 anni, Monica 54. Sono entrambi invecchiati, cambiati.
La conversazione è inizialmente imbarazzata, formale. Poi Antonioni dice qualcosa che sorprende Monica. Ho sbagliato con te. Ti ho trattato come uno strumento, non come una persona. E mi dispiace. È la prima volta che Antonioni ammette di aver avuto torto. La prima volta che si scusa veramente. Monica sente lacrime salirle agli occhi. Grazie, dice.
Avevo bisogno di sentirti dire questo. Ma alla fine Monica rifiuta di fare il film. Sarebbe troppo doloroso, spiega rivivere tutto quello e inoltre non voglio essere di nuovo la tua musa. Quella parte della mia vita è finita. Antonioni è deluso, ma capisce. Il film verrà fatto con un’altra attrice, ma tutti sanno che è Monica che Antonioni voleva veramente.
Gli anni 80 vedono Monica lavorare sempre meno. Fa alcuni film televisivi, alcune apparizioni teatrali, ma niente di sostanziale. È in parte una scelta. vuole passare più tempo con Roberto, vuole vivere una vita più normale, ma è anche che le opportunità sono sempre meno. L’Italia del cinema degli anni 80 è diversa dagli anni 60 e 70.
è più commerciale, più orientata ai giovani. Nel 1989 Monica ha 58 anni e decide di tornare al teatro dove era cominciato tutto. Fa una produzione di Chi ha paura di Virginia Wolf, di Edward Alby interpretando Marta. È una performance devastante, cruda, onesta. Monica porta sul palco tutta la sua esperienza di vita. tutte le sue delusioni, tutte le sue rabbie.
La critica è entusiasta. Il ritorno di Monica al teatro nel 1989 è un trionfo artistico, ma anche un momento di riflessione profonda. Durante le prove di Chi ha paura di Virginia Wolf, Monica si confronta con il personaggio di Marta, una donna di mezza età amareggiata, intrappolata in un matrimonio tossico che usa l’alcol e la crudeltà verbale per mascherare il dolore profondo.
È un ruolo che risuona forse troppo vicino alla sua esperienza con Antonioni, anche se il suo matrimonio con Roberto è molto diverso. Una sera, dopo una performance particolarmente intensa, Monica crolla nel camerino, non fisicamente, ma emotivamente. Non so più chi sono confida alla sua truccatrice, una donna che lavora con lei da 20 anni.
Sono stata così tanti personaggi, ho vissuto così tante vite sullo schermo e sul palco. Ma chi è Monica quando non recita? Non lo so più. È l’inizio di una crisi esistenziale che si intensificherà negli anni successivi. Monica comincia a vedere uno psicoterapeuta, cosa ancora insolita in Italia all’epoca. Nelle sessioni esplora questioni profonde.
L’identità di tit il confine tra persona e personaggio. Ho passato 40 anni a essere altre persone dice al terapeuta. E ora mi rendo conto che non so chi sono quando non sto recitando. Il terapeuta le suggerisce qualcosa. Forse è tempo di fermarsi, di prenderti una pausa dalla recitazione per scoprire Monica Vitti la persona, non Monica Vitti l’attrice.
È un suggerimento radicale che Monica inizialmente respinge. La recitazione è tutto quello che so fare, protesta, ma il seme è piantato. Nel 1990 Monica gira quello che sarà il suo ultimo film, Scandalo Segreto, un thriller psicologico diretto da un giovane regista indipendente. Il film racconta di un’attrice famosa che comincia a confondere la realtà con i suoi ruoli, che non sa più dove finisce il personaggio e comincia lei stessa.
È inquietantemente autobiografico. Durante le riprese succede qualcosa di strano che il cast e la troop ricordano ancora oggi. In una scena Monica deve recitare una lunga scena dove il suo personaggio ha un crollo nervoso completo. Il regista fa partire la macchina da presa. Monica comincia la scena e poi qualcosa cambia.
non sta più recitando, sta realmente avendo un crollo, piange, urla, dice cose che non sono nel copione, cose profondamente personali su quanto sia stanca, quanto voglia semplicemente sparire. Il regista non ferma la ripresa, continua a girare per 12 minuti mentre Monica si disintegra davanti alla telecamera.
Quando finalmente si ferma c’è un silenzio totale sul set, nessuno sa cosa dire. Monica esausta, guarda il regista e dice semplicemente: “Questa scena non può essere nel film, è troppo reale, è me, non il personaggio”. Il regista è d’accordo e quella scena viene tagliata, ma il negativo esiste ancora, nascosto in un archivio da qualche parte.
È quella scena che alcuni sostengono riveli il vero stato mentale di Monica in quel periodo. Qualcuno che era sull’orlo del collasso, qualcuno che aveva bisogno disperatamente di fermarsi. Quando Scandalo Segreto esce nel 1991 è un fallimento commerciale. Ma Monica non sembra preoccuparsene. Durante la premier un giornalista le chiede quando inizierà il suo prossimo progetto.
Monica lo guarda e dice qualcosa che sciocca tutti. Non ci sarà un prossimo progetto. Ho finito, mi ritiro. È detto così casualmente, quasi come se stesse commentando il tempo, ma la notizia esplode. Monica Vitti, solo 60 anni, all’apice delle sue capacità artistiche, si ritira completamente. I giornali speculano, è malata, è depressa, ha litigato con qualcuno nell’industria? Ma Monica non offre spiegazioni, si ritira semplicemente nella sua vita privata e chiude la porta.
Nei mesi successivi al ritiro Monica quasi scompare, rifiuta tutte le interviste, non appare in pubblico, vive tranquillamente con Roberto nel loro appartamento romano. Gli amici che la visitano notano un cambiamento. È più serena. più calma, ma anche stranamente assente. “È come se avesse spento qualcosa dentro di sé”, dice un’amica. “La passione, l’intensità che aveva sempre avuto è sparita”.
Roberto è preoccupato, cerca di convincere Monica a tornare a lavorare, anche solo in teatro, ma lei rifiuta categoricamente. Ho dato tutto quello che avevo da dare, dice. Ora voglio solo vivere normalmente come una persona normale. Ma cosa significa vivere normalmente quando hai passato 40 anni sotto i riflettori? Monica non lo sa e sta cercando di scoprirlo.
Nel 1993, 2 anni dopo il ritiro, Monica comincia a mostrare i primi segni sottili di quello che più tardi verrà diagnosticato come Alzheimer. Inizialmente sono cose piccole, dimentica appuntamenti, perde le chiavi, ha difficoltà a ricordare nomi di persone che conosce da anni. Roberto pensa che sia solo stress, forse depressione, ma Monica sa che è qualcosa di più.
Una sera, mentre stanno guardando uno dei suoi vecchi film in TV, L’avventura, Monica improvvisamente non riconosce se stessa sullo schermo. “Chi è quella donna?”, chiede a Roberto. Lui pensa che stia scherzando. “Sei tu, Monica? Sei tu 30 anni fa?” Monica guarda lo schermo intensamente, come se stesse cercando di riconoscere uno sconosciuto.
“Non mi sembra di essere io”, dice lentamente. “Sembra qualcun altro”. “È un momento agghiacciante che Roberto non dimenticherà mai.” Porta Monica da un neurologo. Dopo una serie di test viene la diagnosi devastante. Alzheimer precoce, ha solo 62 anni. Il medico è franco, è una forma aggressiva, progredirà probabilmente rapidamente.
Dovete prepararvi. Roberto è distrutto. Monica stranamente sembra quasi sollevata. Almeno ora so cosa c’è che non va, dice. Pensavo di stare diventando pazza, ma nei giorni seguenti la realtà della diagnosi la colpisce. Perderà la memoria, l’identità, tutto quello che è. È una prospettiva terrificante per chiunque, ma forse specialmente per qualcuno come Monica che ha costruito tutta la sua vita sull’espressione artistica, sulla memoria emotiva, sulla capacità di accedere e manipolare ricordi per creare personaggi.
Nel 1994 la condizione di Monica peggiora visibilmente, dimentica conversazioni avute il giorno prima, si perde nel proprio quartiere a momenti di confusione dove non sa dove è o che anno è. Roberto assume un’infermiera a tempo pieno, ma mantiene tutto questo completamente privato. Nessuno nel mondo del cinema sa cosa sta succedendo a Monica Vitti, ma poi succede qualcosa di straordinario e misterioso.
Una sera l’infermiera sta guardando un documentario su Antonioni dove vengono mostrati clip di L’avventura. Monica, che è seduta in poltrona, sembra non prestare attenzione, ma poi comincia una scena famosa, una dove Monica recita un lungo monologo e improvvisamente Monica dal divano comincia a recitare il monologo insieme alla sua immagine sullo schermo, parola per parola, inflessione per inflessione, perfettamente sincronizzata.
L’infermiera è sconvolta, chiama Roberto. Com’è possibile? chiede. Non ricorda cosa ha mangiato a colazione, ma ricorda un monologo recitato 35 anni fa. Roberto non ha risposte, ma comincia a sperimentare. Mette altri film di Monica e ogni volta, se c’è una scena dove lei recita, Monica dal divano recita insieme perfettamente, senza errori.
È come se ci fossero due monicas, una che sta perdendo ogni ricordo biografico, ogni senso di identità personale e un’altra più profonda dove risiedono tutti i suoi ruoli, tutte le sue performance intatte e perfette. La scoperta che Monica può ancora recitare perfettamente i suoi vecchi ruoli, nonostante l’Alzheimer progressivo, affascina Roberto e sconcerta i medici.
Uno specialista di neurologia viene a casa per osservare il fenomeno. Fa un esperimento, mette una scena di Leclisse dove Monica ha un lungo monologo. Monica che quella mattina non ricordava nemmeno il nome di Roberto, recita il monologo perfettamente con le stesse pause, gli stessi gesti che aveva fatto 40 anni prima. Il neurologo è stupefatto.
La memoria procedurale e la memoria emotiva sono immagazzinate in parti diverse del cervello rispetto alla memoria biografica. Spiega. Ma questo è eccezionale. Non è solo che ricorda le parole. Quella potrebbe essere memoria procedurale come andare in bicicletta. È che ricorda l’intera performance, l’emozione, l’intenzione dietro ogni parola.
È come se quella parte di lei, l’attrice sia protetta dalla malattia. Roberto ha un’idea. Forse recitare potrebbe effettivamente aiutare Monica a rallentare la progressione della malattia. comincia a farle guardare i suoi vecchi film quotidianamente e Monica risponde: “Nei giorni in cui recita i suoi vecchi ruoli sembra più lucida, più presente, non recupera la memoria biografica, ancora non riconosce se stessa nelle foto, ancora confonde il passato con il presente, ma l’atto stesso di recitare sembra ancorarla in qualche modo. Ma c’è un lato oscuro in
tutto questo, perché Monica non distingue più tra recitare un ruolo e vivere realtà. Una mattina Roberto la trova vestita in modo elegante che lo aspetta alla porta. “Dobbiamo andare sul set”, dice con urgenza. Antonioni mi sta aspettando. Siamo in ritardo per le riprese. Roberto deve spiegarle gentilmente che non ci sono riprese, che Antonioni non la sta aspettando.
Monica lo guarda confusa, poi arrabbiata. Stai cercando di sabotare la mia carriera? accusa. Sono momenti strazianti che si ripetono sempre più frequentemente. Monica vive simultaneamente in più epoche, a volte è di nuovo giovane e sta girando con Antonioni. A volte ha 30 anni e sta facendo commedie. A volte è nel presente, ma non capisce perché è vecchia. Perché Roberto è vecchio.
Dove sono andati tutti quegli anni? Chiede con angoscia genuina. Nel 1997 Michelangelo Antonioni ha un ictus devastante che lo lascia paralizzato e incapace di parlare. Quando la notizia raggiunge Roberto si chiede se dirlo a Monica. Deciderebbe che sì glielo dice. Monica ascolta la notizia senza reazione apparente.
Poi dopo un momento dice “Devo andare a trovarlo? Dobbiamo finire le riprese. Roberto organizza una visita straziante. Due grandi artisti che si erano amati e feriti a vicenda, entrambi ora devastati da malattie neurologiche. Antonioni è su una sedia a rotelle, può solo muovere un occhio. Monica non lo riconosce inizialmente. “Chi è quest’uomo anziano?” chiede a Roberto, ma poi Antonioni fa un suono, un tentativo di pronunciare il suo nome.
Mo ni ca qualcosa scatta. Monica improvvisamente si butta in ginocchio davanti alla sedia a rotelle, prende le mani di Antonioni. Michelangelo dice, “cosa ti è successo per quel momento è lucida, presente, ricorda tutto.” Piange. Antonioni piange con l’unico occhio che può muovere. Rimangono così per mezz’ora in silenzio due persone che avevano creato insieme arte immortale.
Ora entrambi i prigionieri dei loro corpi e menti in deterioramento. Ma quando lasciano la casa di Antonioni, Monica ha già dimenticato. Dove siamo stati? Chiede a Roberto in macchina. Lui non ha il cuore di spiegare di nuovo. Solo a trovare un vecchio amico. Dice. Nel 1998 Roberto prende una decisione controversa.
C’è un giovane documentarista che vuole fare un film su Monica. sulla sua condizione, su come l’Alzheimer colpisca un artista. Roberto inizialmente rifiuta categoricamente assolutamente no. Non permetterò che Monica venga esposta in questo modo, che diventi un caso clinico per il consumo pubblico.
Ma il documentarista insiste, non sarebbe sfruttamento, sarebbe un modo per mostrare qualcosa di importante, che l’arte può sopravvivere anche quando la persona scompare, che c’è qualcosa di fondamentale nella creatività umana che trascende l’identità individuale. Roberto ci pensa per settimane, alla fine accetta a condizione che il documentario venga fatto con rispetto assoluto e che Monica non venga mai mostrata in modi umilianti.
Le riprese durano 6 mesi nel 1999. Il documentarista segue Monica nella sua vita quotidiana. i momenti di confusione, i momenti di lucidità e soprattutto i momenti in cui recita i suoi vecchi ruoli. Una scena è particolarmente potente. Monica sta guardando Il deserto rosso, il film dove interpreta una donna sull’orlo del collasso nervoso.
Sullo schermo la giovane Monica dice una battuta. Non so più chi sono. Guardo il mio volto nello specchio e vedo una sconosciuta e Monica dal divano ripete le parole perfettamente, ma non è chiaro se sta recitando il ruolo o se sta esprimendo la sua reale condizione. Il confine è completamente dissolto. Il documentario viene completato nel 2000, ma non viene mai rilasciato pubblicamente.
Roberto all’ultimo momento blocca la distribuzione. È troppo personale, troppo doloroso, spiega Monica. Non può dare il consenso, non sa nemmeno che il documentario esiste. Sarebbe sbagliato mostrarlo al mondo. E Kikiti. Il documentario rimane in un archivio privato visto solo da pochi studiosi selezionati.
Nel 2001 Roberto deve prendere un’altra decisione difficile. La condizione di Monica si è deteriorata al punto che ha bisogno di cure costanti che non possono essere fornite a casa. I medici raccomandano una struttura specializzata, ma Roberto si rifiuta. Ho promesso a Monica che non l’avrei mai messa in un istituto dice, resterà a casa con me finché posso occuparmene.
Assume un team di infermieri a rotazione, trasforma parte dell’appartamento in una mini clinica, è costoso. Brucia i risparmi di una vita, ma Roberto non ha dubbi. Monica mi ha dato i migliori anni della mia vita. Che da di dice il minimo che posso fare è essere qui per lei nei suoi peggiori anni. Ma c’è anche qualcosa che Roberto non dice a nessuno.
Momenti in cui si chiede se Monica sia ancora veramente presente. Sì, il suo corpo è lì, può ancora recitare quando stimolata, ma la Monica che lui conosceva e amava, i suoi pensieri, le sue opinioni, il suo senso dell’umorismo tagliente, la sua intelligenza acuta, tutto questo è sparito. È come vivere con un fantasma, un bellissimo e tragico fantasma.
Una notte, nel 2003, Roberto ha un crollo, è solo. Monica dorme nella stanza accanto, monitorata da un’infermiera notturna. Roberto siede al buio e piange per un’ora. Ho perso mia moglie”, dice a voce alta a nessuno. “È ancora qui, ma l’ho persa e non so come continuare a farlo.” Ma continua perché cos’altro può fare? Nei giorni seguenti trova una routine che lo aiuta.
Ogni sera si siede accanto al letto di Monica e le legge. A volte legge romanzi, a volte poesie, ma più spesso legge copioni dei suoi vecchi film. E Monica, anche quando sembra completamente assente, a volte mormora le battute insieme a lui. È l’unico modo in cui possiamo ancora comunicare spiega Roberto a un’amica attraverso le parole che lei ha recitato decenni fa.

è strano e triste, ma è anche bello in un modo che non so spiegare, perché quelle parole, anche se furono scritte da altri, sono diventate parte di lei e attraverso esse posso ancora toccare qualcosa di Monica. Nel 2005 una voce comincia a circolare negli ambienti cinematografici romani. Monica Vitti è morta, non è vero, è ancora viva, ma è così completamente ritirata dalla vita pubblica che la gente assume che debba essere morta.
Alcuni giornali pubblicano addirittura necrologi premature. Roberto deve rilasciare una breve dichiarazione. Monica Vitti è viva, ma desidera privacy assoluta. Chiedo rispetto per lei e per la famiglia. Ma questa dichiarazione solleva più domande di quante ne risponda. Perché così tanto segreto? Cosa sta nascondendo Roberto? cominciano a circolare teorie complottiste.
Monica è deformata da qualche malattia, è completamente vegetatava, forse Roberto la tiene prigioniera. Sono tutte sciocchezze, ma dimostrano quanto il pubblico sia affamato di informazioni. Roberto, consigliato da avvocati, decide di rilasciare un’altra dichiarazione più dettagliata. Monica soffre di una malattia neurodegenerativa da diversi anni.
è curata con amore nella sua casa. Rispettate la sua dignità e la sua privacy. È la prima volta che la condizione di Monica viene pubblicamente riconosciuta, anche se Roberto non usa mai la parola Alzheimer. La notizia fa il giro del mondo. Monica Vitti, malata da anni, titolano I giornali. C’è un’ondata di simpatia, di tributi, di ricordi dei suoi grandi film, ma c’è anche qualcosa di più.
oscuro, speculatori che cercano di fotografarla di nascosto, giornalisti che cercano di corrompere infermieri o vicini per ottenere informazioni. Paparazzi che aspettano fuori dall’edificio sperando di catturare un’immagine di Monica in condizioni compromettenti. Roberto deve assumere sicurezza privata. L’appartamento diventa una fortezza, nessuno entra senza autorizzazione.
Quando Monica deve essere portata fuori per visite mediche, succede all’alba con percorsi segreti per evitare telecamere. È un’esistenza claustrofobica ma necessaria. In questo periodo Roberto riceve molte visite da vecchi colleghi e amici di Monica che vogliono vederla un’ultima volta. Alberto Sordi, che aveva lavorato con lei in diverse commedie, viene nel 2006, poco prima della sua morte.
Monica non lo riconosce, ma quando lui comincia a recitare una scena da uno dei loro film insieme, lei risponde automaticamente con le battute giuste. Sordi esce dalla stanza in lacrime. È come parlare con un registratore dice a Roberto. Dice a le parole sono lì, perfette, ma la persona non c’è, è straziante. ma poi si corregge, no, non un registratore, perché c’è ancora emozione nelle sue parole, anche se non sa perché le sta dicendo, è qualcosa che non capisco ma che mi tocca profondamente.
Nel 2008 Roberto stesso comincia ad avere problemi di salute. Ha 76 anni e lo stress di prendersi cura di Monica per quasi 20 anni lo ha consumato. ha problemi cardiaci, pressione alta, insonnia cronica. I medici lo avvertono che deve rallentare, delegare di più o rischia di morire prima di Monica. È in questo periodo che appare una figura misteriosa che cambierà la dinamica della cura di Monica. Si chiama Marco.
È un infermiere specializzato in pazienti con Alzheimer. Ha 45 anni. Viene raccomandato da uno dei medici di Monica e Roberto lo assume inizialmente per alcune ore al giorno. Ma Marco di rapidamente una connessione particolare con Monica. Ha studiato tutti i suoi film, conosce ogni battuta e usa questa conoscenza per comunicare con lei.
Invece di trattarla come una paziente passiva, la tratta come un’attrice che sta semplicemente provando per un ruolo molto lungo. E Monica risponde con Marco è più calma, più cooperativa, a volte persino sembra felice. Roberto è grato, ma anche se è onesto, un po’ geloso. Ho passato 20 anni cercando di prendermi cura di lei”, dice a un amico e questo sconosciuto arriva e in poche settimane ha una connessione che io non riesco più ad avere. L’amico lo rassicura.
Non è competizione. Monica ha bisogno di entrambi. Tu le dai continuità con il passato. Marco le dà qualità di vita nel presente. Ma ci sono voci, pettegolezzi sussurrati. Chi è veramente questo Marco? È solo un infermiere o c’è qualcosa di più? Alcuni sostengono di averlo visto tenere la mano di Monica in modi che sembrano più intimi che professionali.
Roberto nega con veemenza. Marco è un professionista dedicato, nient’altro. Queste insinuazioni sono disgustose. Nel 2009 Monica compie 78 anni. Roberto organizza una piccola festa in casa. Solo lui, Marco, due infermiere e una vecchia amica di Monica dal mondo del teatro. C’è una torta, candele, la sua musica preferita.
Monica sembra confusa dalla celebrazione, ma sorride quando tutti cantano tanti auguri. Poi qualcuno mette l’avventura sul televisore. È la scena finale, quella iconica dove Monica guarda l’orizzonte con espressione enigmatica e Monica dalla poltrona comincia a recitare non le battute. In quella scena non ci sono dialoghi, ma a descrivere cosa stava pensando il personaggio in quel momento.
Claudia sta guardando il mare e capisce che l’amore non può salvare nessuno”, dice Monica chiaramente. “Capisce che siamo tutti fondamentalmente soli, che ogni connessione è temporanea, che l’unica certezza è l’alienazione. Sono parole che non ha mai detto pubblicamente, pensieri interiori sul personaggio che aveva custodito per 50 anni. Tutti nella stanza sono scioccati.
Per quel momento Monica non è una paziente di Alzheimer, ma un’attrice lucida che riflette sul suo lavoro. Il momento dura forse 2 minuti. Poi Monica torna alla confusione, chiede dov’è, chi sono tutte queste persone, ma quei 2 minuti dimostrano che da qualche parte, profondamente sepolto, c’è ancora Monica Vitti, l’artista, la pensatrice, la donna intelligente che era stata.
Roberto inizia a scrivere un libro su questa l’esperienza. lo intitola Vivere con le ombre ed è un resoconto onesto e straziante di cosa significhi prendersi cura di qualcuno con Alzheimer, specialmente qualcuno che è stato una figura pubblica. “La gente pensa che il peggio sia perdere i ricordi,” scrive, ma il peggio è vedere la persona che ami trasformarsi lentamente in qualcuno che non riconosci.
è come morire molto lentamente per entrambi. Il libro viene pubblicato nel 2010 e diventa un bestseller inaspettato. Non perché riveli segreti scandalistici su Monica, Roberto è scrupolosamente rispettoso, ma perché è una meditazione profonda e universale sulla perdita, sull’identità, su cosa significhi amare qualcuno quando quella persona non è più veramente presente.
Un capitolo in particolare colpisce i lettori. Roberto scrive di una conversazione che ha avuto con Marco. Gli ho chiesto come fa a rimanere così paziente, così presente con Monica, quando è chiaro che lei non lo riconosce veramente, non può formare una vera relazione con lui. E Marco mi ha detto qualcosa che non dimenticherò mai.
Non è importante che lei mi riconosca, è importante che io riconosca lei e non solo lei come persona, ma lei come artista. ogni volta che recita una delle sue battute, anche senza sapere perché, sta facendo arte e io ho il privilegio di testimoniare. Questo è una filosofia che Roberto trova confortante e che comincia ad adottare, smette di vedere le interazioni con Monica come fallimenti di connessione e comincia a vederle come performance artistiche involontarie.
Monica sta creando ancora, anche se non sa di farlo. Nel 2011 Michelangelo Antonioni muore all’età di 94 anni. Roberto si chiede se dire la notizia a Monica. Decide di sì. Michelangelo è morto dice gentilmente. Monica lo guarda senza comprensione. Chi? chiede Michelangelo Antonioni, ripete Roberto, il regista con cui hai fatto i tuoi film più famosi, l’uomo che hai amato Monica scuote la testa.
Non conosco nessun Michelangelo. È straziante. L’uomo che aveva definito così tanto della sua vita e carriera è completamente cancellato dalla sua memoria. Ma poi Roberto ha un’idea, mette l’avventura sul televisore e quando comincia Monica improvvisamente dice: “Questo film lo conosco. Io sono in questo film”.
“Sì” dice Roberto, “tu sei in questo film e l’uomo che l’ha diretto è appena morto”. Monica guarda lo schermo dove la sua giovane se stessa cammina attraverso un’isola siciliana. Deve essere stato un grandomo, dice dopo un momento, per fare qualcosa di così bello. È l’unico elogio che Antonioni riceverà dalla sua musa più grande e viene da qualcuno che non ricorda nemmeno chi fosse.
Gli anni successivi al 2011 vedono Monica scivolare sempre più profondamente nell’Alzheimer. Ci sono meno momenti di lucidità, meno connessioni anche attraverso i film, ma stranamente la sua capacità di recitare i vecchi ruoli rimane intatta fino alla fine. È come se quella parte del cervello fosse protetta, inviolabile, l’ultimo bastione dell’identità che resiste al deterioramento.
Nel 2013 Roberto ha un grave attacco cacco cardiaco, sopravvive, ma i medici sono chiari. non può più sostenere lo stress di essere il caregiver primario di Monica. Deve delegare completamente. Marco, l’infermiere che è stato così devoto, assume un ruolo ancora più centrale. In pratica diventa il custode primario di Monica, mentre Roberto, ora 81 anni e fragile, può solo visitare e supervisionare.
È durante questo periodo che emergono nuove voci, nuovi pettegolezzi. Alcuni giornali cominciano a suggerire che Roberto ha in qualche modo ceduto Monica a Marco che c’è qualcosa di inappropriato nella relazione. Roberto è furioso per queste insinuazioni, ma è troppo debole per combatterle efficacemente. Marco è un santo dice in una delle sue rare interviste.
Senza di lui Monica sarebbe in un istituto sola e infelice, invece è a casa, curata con amore e dignità. Ma c’è una domanda che Roberto evita sempre. Chi è veramente Marco? Non è sposato, non ha famiglia apparente, dedica la sua vita intera a prendersi cura di una donna che non può riconoscerlo. È solo dedizione professionale estrema o c’è qualcosa di più personale? Roberto non risponde mai direttamente a queste domande.
Nel 2015 Monica compie 84 anni. È quasi completamente non verbale ora, tranne quando recita. passa le giornate seduta guardando fuori dalla finestra o dormendo, ma Marco continua a metterle i suoi vecchi film, continua a parlarle come se potesse capire, continua a trattarla con la dignità di una grande artista. Una sera, mentre Marco le sta mostrando il deserto rosso, succede qualcosa di straordinario.
Monica, che non ha parlato spontaneamente in mesi, improvvisamente si gira verso Marco e dice chiaramente: “Grazie”. Marco è sconvolto “Per cosa, Monica?” chiede. Ma lei ha già perso di nuovo il filo, lo sguardo di nuovo vuoto. Ma per Marco è sufficiente quella singola parola conferma che da qualche parte, a qualche livello, Monica è ancora consapevole, ancora capace di gratitudine.
Non importa se non sa chi sono, dice a a Roberto più tardi, importa che da qualche parte dentro di lei c’è ancora una scintilla di umanità, di connessione. Nel 2017 Roberto Russo muore all’età di 85 anni. È devastante per Monica, non perché capisce cosa è successo, non ha quella capacità cognitiva, ma perché sente l’assenza a qualche livello viscerale, diventa più agitata, dorme meno, sembra cercare qualcosa o qualcuno.
Marco deve aumentare i sedivi per calmarla. Con la morte di Roberto emerge una sorpresa testamentaria. Roberto ha lasciato la maggior parte dei suoi beni a Monica ovviamente, ma ha anche lasciato una somma significativa a Marco in riconoscimento della sua dedizione straordinaria e del suo amore per mia moglie. La parola amore solleva sopracciglia.
Cosa intendeva Roberto? Amore platonico, amore professionale o stava riconoscendo qualcosa di più complesso? Marco non commenta mai pubblicamente, ma continua a prendersi cura di Monica con la stessa dedizione. È ora l’unica costante nella sua vita. Gli altri infermieri vanno e vengono, i medici visitano periodicamente, ma Marco è sempre lì.
Nel 2019 scoppia la pandemia di Covid-19. L’Italia è uno dei primi paesi colpiti duramente. Per Monica che ha 88 anni e è estremamente fragile, il virus sarebbe quasi certamente fatale. Marco trasforma l’appartamento in una bolla di isolamento totale. Nessuno entra, nemmeno i medici, a meno che non sia assolutamente necessario. Marco stesso si isola completamente, vive nell’appartamento con Monica, non esce mai. Sono mesi difficili.
Marco è solo con Monica, senza sollievo, senza pause, ma dice che in un certo senso è anche un periodo di intimità particolare. È solo noi due, spiega in un email a un amico. Il mondo esterno è sparito e in questo isolamento sento che la connessione con Monica è più profonda, non attraverso le parole o il riconoscimento, ma attraverso la semplice presenza fisica.
la cura quotidiana del corpo e dello spirito. Durante questo periodo Marco comincia a filmare Monica non per voi o per documentario, ma come un registro personale. Piccoli momenti. Monica che guarda la pioggia, Monica che mangia lentamente, Monica che recita improvvisamente una battuta da un film di 40 anni fa.
Sono momenti che Marco, dice, gli danno significato, che gli ricordano perché fa questo lavoro difficile. Nel 2020 Monica compie 89 anni. La celebrazione è solo Marco che le canta tanti auguri e le mostra l’avventura ancora una volta. Monica sembra non registrare nulla, ma a metà del film improvvisamente recita due battute perfettamente sincronizzate con la sua giovane se stessa sullo schermo.
Marco piange mentre guarda, sopraffatto dall’emozione. Il 2 febbraio 2022 Monica Vitti muore pacificamente nel sonno. Ha 91 anni. Marco è con lei tenendole la mano. Dice che negli ultimi momenti Monica ha aperto gli occhi, lo ha guardato direttamente e ha sorriso. “Non so se mi ha riconosciuto” dice dopo, “ma voglio credere che sì che in quel momento finale c’è stata una scintilla di connessione, di consapevolezza.
La notizia della morte fa il giro del mondo. I tributi arrivano da ovunque, dal presidente italiano, da grandi registi, da attrici che l’avevano ammirata, da fancomuni che avevano amato i suoi film. Il Ministero della Cultura dichiara che verrà organizzato un funerale di stato, ma Marco si oppone. Monica voleva privacy, dice, vivrà pubblicamente per 70 anni, lasciatela morire privatamente.
Il funerale è piccolo, privato, solo pochi amici, intimi colleghi. Monica viene sepolta accanto a Roberto Russo nel cimitero del verano a Roma. Sulla tomba una semplice lapide con il suo nome e le date e una citazione da L’avventura. Cerco qualcosa che non so nemmeno cos’è. Nei giorni dopo il funerale Marco sparisce.
Letteralmente nessuno sa dove sia andato. I giornalisti che cercano di contattarlo per interviste non riescono a trovarlo. L’appartamento dove Monica aveva vissuto viene svuotato e venduto. È come se Marco abbia semplicemente cessato di esistere una volta completato il suo compito di prendersi cura di Monica. Questo mistero alimenta ancora più speculazioni.
Chi era veramente Marco? Alcuni sostengono di aver scoperto che era un figlio illegittimo di Monica, nato da una relazione segreta negli anni 70. Altri dicono che era semplicemente un fan ossessionato che aveva dedicato la sua vita alla sua idola. Altri ancora credono che fosse un amante di Roberto che aveva promesso di prendersi cura di Monica dopo la sua morte.
La verità probabilmente è più semplice e più complessa allo stesso tempo. Forse Marco era semplicemente un uomo che aveva trovato significato e scopo nel prendersi cura di una grande artista nei suoi ultimi anni. Forse aveva amato Monica in un modo che trascendeva categorie semplici come romantico o platonico.
Forse aveva visto in lei qualcosa che nessun altro vedeva, non solo l’icona, ma la persona fragile, vulnerabile, umana. Sotto nel 2023, un anno dopo la morte di Monica, viene organizzata una grande retrospettiva dei suoi film al Festival di Venezia. Tutti i suoi grandi lavori vengono proiettati. I film di Antonioni, le commedie degli anni 70, le sue ultime opere.
La sala è piena di cinefili, studiosi, giovani registi che stanno scoprendo il suo lavoro per la prima volta. Durante la proiezione dell’avventura, qualcuno nella sala comincia a singhiozzare. Le luci si accendono dopo il film e rivelano un uomo di mezza età con la barba grigia seduto in fondo. È Marco. È venuto a vedere i film di Monica proiettati su grande schermo a condividere con altri l’arte che aveva custodito così gelosamente negli ultimi anni della sua vita.
Dopo la proiezione un giornalista lo riconosce e cerca di intervistarlo, ma Marco si rifiuta. “Non ho niente da dire”, dice Monica. Ha detto tutto quello che c’era da dire attraverso i suoi film. Io ero solo lì per assicurarmi che potesse morire con dignità. Questo è tutto. Ma poi aggiunge qualcosa che diventa la citazione definitiva su Monica Vitti e il suo tragico declino.
La gente dice che l’Alzheimer le ha rubato chi era, ma non è vero. Le ha rubato i ricordi, i nomi, la capacità di riconoscere, ma non le ha rubato l’essenza, l’arte, la cosa fondamentale che la rendeva Monica Vitti. Fino all’ultimo giorno, quando recitava le sue vecchie battute, era ancora completamente se stessa. L’artista sopravvive anche quando la persona scompare e questo è miracoloso e straziante allo stesso tempo.
Grazie per aver seguito questa storia fino alla fine. Se questo video vi ha toccato o fatto riflettere, vi chiedo di mettere un like e di iscrivervi al canale. La storia di Monica Vitti ci insegna che l’identità è fragile, ma l’arte è eterna, che possiamo perdere noi stessi, ma non ciò che abbiamo creato, e che la dedizione e l’amore possono assumere forme che la società non sempre comprende o accetta.
ci insegna che la memoria può svanire, ma le emozioni incarnate nell’arte rimangono e che a volte la più grande compassione è semplicemente essere presente per qualcuno anche quando non può più riconoscerci. Continuate a seguirci per altre storie delle grandi star del cinema italiano e delle loro vite nascoste.
E ricordate, siamo più delle nostre memorie, siamo ciò che creiamo e come tocchiamo le vite degli altri.