ITALIA ’34: LA COPPA SENZA GLORIA

Gol!  dentro  ci fa sentire la coscienza a posto. Platinet questa è l’Italia del futuro, un paese di musichette mentre fuori c’è la morte. >> Ed è questa la fotografia del mondiale del 1934. Benito Mussolini è salito al potere e la nazione sta attraversando uno dei momenti più cupi della sua storia moderna.

Ma ci sono i mondiali di calcio, c’è la gioia degli stadi pieni e Mussolini ancor di più aveva capito che il mondiale fosse una vetrina per mostrare la grandezza del suo paese. Prima di iniziare vi ricordo di iscrivervi al canale, lasciare un like e un commento se il video vi è piaciuto, perché a voi non costa niente, ma per il futuro del canale è fondamentale, altrimenti l’algoritmo continua a ignorarmi e soprattutto attivate la campanella per non perdervi tutte le storie che vi porterò.

E vi ricordo che ho anche un altro canale dove vi racconto storie di cinema e faccio recensioni di film brutti. Non trafelon amoroso. >> In Uruguay il mondiale si svolse tutto a Montevideo e invece l’Italia porta un cambiamento importante per questo mondiale e per quelli futuri. Non più una sola città ma in tutta la nazione ospitante.

E infatti in Italia il mondiale si gioca in ben otto città. Un’altra novità sostanziale per questi mondiali sono le qualificazioni. Alla prima edizione le nazionali sono state coinvolte con degli inviti e fu complicato raggiungere un numero consono tale da poter dare vita a un torneo, tant’è che si riuscì a malapena formare quattro gironi.

Dato il successo mediatico che aveva riscosso il mondiale uruguagio, per questa edizione le nazionali che si proposero di partecipare furono ben 32, ma il torneo era stato pensato per 16 squadre, quindi la FIFA decise che dovevano esserci delle eliminatorie. Oggi le qualificazioni sono organizzate in base all’appartenenza geografica, ma nel 1934 non tutte le nazioni avevano una federazione, anzi in molte il livello del calcio era quasi amatoriale e così per rendere tutto più equo, si organizzarono 12 gruppi, alcuni da tre e altri da due. L’Italia, ad esempio, eh

sì, noi abbiamo sempre dovuto penare pure quando siamo stati paese organizzatore. L’Italia fu inserita nel gruppo tre e dovette affrontare la Grecia in due gare, una di andata e una di ritorno, ma in realtà le bastò vincere 4-0 all’andata e il match di ritorno non si giocò perché la Grecia preferì evitarne Aldafg merd e la Grecia non fu l’unica a comportarsi così.

Addirittura Turchia, Cile e Perù neanche presero parte a questi spareggi e infatti grazie a questi comportamenti, Brasile e Argentina si qualificarono senza scendere in campo. Tra le partecipanti ci furono sia nazionali note in quel periodo storico e anche oggi e una che per fortuna ha cambiato qualcosa.

Un’altra invece fu creata appositamente per il mondiale, ossia il mandato britannico della Palestina che era una selezione organizzata dalla comunità ebraica del territorio, anche se ufficialmente rappresentava la Palestina. Ma una squadra in particolare manca l’appello. No, no, l’Inghilterra. Questi non li vedremo per un bel po’ ancora.

Loro non si abbassavano a livello dei noi comuni mortali, erano gli inventori del calcio, erano il calcio, non si mettevano a fare sti torneini. Ora avete capito perché puntualmente fanno figure di merda. Chiamasi karma. La vera assente illustre di questo mondiale è la protagonista assoluta della genesi del campionato mondiale di calcio, l’Uruguay, i campioni del mondo.

Sapete perché? Perché 4 anni prima l’Italia si è rifiutata di andare a Montevideo e di conseguenza l’Uruguay decise di ricambiare l’offesa e restare a casa a lucidare la coppa dalle ali dorate. I Nord America invece fecero un capolavoro. Anziché fare un girone o delle semifinali, visto che erano quattro nazionali, si inventarono un sistema che mi permetto di chiamare pesce grande mangia pesce piccolo con gli Stati Uniti qualificati in una specie di finalina e le altre tre a scannarsi.

Cuba batte Haiti, Messico batte Cuba e Messico se la gioca perdendo con gli Stati Uniti che se ne vanno dritti dritti al loro secondo mondiale. Novità di questa nuova edizione è la presenza di una nazionale che estende il concetto di campionato mondiale, l’Egitto. L’Egitto è la prima nazionale africana a partecipare.  Qualificate le 16 nazionali, il 27 maggio del 1934 inizia la seconda edizione del campionato mondiale di calcio.

Questa volta però non ci sono i gironi, il format è concepito sugli scontri diretti, si parte direttamente  dagli ottavi che a livello psicologico crea non pochi disagi. Con il girone un passo falso ti è permesso. Puoi prendere le misure, trovare il ritmo partita nel tempo. Abbiamo esempi dei nazionali che hanno steccato la prima gara, eppure sono arrivate in finale.

Vedi Argentina nel 90 o l’Italia nel 94, ma con questo terribile format, no? Sei dentro al Mondiale fin dal primo minuto e puoi uscirne dopo appena 90. E infatti ci sono subito due eliminazioni illustri. Se il Brasile si conferma ancora lontano da quello che conosciamo oggi, anche se c’è da dire perde contro la Spagna che è una nazionale considerata tra le papabili a vincere quel mondiale.

Tra i giocatori di Spicco c’è Giacinto Kinoses che era uno dei difensori più forti del mondo in quel momento, no? Che bandiera del Real Madrid. Isidro Langara, bomber del campionato spagnolo, Picci per ben tre volte. E poi la leggenda del calcio, Riccardo Zamora, uno dei portieri più forti della storia del calcio, soprannominato El divino, ha giocato sia nel Barcellona che nel Real Madrid, non solo forte e spettacolare, ma dotato di un grande temperamento che lo rendevano un vero leader in campo.

L’Argentina invece si autosabota. Anziché cercare un riscatto dopo la finale persa 4  anni prima, la Federazione decide di inviare una selezione di giocatori dilettanti che verranno eliminati da una modesta Svezia.  Un’altra nobile decaduta della passata edizione è proprio l’avversaria dell’Italia, gli Stati Uniti.

Questa volta al Mondiale si presenta una selezione di ragazzi dilettanti e con poca preparazione, visto che addirittura gli Stati Uniti hanno giocato lo spareggio per andare al mondiale a Roma, a soli tre giorni dall’inizio del mondiale e l’Italia li liquiderà con un sonoro 7-1. L’Italia, c’è da dire, era veramente forte. Innanzitutto partiamo dal CT.

Vittorio Pozzo. Pozzo è una leggenda, ancora oggi è l’unico CT ad aver vinto due mondiali consecutivi ed è il CT della nazionale azzurra più vincente di sempre, visto che oltre ai due mondiali vinse anche l’Olimpiade del 36. Ma la vita di Pozzo non è stata sempre così, rosa e fiori. Come calciatore ha giocato in Francia, Svizzera e Inghilterra prima di tornare in Italia e giocare nel Torino.

Diventò poi dirigente della Pirelli per poi dimettersi per la chiamata dalla nazionale nel 1912 per guidare la nazionale alle Olimpiadi di Stockholma. La nazionale fu eliminata dalla Finlandia ai tempi supplementari e Pozzo, a differenza di quello che fanno adesso, si dimise e tornò a lavorare alla Pirelli.  Durante la prima guerra mondiale, Pozzo, in veste di tenente degli alpini prese parte al conflitto evento che lo segnò e lo cambiò.

Cazza lo straniero. Nel 1924 Pozzu venne chiamato nuovamente a guidare la nazionale e questa volta a Parigi le cose vanno decisamente meglio, portando la nazionale fino ai quarti per poi nuovamente dimettersi e tornare alla Pirelli, ma soprattutto per stare accanto a sua moglie che purtroppo a causa di una malattia perderà di lì a poco.

Da lavoro in Pirelli pozzo a fiancò anche quello di giornalista, finché nel 1929 la Federazione lo richiamò per una terza volta come citi della nazionale, ma questa volta Pozzo pretese un forte cambiamento per il suo ruolo. Se fino a quel momento le convocazioni venivano decise da una commissione tecnica composta  da dirigenti federali, arbitri, ex calciatori, allenatori e giornalisti, adesso voleva carta bianca per creare il suo gruppo e così Pozzu fu il primo a usare i ritiri per preparare gli eventi e fare gruppo,

cosa che aveva ereditato dalla sua esperienza negli alpini. E così come adesso, come allora e come  sarà sempre, Pozzo formò un gruppo vincente nonostante le critiche per aver convocato gli oriundi. Ma chi erano questi oriundi? Gli oriundi erano l’argentino Raimundo Orsi, ala velocissima e grande dribbling, argentino come Enrique Guaita, ala che sapeva ricoprire tutti i ruoli dell’attacco e una nostra vecchia conoscenza, sempre dall’Argentina, Luisito Monti, il macellaio, ma che a parte la sua durezza negli interventi

era anche un ottimo regista arretrato. Agli oriundi, tutti di grande qualità, vanno ricordati anche Giovanni Ferrari che le cronache dell’epoca lo definiscono il miglior giocatore della sua generazione e che abbia praticamente inventato il ruolo della mezzala e soprattutto la leggenda Peppin Meazza. Meazza aveva tutto: dribbling, fantasia, tiro, acrobazia e finalizzazione.

Se ancora oggi è sul podio dei più grandi cannonieri della storia della nazionale italiana e che lì sia stato dedicato lo stadio di Milano, un motivo ci sarà. segnava in tutti i modi, anche su punizione, nonché alla mezza, ossia saltando il portiere avversario.  Ma è un mondiale che, a differenza della passata edizione, ha più di una candidata al titolo.

Oltre a Spagna e Italia ci sono anche Ungheria, Austria e Cecoslovacchia e infatti tutte passarono il turno. Oggi fa strano pensare a queste nazionali come delle big candidate a vincere il mondiale, soprattutto nel vedere Argentina, Francia e Brasile fuori al primo turno. Ma in quel momento storico nel calcio, oltre alla già abbondantemente analizzata Uruguay, c’erano queste tre nazionali.

L’Austria era chiamata il Wunder Team, era praticamente il Barcellona di Guardiola, era considerata la più bella da vedere. Tra i migliori della compagine austriaca c’era Mattias Sindelar, soprannominato Il Mozart del calcio, il giocatore più elegante dell’epoca e ancora oggi considerato il più grande calciatore della storia austriaca.

Fu il precursore del falso nueve. L’Ungheria era sicuramente meno bella dell’Austria, ma più concreta e infatti la scuola maggiara resterà al top almeno fino agli anni 50. Su tutti spiccavano Gorghi Sarosi, inserito nella classifica dei migliori calciatori del XXo secolo, che sapeva giocare in ogni zona del campo.

Da prolifico centravanti sapeva fare bene anche il regista e il difensore centrale. E l’altra stella della nazionale ungherese è Giula Zengeler, uno dei migliori cannonieri di tutti i tempi. La Cecoslovacchia era forse la nazionale più completa di quella manifestazione, forte in difesa grazie anche al portiere Frantisek Planicka  e grazie soprattutto a Oldrick Neyedle, cannoniere della nazionale cecoslovacca e capocannoniere di quel mondiale.

Si arriva ai quarti e infatti non deludono le aspettative e non ci sono sorprese. La discreta Germania batte la Svezia, la Cecoslovacchia fa fuori la Svizzera, ma i veri big match di questo turno sono Ungheria-Austria e Italia-Spagna. L’Austria si candida seriamente al titolo eliminando la grande Ungheria. >>  >> La partita tra Italia e Spagna fu chiamata la battaglia di Firenze.

La partita finì 1-1 con molti giocatori infortunati e all’epoca non esistevano le sostituzioni. L’Italia impostò la partita proprio sull’aggressività, ma fu la Spagna a passare in vantaggio. Alla fine del primo tempo però il gol della discordia. L’azzurro Pizziolo calcia una punizione.

Zamora esce in presa alta, ma Schiavio dà una spallata al portiere che permette a Ferrari di segnare.  Nel secondo tempo Zamora para tutto e si arriva alla fine della partita sull’1-1. All’epoca non esisteva ancora la lotteria dei rigori, ma la partita si ripeteva il giorno dopo. È complice la partita brutale del giorno prima.

Se l’Italia sostituì un paio di giocatori, la Spagna addirittura ne cambiò sette, tra cui il divino Zamora. L’Italia  vince e passa il turno tra le polemiche e con il mistero del perché Zamora non scese in campo. Tra le svariate illazioni e cospirazioni c’è la voce che addirittura fui il regime fascista a impedirli di giocare.

Alcuni dicono che la Spagna per galanteria, visto che era ospite, tolse il portiere insuperabile. Altri dicono che per protesta verso il pessimo arbitraggio della prima gara si rifiutò di giocare il replay, ma Zamora, anche a distanza di anni non ha mai spiegato il perché non giocò quella partita. Ma vabbè, saranno anche cambiati i tempi, ma le polemiche nel calcio non cambiano mai.

Le semifinali presentano ai nastri di partenza delle nazioni che purtroppo non si limiteranno a combattere solamente in campo. La Germania da un anno è sotto scacco di quest’uomo qui, ma su quest’altro campo la Cecoslovacchia mostra tutta la sua forza e liquida i nazisti con un 3-1 staccando un pass per la finale dove troverà la vincente tra Italia e Austria.

La rivalità tra Italia e Austria va in scena in questa semifinale, ma la rivalità tra le due compagini è iniziata già da qualche anno. L’Italia da sempre ha nel suo DNA un gioco più difensivo e concreto e all’epoca utilizzava quello che si definiva il metodo. Questo modulo prevedeva due difensori arretrati, un centro mediano metodista davanti alla difesa e due mediani laterali, così da garantire solidità difensiva e un rapido contrattacco che avveniva con le ali e la punta centrale.

Lesatto opposto invece era proprio l’Austria che invece adottava il sistema, ossia un difensore centrale, due terzini, due mediani e i tre attaccanti supportati da due trequartisti. Sicuramente più offensivo, se interpretato bene, anche più spettacolare, ma molto rischioso dietro. E infatti sotto la pioggia nel fango va in scena una partita epica degli azzurri che fino a quel momento nei 13 precedenti contro gli austriaci avevano vinto solo una volta.

Pozzo è un alpino, aveva combattuto gli austriaci su altri campi, ma quel pomeriggio negli spogliatoi carica i suoi ragazzi con la canzone del Piave e in campo i suoi ragazzi che avrebbero dato la loro vita per il loro condottiero, al 19º passano con un gol di guaita che butta in rete non solo il pallone, ma anche alcuni di quei forti austriaci e come dice la canzone lo straniero non lo fanno passare e l’Italia chiude la pratica del Wunder Team e va in finale.

Ini moro non lo straniero.  Il derby del baffetto però ci sarà comunque, infatti da questo mondiale nasce quella grandissima cazzata dalla finale del terzo posto che se l’aggiudica proprio Hitler. Fatto curioso, entrambe le squadre avevano la maglia bianca e al sorteggio si decise che sarebbe stata la Germania a indossare la maglia bianca.

Oggi ogni squadra ha almeno quattro kit più altre edizioni terribili per il marketing. Ma a Napoli quel giorno l’unica soluzione per poter giocare quella partita fu far indossare all’Austria la maglia della città ospitante, ossia la maglia azzurra del Napoli.  Un protagonista di questa storia non l’ho ancora nominato, ma non perché non fosse importante, ma perché ho preferito parlarne a questo punto della storia.

Giampiero Combi. Combi questo mondiale non lo doveva giocare. Combi con Planicka e Zamora è considerato il portiere più forte del mondo durante guerra. Pozzo, come faranno i suoi colleghi del futuro, ha impostato la difesa dalla nazionale sul blocco Juve, ossia con Rosetta e Caligaris.

Questo blocco ha vinto cinque scudetti consecutivi ed è una certezza per la nazionale, ma c’è un problema. Combi ha smesso di giocare proprio quell’anno a 31 anni. Pozzo però ha bisogno di certezze e quindi lo convince a rinviare il ritiro di qualche settimana per fare il secondo a Carlo Ceresoli, portiere dell’Inter. Ma il destino nelle grandi imprese non va mai in panchina.

Durante la preparazione al mondiale, Ceresoli si scontra con il compagno di nazionale Arcari e si rompe un braccio. E così Combi è costretto a tornare tra i pali. 10 giugno 1934, Roma, finale del Mondiale di calcio.  La finale ha inizio. La stampa internazionale dava la Cecoslovacchia come favorita e infatti l’Italia, nervosa e impacciata, inizia male la partita.

Puck e Sobotka colpiscono due pali e Combi fece una serie di miracoli e solo grazie a lui l’Italia riuscì a restare in partita. Ma al 71º la difesa italiana deve arrendersi e PU porta in vantaggio la Cecoslovacchia. La reazione dell’Italia non fu immediata, tanto che la Cecoslovacchia fallisce il 2-0 per ben due volte e allora Pozzo decise di cambiare qualcosa.

Scambiò le posizioni di Schiavio e Guaita, così da rendere la manovra italiana meno prevedibile. Ma non solo. si andò a mettere dietro la porta di Planicka, all’epoca si poteva fare, non esisteva l’area tecnica e iniziò a manovrare i suoi giocatori come se avesse un joypad tra le mani  e a 9 minuti dalla fine, con un tiro da fuori Orsi trovò il gol del pareggio.

>>  >> Si va ai supplementari e come spesso accade la squadra che agguanta l’insperato pareggio poi cambia atteggiamento e infatti dopo 5 minuti dall’inizio dei supplementari Meazza corre palla al piede, serve Guaita che mette in mezzo a Schiavio che con un potente diagonale batte Planicka. 2-1. Schiavio, addirittura per l’emozione sviene, svegliato a colpi di schiaffi da Meazza e Pozzo.

La Cecoslovacchia è distrutta e così non riesce neanche più a contrattaccare fino al triplice fischio. L’Italia è campione del mondo. L’Italia ha conquistato il mondo e per Mussolini questa era un’ottima pubblicità per il suo governo. Ma vorrei soffermarmi proprio su questo. All’inizio ho aperto il video con questo monologo tratto dalla serie Boris.

È un concetto sempre attuale e lo si può inserire in qualsiasi periodo storico. L’ipocrisia italiana non è una brutta piaga del mondo moderno, ma è qualcosa che ci appartiene da sempre. Mentre l’Italia stava vivendo un momento drammatico, una tensione che serpeggiava per le strade, un terrorismo ideologico che stava pian piano portando una nazione a livello più basso della sua storia, si voleva dare un tono gioioso agli occhi degli altri.

Il fascismo, che tanto decantava la sua italianità, la sua appartenenza e le sue origini, fece grande la sua nazionale con l’innesto di tre calciatori stranieri, gli oriundi, così come l’assistente di Pozzo, Carlo Carcano, tecnico che aveva vinto quattro scudetti consecutivi con la Juventus, che Pozzo decise di portare con sé come assistente e fu importante per la vittoria della nazionale, ma quando vennero fuori delle voci sulla sua presunta omosessualità, fu allontanato dal mondo del calcio.

>>  >> Detto questo, però era doveroso parlarne. Ci tengo a fare un’altra considerazione. Io trovo molto grave che le gesta di questi ragazzi, di Vittorio Pozzo, di questa grande cavalcata, con il tempo si siano tramutate in qualcosa di strano, di oscuro. Questa vittoria, come dicono quelli bravi, è invecchiata male.

Viene sempre etichettata come la vittoria di Mussolini, come se fosse un mondiale vinto a tavolino, pieno di lati oscuri, qualcosa quasi da doversene vergognare. Io capisco che di pallone ne parliamo tutti e nel calcio spesso si parli a botte di slogan, ma al di là di un credo politico, dell’oggettività dei drammi della politica di quel tempo, io credo che le cose vadano sempre contestualizzate e analizzate con i fatti.

Questi ragazzi, perché di un gruppo di ragazzi stiamo parlando, hanno fatto la storia del calcio e trovo fortemente irrispettoso snobbare un’impresa fatta di sangue, sudore, cuore e amore per quello che era il calcio. Una vittoria che nelle loro tasche portò quello che oggi sarebbero quasi €20.000, ben lontani dai milioni dei calciatori senza storia di oggi.

Questi ragazzi hanno impresso il loro nome nella storia del calcio e trovo vergognoso che i loro nomi vengano spesso dimenticati. E se posso capire che un ragazzino che non ha visto neanche un mondiale con la nazionale azzurra, non conosca Guaita, Meazza, Combi, trovo dir poco surreale che il movimento calcistico italiano si fregi delle quattro stelle per poi deridere i mondiali vinti a suon di gol, coraggio, idee, forza, unità, classe e capacità di un gruppo che ha creduto in un sogno, per poi essere dimenticati con false dicerie e beceri discorsi

populisti. Questa è l’impresa di un grande allenatore che seppe portare un gruppo di ragazzi sul tetto del mondo e questa è l’unica cosa che conta. Ricordiamoli con orgoglio, se lo meritano. >> Non partivo dal principio di certi commissari che mi avevano preceduto, cioè di formare la squadra e poi di lasciarla andare allo sbaraglio da solo.

Dicevo, l’ho formata io, ne assumo la responsabilità.  >>

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *