Il nastro d’asfalto grigio di Milano si è trasformato, ancora una volta, nel palcoscenico inaccettabile di una tragedia urbana che lascia la città senza respiro. Martedì 7 luglio, il frastuono caotico e incessante del capoluogo lombardo è stato squarciato dal rumore sordo e definitivo di un impatto letale. Tra via Gatta Melata e via Colleoni, in un incrocio che oggi sa di morte e di sgomento, ha perso la vita Laura Ghirardi, 67 anni. Non una semplice passante, non un freddo numero da aggiungere alle già drammatiche statistiche sugli incidenti stradali, ma un’anima vibrante, un’artista poliedrica che aveva fatto della bellezza, della curiosità e della ricerca inesauribile la propria ragione di esistere. Travolta e schiacciata da un tir mentre si spostava in sella alla sua bicicletta, Laura è l’ennesima vittima di una guerra silenziosa e quotidiana che si combatte sulle strade delle nostre metropoli, una guerra tra l’ingombro letale dei mezzi pesanti e la fragilità di chi sceglie la mobilità dolce.
La notizia ha impiegato pochissimo tempo per attraversare i quartieri di Milano, raggiungendo gallerie, studi d’arte e i laboratori dove la sua assenza ha immediatamente generato un vuoto incolmabile. Laura Ghirardi non era un’artista chiusa nella classica torre d’avorio, prigioniera dei propri elitarismi. Al contrario, era una donna radicata nella materia e nel mondo. Pittrice di rara sensibilità, scultrice audace, viaggiatrice instancabile e formidabile animatrice culturale, aveva la capacità straordinaria di trasformare ogni singola esperienza di vita, ogni incontro, ogni paesaggio, in un pretesto per innescare scintille creative. Aveva 67 anni, un’età in cui molti tirano i remi in barca per godersi una serena tranquillità, ma non lei. Il suo fuoco interiore ardeva con un’intensità giovanile, spingendola continuamente verso nuove sperimentazioni, nuovi linguaggi e nuovi orizzonti da esplorare.
Per comprendere la gravità di questa perdita per il panorama culturale italiano, è necessario immergersi nella vastità del suo lavoro. Come ha lucidamente sottolineato la critica specializzata, e come riportato con enfasi da riviste di settore quali Rivista Bun ed Exibart, la Ghirardi possedeva il talento raro di piegare la materia al proprio volere immaginifico. Non si accontentava della bidimensionalità di una tela. Utilizzava la pittura, certo, ma la contaminava incessantemente con la ceramica, con inserti in metallo, con la tecnica del collage, arrivando a costruire un linguaggio visivo intimo e personalissimo. Le sue opere non erano semplici manufatti da esporre, ma veri e propri ecosistemi narrativi, in grado di dare consistenza tridimensionale a suggestioni fugaci, a ricordi lontani e a storie sussurrate. La sua era un’arte profondamente tattile, materica, un’arte che chiedeva allo spettatore non solo di guardare, ma di partecipare emotivamente a una scoperta.
E proprio la scoperta è stata il motore immobile di tutta la sua biografia. Milanese purosangue, autentica nel suo attaccamento alla città, Laura sapeva però che l’ispirazione non può essere confinata all’ombra della Madonnina. Aveva lasciato spessissimo la sua casa per assecondare una fame inesauribile di conoscenza. Il viaggio era per lei una condizione esistenziale prima ancora che uno spostamento fisico. Era fatalmente attratta dai luoghi lontani, dalle culture periferiche, dai territori sconosciuti dove le geometrie urbane lasciano il posto alla natura selvaggia o a tradizioni ancestrali. Eppure, non aveva bisogno di un passaporto per oltrepassare i confini della realtà: viaggiava in modo altrettanto appassionato attraverso la letteratura, esplorando mondi immaginari descritti nei libri, assorbendo parole e concetti per poi tradurli, con una meticolosità quasi alchemica, nel metallo e nell’argilla.

Sul suo sito web personale, una sorta di diario di bordo della sua navigazione artistica, confessava con grande onestà intellettuale di essere sempre stata guidata dall’istinto puro. Dipingere e modellare non erano scelte ponderate a tavolino per assecondare le logiche ciniche del mercato dell’arte, ma rispondevano a una vocazione prepotente, un richiamo profondo nato fin dai tempi dell’infanzia e mai più zittito. Una purezza d’intenti che l’ha resa amata e rispettata in ogni ambiente in cui decideva di operare.
Questa stessa vocazione l’aveva spinta, intorno al 2013, a compiere un passo ulteriore e definitivo nel suo rapporto con la creatività: la condivisione. Rientrata stabilmente a Milano dopo innumerevoli pellegrinaggi esplorativi, Laura Ghirardi aveva deciso che la sua arte non doveva più essere un processo solitario. Aveva iniziato a dedicarsi con devozione totale all’insegnamento, convinta che ogni essere umano possedesse un potenziale creativo inespresso in attesa di essere sbloccato. Presso l’Atelier 9, aveva dato vita a laboratori di pittura e modellazione della ceramica rivolti a un pubblico trasversale, dagli adulti in cerca di evasione ai bambini pieni di meraviglia. Non insegnava semplicemente una tecnica; insegnava un modo rivoluzionario di guardare il mondo. Trasmetteva l’idea di un’arte libera dalle convenzioni, aperta, democratica, un mezzo per ritrovare se stessi. Il suo impegno nel creare spazi fisici e mentali di incontro e crescita artistica ha rappresentato senza ombra di dubbio uno degli apici morali e sociali della sua lunga carriera.
L’entusiasmo di Laura era contagioso e inarrestabile. A dimostrazione della sua vitalità senza limiti, nel giugno del 2023 aveva coronato un altro grande sogno, inaugurando la Galleria Long a Iseo. Sulle sponde del lago che tanto amava, aveva creato una piccola ma preziosissima realtà espositiva dedicata interamente alla valorizzazione della creatività indipendente. Un faro di cultura in provincia, un luogo dove giovani artisti e talenti emergenti potevano trovare una sponda sicura e un consiglio prezioso da parte di una donna che aveva fatto della libertà espressiva il suo stendardo.
Ma poi è arrivato quel maledetto martedì 7 luglio. Il contrasto tra la bellezza luminosa della sua esistenza e la brutalità invereconda della sua morte è un boccone impossibile da digerire. L’incidente avvenuto nel tratto tra via Gatta Melata e via Colleoni riapre, o meglio, scoperchia violentemente il vaso di Pandora di un’emergenza cittadina che non può più essere derubricata a semplice fatalità. L’impatto tra la sua bicicletta e il tir è la plastica, orribile rappresentazione di una sproporzione inaccettabile che caratterizza la viabilità milanese e di molte altre grandi città italiane.

Ancora una volta, un ciclista, l’utente debole per eccellenza della carreggiata, soccombe sotto le inesorabili ruote di un gigante di metallo. Ancora una volta, si parla di angoli ciechi, di fatalità, di incroci pericolosi, di visibilità ridotta dalla cabina del camionista. Ma la verità, quella più amara e scomoda, è che si tratta di una strage strutturale. La convivenza tra mezzi pesanti commerciali e la mobilità leggera nei centri urbani si sta rivelando sempre di più un esperimento fallimentare e bagnato di sangue. L’amministrazione, le istituzioni e i legislatori sono ora chiamati, non solo dal dovere morale ma dal grido di dolore di un’intera città, a ripensare radicalmente l’organizzazione degli spazi urbani. Non si può morire per aver scelto un mezzo ecologico, sano e pacifico come la bicicletta. Non si può chiudere la vita di un’artista meravigliosa, capace di creare poesia dalla ceramica, schiacciata sotto tonnellate di acciaio commerciale in movimento.
Il vuoto lasciato da Laura Ghirardi nel panorama artistico italiano è enorme. Exibart ne ha celebrato il ricordo sottolineando come la sua ricerca si basasse su principi fondamentali e incrollabili: libertà espressiva, sperimentazione estrema e condivisione generosa. Nel corso dei decenni, Laura non si era limitata a produrre opere, ma aveva costruito, pezzo dopo pezzo, una vera e propria comunità creativa, un tessuto umano capace di unire la vibrante energia di Milano, la pace introspettiva del Lago d’Iseo e il suo inesauribile, sconfinato amore per l’intero pianeta.
Oggi, chi passeggia per Milano, chi osserva le vetrine di una galleria o chi mette le mani nell’argilla bagnata in un laboratorio creativo, non può fare a meno di dedicare un pensiero a lei. Il destino crudele le ha tolto il respiro, le ha strappato di mano i pennelli e ha distrutto il suo mezzo di trasporto prediletto, ma non potrà mai cancellare l’impronta profonda che ha lasciato. Le sue opere, figlie del suo genio irregolare, continueranno a parlarci. I suoi allievi, in cui ha seminato il coraggio di osare, porteranno avanti la sua visione del mondo. La memoria di Laura Ghirardi resterà viva, luminosa e intatta, come una scultura in metallo resistente al tempo e alle intemperie, a perenne testimonianza di una donna che, fino al suo ultimo istante, ha insegnato a tutti noi come l’arte non sia solo qualcosa da appendere al muro, ma l’unico modo possibile per abitare il mondo con grazia e libertà. E mentre la polemica sulla sicurezza stradale esplode inevitabile e sacrosanta, il dovere di tutti noi è quello di non dimenticare: non dimenticare la gravità di ciò che è accaduto su quell’asfalto e, soprattutto, non dimenticare l’immenso patrimonio di bellezza che Laura ci ha donato.