L’Austria Rise dell’Ennesimo Assalto Italiano sull’Isonzo — L’Undicesima Battaglia Sfondò la Bain…

24 ottobre 1917. Caporetto, la parola che ogni italiano conosce. 265.000 prigionieri, 3152 cannoni persi, 150 km di ritirata. La più grande sconfitta nella storia militare italiana. Tutti la conoscono, nessuno sa perché accadde. L’Italia non fu travolta perché il suo esercito era debole, non crollò perché i suoi soldati erano codardi.

L’Italia fu attaccata perché aveva vinto troppo. Sei settimane prima di Caporetto l’esercito italiano aveva fatto qualcosa che nessuno credeva possibile. Aveva sfondato sull’isonzo dopo 10 battaglie fallite, dopo due anni sullo stesso fiume, dopo mezzo milione di perdite. L’undima volta la linea austriaca si era spezzata e l’Austria aveva dovuto fare qualcosa che non aveva mai fatto in tutta la guerra, supplicare la Germania di intervenire.

Il generale Erich Ludendorf, l’uomo più potente della Germania, lo scrisse nelle sue memorie. Fu necessario decidere per l’attacco all’Italia al fine di prevenire il collasso dell’Austria-Ungheria. il collasso, non la sconfitta, non la crisi, il collasso totale di un impero. L’Italia era diventata così pericolosa che servì la Germania intera per fermarla.

Ma per capire come ci arrivammo, bisogna tornare indietro a quel fiume Lisonzo. Dal giugno 1915, dal primo giorno di guerra, l’esercito italiano combatte sullo stesso corso d’acqua e perde ogni singola volta con lo stesso copione. L’artiglieria bombarda, la fanteria avanza, gli austriaci tengono, migliaia di italiani muoiono e la linea non si muove.

Prima battaglia, 15.000 perdite, nessun risultato. Seconda 43.000, terza 67.000 quarta quinta, sesta, settima, ottava, nona e poi la decima. 157.000 perdite in quattro settimane. Gli italiani arrivano a 15 km da Trieste, poi il contrattacco austriaco li ricaccia indietro. Zero conquiste e la decima è finita appena 10 settimane fa.

2 anni, 10 battaglie, oltre mezzo milione di uomini caduti lungo le rive dello stesso fiume, morti, feriti, catturati, dispersi, 500.000 uomini e l’unico risultato concreto è una sola città, Gorizia, presa nella sesta battaglia nell’agosto del 1916, un anno prima. Da allora 10 mesi di assalti e decine di migliaia di cadaveri non hanno prodotto un solo chilometro in più. L’Europa guarda e scuote la testa.

A Londra il fronte italiano è un titolo in terza pagina. I generali britannici mandano 16 batterie di artiglieria pesante. Un gesto di dovere, non di fiducia. Nessuno scommette sull’Italia. A Parigi i comandi francesi guardano le mappe del fronte italiano e vedono un esercito che spende mezzo milione di uomini per avanzare di pochi metri.

Il fronte italiano è una sanguinosa nota a piedi pagina. A Vienna l’umore è diverso, non di trionfo. La guerra sta dissanguando anche l’Austria, ma di certezza assoluta. L’uomo che ha tenuto Lisonzo per 2 anni si chiama Svetar Boroevic von Boina, croato, 61 anni, il miglior comandante difensivo dell’esercito austro-ungarico.

I suoi soldati lo adorano, lo chiamano NAS Sveto, il nostro sveto. I giornali lo chiamano il leone dell’isonzo e il titolo se lo è guadagnato. 10 battaglie, 10 volte le sue trincee di cemento hanno tenuto, i bunker scavati nella roccia carsica hanno resistito. Le posizioni sul monte Ermada e sul Monte San Gabriele non si sono mosse.

Boroević conosce il copione italiano a memoria. Sa che Cadorna bombarderà con migliaia di cannoni. Sa che la fanteria avanzerà sullo stesso terreno maledetto. Sa che migliaia di uomini moriranno sulle stesse rocce del Carso. Quelle pietre affilate come coltelli che moltiplicano le schegge di ogni granata. E sa che alla fine, come ogni altra volta, l’offensiva si esaurirà da sola.

È quasi un rituale ormai, un rituale macabro che si ripete senza variazioni da 2 anni. Perché l’undicesima volta dovrebbe essere diversa dalla decima. Per Boroević non c’è nessuna ragione di pensarlo. Quello che Boroević non sa, quello che nessuno in Europa sa, è che il piano per l’undicª battaglia è diverso da tutto ciò che è avvenuto prima.

Per la prima volta nella storia delle battaglie dell’isonzo, l’attacco principale non cadrà sulle posizioni più forti, non contro il Monte Ermada, la fortezza che guarda Trieste. Non contro il Monte San Gabriele, la chiave della valle del Vipacco, non contro le trincee di cemento del Carso. Il colpo cadrà su un settore che entrambi gli schieramenti hanno ignorato per 2 anni.

Un settore che tutti considerano impraticabile, l’altopiano della Bainsizza, 100 km quad di roccia carsica a 700 m di quota. Pietre che tagliano gli stivali e lacerano le mani. Niente strade, niente acqua in superficie. Un deserto di pietra che nessun esercito sano di mente vorrebbe attraversare. Ma proprio per questo l’Austria non lo ha fortificato.

Le difese sono sottili, le truppe che lo presidiano sono sotto organico e l’uomo che guiderà l’assalto è Luigi Capello, il generale che ha preso Gorizia un anno fa, il più brillante e il più aggressivo dei comandanti italiani. Ha un piano nuovo, la concentrazione di tre quarti dell’intero esercito su un solo settore e un’arma che tre settimane fa non esisteva. Gli Arditi.

L’undima volta il rituale si spezza. Luigi Capello ha 58 anni nell’estate del 1917. È un uomo che divide l’esercito italiano in due, chi lo ammira e chi lo detesta. ambizioso fino all’arroganza, irrequieto, passionale, convinto della propria superiorità intellettuale con un’intensità che infastidisce persino Cadorna.

E infastidire Cadorna è un’impresa notevole, ma Capello è anche l’unico comandante italiano che ha prodotto una vera vittoria. Gorizia, agosto 1916. Mentre tutti gli altri generali mandavano i loro uomini contro le posizioni fortificate con gli stessi risultati, Capello aveva trovato un modo diverso. Concentrare le forze su un punto debole, coordinare l’artiglieria con una precisione che nessuno aveva visto prima e colpire dove l’austriaco non se lo aspettava.

La presa di Gorizia lo rende un eroe nazionale, i giornali lo celebrano, la gente lo riconosce per nome e Cadorna, che non sopporta rivali e non tollera che i giornalisti seguano un suo subordinato al fronte, lo trasferisce lontano dall’Isonzo per punirlo della sua popolarità. Ma quando c’è bisogno di qualcuno che possa veramente vincere, è a Capello che si rivolge.

Nel giugno 1917 Capello prende il comando della seconda armata, la più grande e la più potente delle armate italiane, e ha due mesi per preparare la battaglia che cambierà la guerra. Non perde tempo. Da mesi lavora con il colonnello Giuseppe Bassi e il maggior generale Francesco Saverio Grazioli a un progetto che cambierà il volto dell’esercito italiano.

Bassi ha teorizzato tattiche d’assalto nuove: combattimento ravvicinato, lancio di granate in corsa, avanzata sotto fuoco d’artiglieria Amico. Ha preso la Villarperosa, la prima arma automatica portatile della storia e l’ha trasformata da curiosità tecnologica in strumento da combattimento. Grazioli ha messo insieme teoria e addestramento e Capello ha dato la copertura politica.

Il 29 luglio 1917, meno di tre settimane prima dell’attacco, il primo battaglione d’assalto viene formato ufficialmente alla presenza di Cadorna e del re Vittorio Emanuele II. Li chiamano arditi, uomini selezionati per aggressività, resistenza fisica, disprezzo del pericolo, pugnale alla cintura, granate nel tascapane, lanciafiamme sulle spalle.

L’undicesima battaglia dell’Isonzo sarà il loro battesimo del fuoco in grande scala, ma l’arma segreta di Capello non sono gli arditi. L’arma segreta è il piano. Per due anni l’Italia ha attaccato le posizioni più forti del fronte, il Carso, il Monte Ermada, le trincee fortificate di fronte a Gorizia, come sbattere la testa contro un muro di cemento ogni volta.

Questa volta Cadorna e Capello decidono di colpire dove il muro non c’è. L’altopiano della Bainsizza è un settore che entrambi gli eserciti hanno ignorato fin dall’inizio della guerra. Il motivo è semplice. Il terreno è talmente impervio che nessuno ha mai pensato di attraversarlo con un esercito.

Roccia carsica che si sgretola in schegge taglienti. Nessuna strada percorribile dall’artiglieria pesante, nessuna fonte d’acqua in superficie. Un deserto di pietra a 700 m di quota dove ogni granata che esplode moltiplica le sue schegge con frammenti di roccia che volano in ogni direzione. Ma proprio perché nessuno lo considera praticabile, gli austriaci hanno lasciato il settore quasi sguarnito.

Le difese sono sottili, le truppe che lo presidiano sono sotto organico e di qualità mediocre. La ventunesima divisione che difende il settore nord è composta in gran parte da soldati ciechi e per l’Austria-Ungheria questo significa truppe inaffidabili. Se gli italiani riescono a conquistare la Bainsizza, possono tagliare il fronte austriaco in due.

Isolare il Monte San Gabriele da nord, minacciare il Monte Ermada dal fianco, spezzare la catena difensiva che Boroević ha costruito in 2 anni. Per realizzare questo piano, Cadorna concentra una forza che l’Italia non ha mai schierato prima. 52 divisioni, 600 battaglioni, 5200 cannoni, tre quarti dell’intero esercito italiano ammassati su 40 km di fronte, dalla valle di Tolmino al mare Adriatico.

Mai nella storia italiana una simile massa di uomini e di acciaio è stata riunita in un solo punto. La seconda armata di capello, sei corpi d’armata, è la punta di lancia. L’attacco su tutto il fronte serve a mascherare il punto di impatto principale. La terza armata del Duca d’Aosta, 20 divisioni, 1350 cannoni, 756 mortai, attaccherà sul Carso per inchiodare le riserve austriache e impedire a Boroevic di spostare truppe verso la Bainsizza, ma il cuore dell’offensiva è un uomo che nessuno conosce ancora.

Enrico Caviglia, comandante del 2quo corpo d’armata. Caviglia è l’opposto di Capello. Dove Capello è istintivo e aggressivo, Caviglia è metodico, analitico, quasi ossessivo nella sua preparazione. Ha 55 anni è un’esperienza che pochi ufficiali italiani possiedono. Nel 1904, come capitano, è stato osservatore presso l’esercito giapponese durante la guerra russo-iapponese.

Ha visto la guerra moderna dal vivo. Cosa vuol dire coordinare artiglieria e fanteria? Come si sfrutta il terreno? come si sfonda una linea fortificata e ha studiato la bainsizza settentrionale con una precisione maniacale. Ogni posizione austriaca di fronte alle sue linee è stata catalogata, fotografata, targettata.

Sa dove sono deboli i fucilieri ciechi, sa dove il terreno permette un attraversamento del fiume, sa dove colpire. Il suo corpo ha la 47ª divisione, due brigate di bersaglieri, le fiamme rosse, le truppe più veloci dell’esercito e la 60ª divisione. Sono pronti. Nei primi giorni di agosto l’artiglieria comincia a parlare. 5200 cannoni martellano le posizioni austriache in un bombardamento che dura giorni.

5 milioni e mezzo di colpi, compresi proiettili a gas. Le batterie navali sparano dal mare, da punta sdoba, l’aviazione bombarda le retrovie. è il bombardamento più intenso che l’Italia abbia mai prodotto, il doppio in numero di colpi di qualsiasi battaglia precedente sul Lisonzo. Il terreno trema per chilometri e poi la notte tra il 18 e il 19 agosto, mentre i cannoni ancora tuonano, il secondo reggimento Genieri Pontieri si muove verso le rive dell’isonzo.

Questi uomini hanno combattuto in tutte e 11 le battaglie su quel fiume. Sanno cosa li aspetta. Sanno che il fuoco austriaco cercherà di distruggere ogni ponte prima dell’alba. Il loro compito costruire 14 ponti su pontoni tra Plava e Doblar, prima che sorga il sole. 14 ponti sotto il fuoco, nel buio e dall’altra parte del fiume un esercito intero aspetta di attraversare.

All’alba del 19 agosto il bombardamento raggiunge il picco massimo, il terreno vibra, l’aria è satura di polvere e fumo e poi d’improvviso silenzio. In quel silenzio centinaia di migliaia di uomini si alzano dalle trincee. Il 2quo corpo di caviglia è il primo a muoversi. I genieri hanno lavorato tutta la notte sotto il fuoco austriaco, nel buio, con le mani che scivolano sul legno bagnato e le granate che esplodono nell’acqua intorno a loro, hanno costruito ponti su pontoni lungo il tratto tra plava e doblar. L’isonzo qui è un ostacolo

serio. Acqua fredda anche in agosto, corrente che trascina, rive esposte al tiro diretto delle mitragliatrici. Ma il bombardamento ha fatto il suo lavoro. Molte posizioni austriache sulla sponda opposta non esistono più. La 47ª divisione attraversa per prima. Due brigate di bersaglieri, le fiamme rosse, toccano la riva orientale quando il cielo è ancora grigio.

Sei ponti sono già in piedi entro metà mattina. I genieri del secondo reggimento pontieri li hanno costruiti sotto il fuoco, come hanno fatto in tutte le battaglie precedenti. Ma questa volta qualcosa di diverso succede dall’altra parte. Di fronte ai bersaglieri c’è il 28º reggimento fucilieri ciechi, l’unità che difende il settore nord della Bainsizza, soldati della boemia occidentale inquadrati nella vunesª divisione austriaca, arrivati sull Lisonzo non per scelta, ma per necessità.

Boroevic aveva bisogno di truppe, di qualsiasi qualità, e aveva preso quello che Vienna gli mandava. La ventunesima è sotto organico. I ciechi non vogliono morire per un impero che non sentono come proprio, ma combattono. Combattono duramente. Per tutto il 19 agosto il 28º Fucilieri resiste con una tenacia che sorprende gli stessi italiani.

Il fuoco delle mitragliatrici cieche falcia le prime ondate. Vicino alla città di Canale, compagnie isolate tengono le loro posizioni rocciose per ore, circondati, senza speranza di rinforzi, sparando fino all’ultimo caricatore. Non basta. I bersaglieri della 47ª non si fermano, aggirano, infiltrano, trovano i varchi che caviglia aveva identificato settimane prima.

La 60ª divisione li segue incontrando resistenza feroce, ma tenendo la testa di ponte. All’alba del 20 agosto i bersaglieri circondano le ultime posizioni dei fucilieri ciechi. Compagnie isolate resistono ancora durante la notte, ma è inutile. Al sorgere del sole tutto è finito. Dopo sole 24 ore la vunesima divisione fucilieri non esiste più e il margine settentrionale dell’altopiano della Bainsizza è in mani italiane.

Caviglia non si ferma, il suo 24º corpo preme in avanti e per la prima volta in 2 anni di guerra sull’isonzo l’esercito italiano avanza di chilometri, non di metri, chilometri. I rapporti che arrivano al comando supremo sono quasi incredibili. Gli osservatori confermano. Tutti i membri del comando supremo furono sorpresi dalla facilità con cui questa operazione fu condotta.

Per la prima volta il rituale si è rotto. Lisonzo ha ceduto. Ma avanzare sulla Bainsizza non è come avanzare in pianura. Il terreno è calcare vivo, una distesa di roccia spaccata e pietre aguzze che tagliano gli stivali e lacerano le mani. Un corrispondente di guerra americano lo descrive come un deserto ululante di pietre affilate come coltelli, senza acqua e senza alberi come i deserti del chihuahua.

Non ci sono sentieri tracciati, non ci sono strade, non c’è acqua potabile in superficie. La roccia carsica inghiotte ogni goccia di pioggia in fessure sotterranee. I soldati avanzano con le borracce vuote, la gola secca, le mani tagliate dalla pietra e su questa roccia ogni granata è doppiamente mortale.

Le schegge di calcare che volano a ogni esplosione causano il 70% di perdite in più rispetto al fango morbido delle fiandre. Ogni colpo di mortaio è una tempesta di frammenti di pietra. Gli uomini di caviglia avanzano lo stesso, senza acqua, con le munizioni che si esauriscono e i rifornimenti che non arrivano, perché i cannoni pesanti e i carri non possono seguirli su quel terreno.

L’artiglieria rimane sulla sponda occidentale del fiume. La fanteria va avanti sola. È una vittoria, ma è anche una trappola. Il 22 agosto, tre giorni dopo l’inizio dell’assalto, nuove brecce si aprono nella linea austriaca. Boroević è costretto a ordinare un ripiegamento su posizioni più arretrate. Non è una ritirata ordinata, è un ripiegamento forzato, sotto pressione, con unità che si disintegrano e ufficiali che perdono il contatto con i loro reparti.

E in questo momento arriva in un quartier generale austriaco un visitatore che nessuno si aspettava, l’imperatore Carlo I d’Austria in persona. Si siede con Boroević per due ore. La conversazione è segreta, ma quando i due uomini si salutano, chiunque guardi i loro volti capisce. La situazione è critica, le riserve austriache sono quasi esaurite.

Il leone dell’isonzo è stanco. Un’altra spinta potrebbe far crollare tutto, ma la spinta non arriva, non nel modo che serve. Capello esita. Le sue truppe hanno sfondato al centro sulla bainsizza, ma i fianchi sono esposti. Il Monte San Gabriele a sud non è caduto. Le posizioni intorno a Tolmino a nord sono intatte.

Avanzare su un fronte stretto con i fianchi scoperti è un rischio che Capello non vuole correre. Cadorna concorda. Due giorni di esitazione, due giorni in cui la seconda armata si ferma mentre gli austriaci si riorganizzano, sarà un punto che gli storici discuteranno per un secolo. Le truppe austriache sui fianchi sono formazioni statiche, incapaci di contrattaccare.

L’opportunità c’è, ma nessuno lo sa con certezza e il ricordo di 10 fallimenti pesa più di qualsiasi slancio offensivo. Il momento passa, non tornerà mai più, ma l’avanzata ha già cambiato la guerra e non solo, sulla carta dello Stato Maggiore. Nella pianura, dietro le linee, colonne di prigionieri austriaci marciano verso le retrovie italiane.

Non sono i soliti pochi catturati nei raide notturni, sono migliaia, reggimenti interi che depongono le armi, ufficiali che consegnano le pistole con gli occhi vuoti di chi ha smesso di credere nella propria causa. Molti sono ciechi, slovacchi, croati, soldati di un impero che non sentono più come proprio.

Alcuni si arrendono combattendo, sopraffatti dalla potenza dell’offensiva, altri si arrendono in silenzio, alzando le mani appena vedono le fiamme rosse dei bersaglieri, quasi con sollievo. In una settimana il 24º corpo di caviglia ha catturato 11.000 prigionieri e 150 pezzi d’artiglieria al costo di 6400 perdite.

È un rapporto tra attacco e difesa che l’isonzo non ha mai visto. Per la prima volta il costo della vittoria non è insostenibile e intanto, sul versante meridionale del fronte la terza armata del Duca d’Aosta attacca il Carso con 20 divisioni. Il Monte Ermada, la fortezza con il suo potente riflettore che gli italiani chiamano l’occhio dell’Ermada, resiste a ogni assalto, ma il suo compito è inchiodare le riserve austriache e in questo riesce.

Boroević non può spostare truppe dal Carso alla Bainsizza, è bloccato su entrambi i fronti e quello che nessuno sa a Roma è che a Vienna qualcuno sta iniziando a scrivere. 24 agosto 1917, una settimana dall’inizio dell’offensiva e qualcosa accade che l’Italia aspetta da 2 anni. Sulla cima del Monte Santo, la montagna sacra, 682 m sopra la valle dell’Isonzo, appare un tricolore italiano tra le rovine di una basilica.

Quel santuario francescano era stato un luogo di pellegrinaggio per cinque secoli, da quando una pastorella di nome Urska Ferligoi aveva riferito un’apparizione mariana nel 1539. La guerra lo ha ridotto a maceria, ma non è la basilica che conta, conta il simbolo. Per due anni  i soldati italiani hanno guardato quella cima dal basso, sapendo che era irraggiungibile.

Nella decima battaglia, appena tre mesi prima, la Brigata Campobasso aveva toccato la vetta per poche ore. Poi un contrattacco austriaco notturno li aveva ricacciati giù. Come ogni altra volta, il Monte Santo respingeva gli italiani come una maledizione. Questa volta i bersaglieri hanno scalato i ripidi versanti occidentali giorno dopo giorno, dal 19 al 24 agosto, aggrappandosi alla roccia sotto il fuoco nemico.

Non in pochi minuti, in 5 giorni di arrampicata e combattimento, 1 metro alla volta, sotto il tiro dei cecchini e delle mitragliatrici austriache appostati tra le rovine del convento. E ora ci sono sopra e questa volta non scendono. Quando la notizia arriva a Roma sembra un miracolo. Il Monte Santo, la posizione che per 2 anni aveva simboleggiato l’impotenza italiana sull’isonzo, è caduto a questo punto della battaglia il bilancio del 2quo corpo di caviglia parla chiaro. 11.

000 prigionieri austriaci catturati, 150 pezzi d’artiglieria e tutto al costo di 6400 perdite. Un rapporto che l’isonzo non ha mai conosciuto. Ma tre giorni prima della caduta del Monte Santo, un episodio diverso è accaduto su un’altra montagna, un episodio che nessuno registrerà per 68 anni. Il 21 agosto un sottotenente di poco più di 20 anni si trova sulle pendici di Montecavallo presso il rilievo di Jelenck.

Si chiama Sandro Pertini. È un ragazzo magro, con uno sguardo che brucia, socialista convinto, neutralista prima della guerra, uno che aveva marciato contro l’intervento, uno che non credeva in questa guerra, ma si è arruolato lo stesso perché il dovere è il dovere. E adesso comanda un plotone di mitragliatrici Fiat del 227º reggimento fanteria.

Per tre giorni, il 21, il 22 e il 23 agosto, Pertini combatte senza fermarsi. Tre giorni di azioni offensive violentissime sulle posizioni fortificate austriache. La motivazione della sua medaglia d’argento lo descrive con parole che non lasciano spazio all’immaginazione. Animato da un senso del dovere elevatissimo, con audacia e sprezzo del pericolo superlativi, avanzò primo fra tutti verso le difese nemiche ben fortificate.

Trascinò i suoi pochi uomini e distrusse una dopo l’altra le numerose mitragliatrici nemiche protette in caverne, contribuendo efficacemente alla conquista di una posizione nemica ben difesa, catturando numerosi prigionieri e importante bottino. primo fra tutti con i suoi pochi uomini, mitragliatrice dopo mitragliatrice, ma le pratiche per quella medaglia vanno perse, non per negligenza, per caporetto.

Due mesi dopo la ritirata travolge tutto. Documenti, archivi, carte, tutto abbandonato nel caos della fuga. La medaglia di Pertini scompare. Nessuno la cerca per decenni. Fino a quando, nel 1978, un vecchio signore con i capelli bianchi e gli occhi ancora affilati come quelli del sottotenente che era stato, viene eletto settimo presidente della Repubblica Italiana.

Solo allora qualcuno ritrova le pratiche in un archivio dimenticato e nel 1985, alla fine del suo mandato presidenziale, su sua esplicita richiesta, Sandro Pertini riceve finalmente la sua medaglia d’argento al valor militare,  68 anni dopo averla guadagnata sulle rocce dell’Isonzo. Ma torniamo al settembre 1917, perché sulla Bainsizza si combatte ancora e il peggio deve venire.

Il Monte San Gabriele, 646 m, la montagna che domina la valle del Vipacco, è la chiave di tutto il sistema difensivo austriaco. Se il San Gabriele cade, la via per Lubiana è aperta e da Lubiana la strada porta al cuore dell’Austria-Ungheria. Boroevic lo sa, Cadorna lo sa, tutti lo sanno. E intorno a quella cima si scatena un combattimento che durerà 20 giorni e che nessuno di coloro che sopravvivono dimenticherà mai.

Il 4 settembre, alle 5:45 del mattino, 475 arditi di tre compagnie lanciano l’assalto. Sono il meglio che l’Italia possiede. Pugnale alla cintura, granate nel tascapane, 15 lanciafiamme portatili sotto il comando del sottotenente Aimè. Il maggiore maggiorino Radicati, comandante del primo battaglione d’assalto, guida l’azione.

L’avanzata è feroce. Gli arditi conquistano le gallerie nemiche con lanciafiamme e pugnali. Combattimento nel buio dei tunnel scavati nella roccia. Il tenente Stefanoni cade ucciso. Il tenente Crisanti viene ferito, ma continua a combattere. E alle 6:30 45 minuti dall’inizio dell’attacco, un gruppo di arditi raggiunge la vetta del San Gabriele e pianta il tricolore.

Il bilancio è straordinario. 3127 prigionieri catturati, un generale ferito e due colonnelli tra loro, 55 mitragliatrici, 26 cannoni da trincea in meno di un’ora. Non basta. Nel pomeriggio Boroević getta nella battaglia le ultime riserve che gli restano. L’artiglieria austriaca concentra il fuoco sulla cima.

Gli arditi, senza rinforzi e con le munizioni esaurite, vengono ricacciati indietro. Il tricolore viene ammainato. Il San Gabriele torna in mani austriache e il massacro ricomincia. Per 20 giorni il Monte San Gabriele cambia di mano nove volte. Le posizioni sono talmente ravvicinate che gli avversari si trovano a 10 m di distanza.

Il raggio di lancio di una granata a mano. Il combattimento diventa primitivo.  Baionette, pugnali, pietre raccolte dal terreno e scagliate nel buio. Il bombardamento italiano è talmente intenso che in tre giorni la cima del San Gabriele si abbassa di oltre 9 m. La montagna stessa cambia forma, la roccia si polverizza, le trincee scompaiono sotto le macerie e vengono scavate di nuovo e scompaiono ancora.

Un difensore austriaco scrive parole che resteranno nella storia. Chi potrebbe descrivere questo San Gabriele, questa sorta di molo che inghiotte un reggimento ogni tre o qu giorni? 25.000 soldati italiani cadono davanti a quella cima. 25.000. E il San Gabriele non cade. E il 5 ottobre, su un altro settore della Bainsizza, il generale Achille Papa, 54 anni, comandante della 44ª divisione, si sporge dalla trincea durante un’ispezione della prima linea.

6 giorni prima ha guidato di persona l’assalto a quota 800, una posizione che i suoi uomini hanno strappato agli austriaci in un attacco di cui andrà fiero fino al suo ultimo respiro. Per quella conquista ha ricevuto la medaglia d’argento sul campo. Un cecchino austro-ungarico lo inquadra nel mirino. Proiettile esplosivo. Il generale cade.

Muore lo stesso pomeriggio per emorragia in un posto di medicazione a pochi passi dalla linea. La collina che aveva conquistato verrà rinominata quota papa. La medaglia d’oro al valor militare gli verrà conferita postuma nel novembre 1917. Un rifugio di montagna porterà il suo nome.

Il 12 settembre Cadorna ordina di fermare l’offensiva. L’esercito è esausto, le munizioni scarseggiano. L’artiglieria non è mai riuscita a seguire la fanteria attraverso il deserto di pietra della Bainsizza. La battaglia finisce. Bilancio. La Bainsizza è italiana. Oltre 20.000 prigionieri austriaci sono nelle mani italiane.

L’avanzata è di 10-12 km, più di quanto tutte le battaglie precedenti sull’isonzo messe insieme abbiano prodotto. Ma il Monte San Gabriele è ancora austriaco. Il Monte Ermada è inespugnabile e 25.000 Uomini sono morti per una cima che non è caduta. È una vittoria, la più grande vittoria italiana sull Lisonzo, ma non è la vittoria decisiva.

E quel primo battaglione degli Arditi, quelli del San Gabriele, quelli di Radicati, quelli che per 45 minuti hanno tenuto la cima, sarà annientato a Caporetto 6 settimane dopo. 360 morti, 70 prigionieri, anche loro divorati dal Molo: “Guardiamo i fatti, non le opinioni, non la propaganda, i fatti”.

Per due anni il mondo ha creduto una cosa sull’Italia che non sarebbe mai riuscita a sfondare sull Lisonzo, che il suo esercito fosse capace di morire a migliaia, ma non di vincere, che Cadorna fosse condannato a ripetere gli stessi errori su quello stesso fiume fino alla fine della guerra. Dopo l’undicª battaglia quel giudizio non regge più.

In 26 giorni l’Italia ha conquistato l’altopiano della Bainsizza, 100 km quad di terreno che tutti consideravano impraticabile. Ha preso il Monte Santo, la montagna sacra che aveva resistito a quattro assalti in 2 anni. Ha catturato oltre 20.000 prigionieri e centinaia di pezzi d’artiglieria. Ha avanzato di 10 km dove prima non avanzava di 10 m.

Non è più resistenza cieca, non è più ostinazione, è una vittoria e non lo dice solo l’Italia. George Mcoley Trevellian, storico di Cambridge, capo della Croce Rossa britannica in Italia, un uomo che ha visto questa guerra con i propri occhi, scrive nel suo rapporto una frase che taglia il silenzio di tutti quelli che dubitavano.

Il più grande sforzo dell’esercito italiano fu compiuto nella seconda metà di agosto e nella prima metà di settembre 1917. Non uno sforzo, il più grande. Thomas Nelson Page, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, va oltre. Ha seguito la guerra dall’interno, conosce i generali, parla con gli ufficiali, legge i rapporti e scrive: “L’Italia aveva sfondato le potenti linee nemiche e contro la resistenza più ostinata aveva conquistato le difese più care del nemico, difese così formidabili che gli scrittori militari le avevano a lungo

considerate inespugnabili. inespugnabili. Quella parola era stata scritta su ogni mappa, su ogni rapporto, su ogni analisi del fronte dell’isonzo per 2 anni. L’Italia l’ha cancellata, ma il dato più importante di questa battaglia non riguarda l’Italia, riguarda l’Austria. L’esercito austro-ungarico sull Lisonzo si trova in condizioni che il comando di Vienna non osa rendere pubbliche.

Le linee sono distrutte e incapaci di fornire qualsiasi resistenza rilevante in caso di un altro attacco. Non è un’opinione di parte italiana, è l’analisi che apparirà documentata e verificata nell’Enciclopedia internazionale della Prima Guerra Mondiale. Boroevic, il leone dell’Isonzo, ha esaurito tutto ciò che aveva.

Le riserve le ha gettate tutte nel tritacarne del Monte San Gabriele. Non gli resta nulla da mandare in prima linea. Le divisioni che riceve da Vienna sono truppe sotto organico, spesso composte da soldati di nazionalità che non vogliono più combattere per un impero che si sta sgretolando. E qui emerge qualcosa che racconta il vero stato dell’Austria-Ungheria più di qualsiasi statistica. Tra i 20.

000 prigionieri catturati dagli italiani. Molti non si sono arresi perché sconfitti sul campo, si sono arresi perché non vogliono più combattere per quell’impero. Un intero battaglione di soldati ciechi ha disertato verso le linee italiane nel corso del 1917. Non è un caso isolato. Le truppe cieche, slovacche, croate, serbe inquadrate nell’esercito austro-ungarico combattono con sempre meno convinzione e sempre più rancore.

I prigionieri ciechi, catturati dagli italiani, formeranno la legione cecoslovacca in Italia, un corpo di combattenti che si rivolterà contro la propria ex patria. L’impero non si sta solo indebolendo militarmente, si sta dissolvendo dall’interno. L’isonzo è il punto in cui le crepe diventano fratture visibili a tutti.

L’Italia non sta solo vincendo una battaglia, sta accelerando la dissoluzione di un impero. E c’è un aspetto di questa vittoria che dice qualcosa sulla qualità dell’esercito italiano, qualcosa che non riguarda la tattica o i numeri. I 20.000 prigionieri austriaci nelle mani italiane vengono trattati secondo le convenzioni di guerra.

Ricevono cibo, ricevono cure mediche. I feriti vengono trasportati negli stessi ospedali da campo dove giacciono i feriti italiani. Non è propaganda, sono fatti documentati dagli osservatori della Croce Rossa. In un’epoca in cui la guerra ha cancellato la pietà da entrambe le parti, in cui i bollettini di Cadorna parlano di decimazioni e fucilazioni sommarie per i propri soldati, il trattamento dei prigionieri nemici resta sorprendentemente umano.

Molti dei prigionieri ciechi non credono ai propri occhi, vengono da un esercito dove la disciplina è brutale e dove i soldati di nazionalità inaffidabili sono trattati come traditori in potenza. Trovarsi dall’altra parte del filo spinato e ricevere un piatto di rancio caldo è un’esperienza che non si aspettavano. Alcuni di loro chiederanno di combattere contro il proprio ex esercito e l’Italia glielo permetterà.

Ma la vittoria ha un prezzo che nessuna celebrazione può cancellare. 166.000 perdite italiane, 40.000 morti, 108.000 feriti, 19.000 dispersi o prigionieri, uomini che non torneranno mai o che torneranno senza un braccio, senza una gamba, senza gli occhi. Sull’altro versante l’Austria ha perso 100.000 uomini, 10.000 morti, 45.000 feriti o gasati, 30.

000 prigionieri, 20.000 malati, perché su quel terreno carsico, senza acqua, sotto i gas, anche il corpo si arrende quando la mente tiene ancora. Entrambi gli eserciti sono al limite. L’Italia non ha le risorse per lanciare immediatamente una 12esima offensiva. Le munizioni sono esaurite.

L’artiglieria deve essere riposizionata, i soldati hanno bisogno di riposo, di cibo, di acqua. Ma l’Austria ha un problema che l’Italia non ha. L’Austria sa che la prossima volta cederà. Il comando austro-ungarico se lo mette per iscritto. Non sarà in grado di respingere un ulteriore attacco italiano, nemmeno se condotto alla fine dell’autunno 1917 o nella primavera successiva.

Quello che l’Italia ha dimostrato sulla Binsizza non è solo che può vincere una battaglia, è che può distruggere l’Austria-Ungheria. E a Vienna qualcuno lo ha capito prima di tutti. 25 agosto 1917. La battaglia sull’Isonzo è in corso da 6 giorni. La bainsizza sta cadendo, i bersaglieri di caviglia avanzano di chilometri e a Vienna l’imperatore Carlo I d’Austria siede alla sua scrivania e scrive una lettera al Kaiser Guglielmo II di Germania.

Non è una lettera diplomatica, non è una comunicazione di routine tra alleati, è qualcosa che nessun imperatore asburgico ha mai scritto in 650 anni di dinastia. È una supplica. L’esperienza acquisita nell’undicª battaglia mi porta a credere che dovremmo cavarcela molto peggio in una 12esima. Non abbiamo i mezzi necessari in termini di truppe.

Queste parole meritano di essere lette due volte. L’imperatore d’Austria, il sovrano di un impero di 52 milioni di persone, erede di una delle più antiche dinastie d’Europa, sta ammettendo per iscritto che il suo esercito non può più fermare l’Italia. Non dice che le cose sono difficili, non dice che servono rinforzi, dice che l’Austria non ha i mezzi, che una 12esima battaglia significherebbe il collasso e la scrive il 25 agosto, mentre la battaglia è ancora in corso, mentre il Monte San Gabriele tiene ancora, mentre gli

italiani non hanno ancora raggiunto il massimo dell’avanzata, Carlo non aspetta la fine, sa già come andrà a finire, perché ha visto. ha visitato Boroevic tre giorni prima, il 22 agosto, ha guardato negli occhi il leone del Lisonzo e ha capito che il leone è esausto, che le riserve non ci sono più, che un altro assalto italiano farà crollare tutto quello che gli Asburgo hanno costruito in secoli di storia.

E allora scrive: “La lettera arriva a Berlino, non sulla scrivania del Kaiser, che a questo punto della guerra conta meno di quanto creda, ma su quella dell’uomo più potente della Germania. Il generale Erich Ludendorf, primo quartiermastro generale, l’uomo che di fatto comanda l’esercito tedesco e con esso la strategia dell’intera alleanza degli imperi centrali.

Ludendorf ha un problema. La Russia non si è ancora arresa, lo farà solo a dicembre. I britannici stanno attaccando nelle fiandre con un’offensiva che consuma divisioni tedesche a ritmo costante. Ogni battaglione è prezioso, le riserve sono limitate. Ma il rapporto dall’Italia è chiaro. L’Austria sta per crollare e se l’Austria crolla l’intero fianco meridionale degli imperi centrali si apre.

La Germania si ritrova accerchiata. Ludendorf prende la sua decisione e la scrive nelle sue memorie, un libro che chiunque può leggere, stampato a Berlino nel 1919. intitolato Maine Krigsinnerungen con una frase che vale più di qualsiasi medaglia italiana, più di qualsiasi discorso patriottico, più di qualsiasi parata. Fu necessario decidere per l’attacco all’Italia al fine di prevenire il collasso dell’Austria-Ungheria.

Non per dare una lezione all’Italia, non per consolidare il fronte, non per sfruttare un’opportunità tattica, per prevenire il collasso. Questa è la parola che Ludendorf sceglie. Non sconfitta, non indebolimento, non crisi. Collasso, la fine totale, la disintegrazione di un impero. E l’unica cosa che può impedirlo è la Germania.

Per la prima volta in tre anni di guerra la Germania manderà le proprie truppe sul fronte italiano. In tre anni di combattimenti, non un singolo soldato tedesco aveva messo piede sulle montagne del Lisonzo. L’Italia era un affare austriaco, un fronte secondario, un problema minore che non meritava l’attenzione del grande stato maggiore tedesco. Non più.

L’Italia è diventata una minaccia e questa è esattamente la parola che usa il colonnello Georg Vetzel, consigliere strategico di Ludendorf, capo della sezione operazioni dello Stato Maggiore tedesco, quando presenta il piano di intervento. La minaccia italiana, scrive, poteva essere neutralizzata con l’applicazione anche di questa piccola forza in un punto debole come il settore Tolmino Caporetto.

La minaccia italiana. Un tedesco chiama l’Italia una minaccia per gli imperi centrali. Due anni dopo che il mondo rideva dell’ennesimo fallimento sul Lisonzo, due anni dopo che i giornali di mezza Europa trattavano il fronte italiano come una nota a piedi di pagina, Ludendorf approva il piano di Vetzel e manda il suo migliore esperto di guerra alpina a verificare.

Il generale Conrad Craft von Delmen Singen, l’uomo che ha comandato l’Alpen Corps in Romania e combattuto sulle Dolomiti nel 1915, arriva sul fronte dell’isonzo ai primi di settembre. La battaglia non è ancora finita. Craft scala il Monte Cobiglia Glava, 1475 m, e studia le posizioni italiane dall’alto con i suoi binocoli.

Il suo rapporto è chirurgico. Identifica il settore di Tolmino e Caporetto, a nord della Bainsizza, come il punto debole del fronte italiano. Le difese della seconda armata sono incomplete. Capello ha allungato le sue linee per sfruttare la vittoria sulla Bainsizza e ha lasciato i fianchi scoperti. Le posizioni difensive mancano di profondità.

Craft elabora il piano: sfondare a Caporetto, aggirare la bainsizza da nord, ricacciare l’esercito italiano fino al Tagliamento e forse oltre. Gas, artiglieria concentrata, tattiche di infiltrazione, le stesse che i tedeschi stanno perfezionando sul fronte occidentale. Niente assalti frontali. Piccoli gruppi che penetrano in profondità, aggirano i punti di resistenza, paralizzano i comandi.

La Germania forma la 14ª armata. Comandante, il generale Otto Von Belau, capo di stato maggiore, lo stesso Craft von Delmensingen. Sette divisioni tedesche, tra cui l’Alpen Corps con un giovane tenente di 26 anni che risponde al nome di Ervin Rommel e nove divisioni austriache, 540 cannoni, 216 mortai, 100 aerei trasferiti dal fronte occidentale e da quello orientale.

Nome in codice Vaffentre, fedeltà nelle armi. Il 24 ottobre 1917, 6 settimane dopo la fine dell’undª battaglia, attaccano gas nella valle, artiglieria concentrata su un fronte stretto, infiltrazione, tattiche che la fanteria italiana non ha mai affrontato. La seconda armata di Capello, la stessa armata che ha conquistato la Bains Sizza, che ha preso il Monte Santo, che ha catturato 20.

000 prigionieri, viene travolta. Capello è a letto con la nefrite, febbre alta, non riesce nemmeno ad alzarsi, cede il comando al generale Luca Montuori, ma è troppo tardi per qualsiasi ordine. In due settimane l’Italia perde 265.000 prigionieri, 3152 cannoni, 3000 mitragliatrici. L’esercito si ritira dall’Isonzo al Piave,  150 km, abbandonando 14.

000 km qu di territorio con un milione e mezzo di civili. Cadorna pubblica il suo ultimo bollettino, accusa i suoi stessi soldati di vigliaccheria e codardia. Viene rimosso il 9 novembre, è Caporetto, il nome che per gli italiani diventa sinonimo di vergogna, ma ecco quello che nessuno dice, quello che nessun libro di scuola racconta, quello che la memoria collettiva ha cancellato.

Caporetto accade perché l’Italia ha vinto l’undª battaglia. Se l’Italia avesse fallito di nuovo, come nelle 10 volte precedenti, l’Austria non avrebbe avuto bisogno della Germania. Ludendorf non avrebbe mandato le sue divisioni. Rommel non avrebbe mai messo piede sul Lisonzo. La 14ª armata non sarebbe mai esistita.

Se l’Italia avesse fallito, Caporetto non sarebbe mai accaduta. La vittoria italiana ha causato la sconfitta italiana. È la tragedia greca perfetta. L’eroe che sconfigge il nemico e sconfiggendolo ne crea uno più grande. E quegli arditi che il 4 settembre avevano piantato il tricolore sulla cima del San Gabriele, il primo battaglione di Radicati, a Caporetto vengono circondati sulla bainsizza che avevano conquistato.

Combattono fino all’ultimo, 360 morti, 70 prigionieri. Il Moloc del Lisonzo li aveva risparmiati. Il Moloc di Caporetto no, ma la validazione resta. L’Austria-Ungheria, 650 anni di storia asburgica, una delle grandi potenze d’Europa, un impero che si estendeva dalle Alpi ai Carpazzi, ha dovuto ammettere per iscritto che non poteva più fermare l’Italia.

L’imperatore stesso lo ha scritto al suo alleato con le parole più disperate che un sovrano possa pronunciare. E la Germania, la più grande potenza militare del mondo, l’esercito che aveva fermato la Russia a Tannenberg, che combatteva la Francia a Verdun e la Gran Bretagna nelle Fiandre, ha dovuto mandare i suoi soldati sul fronte italiano per la prima volta in tutta la guerra, perché l’Italia era diventata troppo pericolosa.

La minaccia italiana”, scrissero. Il collasso dell’Austria-Ungheria, scrissero. Queste parole non le ha scritte un italiano, le ha scritte il nemico nelle sue memorie, nei suoi rapporti, nelle sue lettere private e nessun caporetto potrà mai cancellarle. Ma la storia non finisce a Caporetto perché quello che accade dopo è qualcosa che nessuno, non Ludendorf, non Belau, non Craft von Delmensingen ha previsto.

Caporetto non distrugge l’Italia. la rigenera. Cadorna viene rimosso. Al suo posto arriva Armando Diaz, un napoletano che nessuno fuori dall’esercito conosce, un uomo diverso in tutto, dove Cadorna puniva, aveva fatto fucilare oltre 800 soldati per presunta diserzione durante la guerra, Diaz ricostruisce, migliora il vitto, introduce le licenze regolari, ascolta i suoi ufficiali, riforma la disciplina dall’interno.

L’esercito italiano che si riorganizza dietro il Piave nell’inverno del 1917 non è lo stesso esercito che si è dissolto a Caporetto. È un esercito diverso, più arrabbiato, più unito e con un conto da regolare. Nella primavera del 1918 l’Austria gioca la sua ultima carta, la battaglia del solstizio. Giugno 1918. 500.

000 soldati austro-ungarici si lanciano contro la linea del Piave nell’offensiva più grande che l’impero abbia mai tentato su suolo italiano. Il piano è chiaro. Finire quello che Caporetto aveva iniziato, attraversare il Piave, prendere la pianura veneta, costringere l’Italia alla resa. L’offensiva si schianta contro un muro. I ragazzi del 99, diciottenni della classe 1899, chiamati alle armi nel momento più buio della nazione, tengono la linea.

L’Austria perde 100.000 uomini in 8 giorni e non avanza di 1 metro che riesca a conservare. E 5 mesi dopo, il 24 ottobre 1918, esattamente un anno dopo Caporetto al giorno, l’Italia lancia Vittorio Veneto, l’ottava armata di Enrico Caviglia, lo stesso caviglia che aveva sfondato la Bainsizza, lo stesso caviglia che un anno prima aveva distrutto la vunesima divisione fucilieri in 24 ore, è la punta di lancia, 14 divisioni che attraversano il Piave e dilagano nella pianura.

L’Austria-Ungheria crolla non tatticamente, non temporaneamente, per sempre. 650 anni di storia asburgica cancellati in 10 giorni, 300.000 prigionieri austriaci, l’armistizio firmato il 3 novembre 1918 e il giorno dopo, il 4 novembre, il bollettino della vittoria. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

La catena è tutta qui, ogni anello collegato al precedente. L’undª battaglia dell’Isonzo, agosto 1917. L’Italia sfonda, l’Austria crolla, l’Austria supplica la Germania. La Germania manda sette divisioni. Caporetto, ottobre 1917. L’Italia perde 265.000 prigionieri, ma non muore. Si rigenera sul Piave, la battaglia del solstizio.

Giugno 1918, l’Austria fermata dai ragazzi del 99. Vittorio Veneto, ottobre 1918. L’Austria distrutta. Fine dell’impero. Il punto di partenza di questa catena, l’evento che mise in moto tutto, è una battaglia che nessuno ricorda. Oggi i campi dove si combattima battaglia del Lisonzo sono divisi tra due nazioni. La Bainsizza è in Slovenia.

Il Monte Santo, la montagna sacra, è in Slovenia con la basilica ricostruita nel 1928. Il Monte San Gabriele è in Slovenia, a pochi chilometri da Nova Gorica. I morti italiani riposano in sacrari che pochi visitano. A Red di Puglia, il più grande monumento di guerra d’Italia, 100.187 soldati sono allineati su 22 piattaforme di pietra.

Accanto a ogni piattaforma una sola parola scolpita nel marmo, presente, l’eco di un appello militare a cui rispondono solo i morti. Aoslavia 57.639 soldati. A Cobarid, quella che un tempo si chiamava Caporetto, l’unico sacrario militare italiano che sorge su suolo straniero. 714 nomi e lungo tutto il vecchio fronte, dal mare alle Alpi corre il sentiero della pace.

320 km di cammino che attraversano 15 musei all’aperto, trincee restaurate, ossuari, monumenti. L’UNESCO lo ha inserito nella sua lista nel 2016. Ci vogliono 25 giorni per percorrerlo, 25 giorni per camminare lungo un fronte dove un milione e mezzo di uomini sono stati uccisi, feriti o catturati. Sandro Pertini, il sottotenente ventenne che a Montecavallo distrusse le mitragliatrici nemiche una dopo l’altra, divenne il settimo presidente della Repubblica Italiana e ricevette la sua medaglia d’argento 68 anni dopo. Enrico

Caviglia, il metodico che sfondò la Bainsizza con il suoquo corpo, divenne maresciallo d’Italia. Il primo battaglione degli Arditi fu annientato a Caporetto, ma il suo spirito sopravvisse. Oggi il nono reggimento d’assalto paracadutistic Moschin, le forze speciali dell’esercito italiano, porta il loro nome, il loro pugnale e la loro eredità.

Tutti ricordano Caporetto, tutti conoscono la vergogna. Nessuno ricorda perché Caporetto accadde. Accadde perché l’Italia aveva vinto, perché l’Italia aveva dimostrato per la prima volta in due anni di guerra di poter spezzare la linea austro-ungarica perché l’Austria aveva ammesso per iscritto di non poter resistere, perché la Germania aveva dovuto intervenire per la prima volta nella storia del fronte italiano.

Caporetto non è la prova della debolezza italiana, è la prova della forza italiana. Servì la più grande potenza militare del mondo per fermare l’esercito che aveva sfondato la Bainsizza. Questa è la storia che nessuno racconta. L’undª battaglia dell’isonzo, la vittoria dimenticata che cambiò la guerra, la vittoria che distrusse l’Austria e quasi distrusse l’Italia.

E la prova scritta nelle memorie dei generali tedeschi, nelle lettere dell’imperatore d’Austria, nei rapporti dello Stato maggiore nemico, che l’esercito italiano era diventato inarrestabile  e che servì tutta la potenza della Germania per fermarlo. No.

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