L’ESTATE NERA: GENOVA G8 2001

L’episodio  tragico in piazza Limonda, angolo via Caffa a poca distanza dalla stazione di Brignoli, epicentro da questa mattina di una lunga sequela di scontri, una zona rischiosissima ad altissima tensione, una guerriglia urbana scatenata dal blocco nero e dagli anarchici, frange estremiste provenienti soprattutto dall’estero, scatenate nelle violenze.

>> Questa non è una storia di democrazia pacifica. Dimenticate i sorrisi istituzionali, le strette di mano a favore di telecamera, i tavoli diplomatici.  Questa è la cronaca di un assedio, una ferita aperta nella nostra storia recente che  continua a sanguinare. Oggi vi porto nell’estate del 2001 a Genova, un luogo dove la politica ha lasciato il posto alla guerra urbana.

Tutto inizia molto prima di quei giorni di AFE e sudore di luglio. Inizia il 5 aprile del 2000  quando l’allora presidente del Consiglio Massimo D’Aema presenta un disegno di legge, una scelta che cambierà il volto di una città e devasterà la vita di  migliaia di persone.

L’Italia ospiterà il prossimo G8 e la città prescelta è Genova. Un grumo di case, di strade strette,  carrugi bui schiacciati tra la montagna e il mare. una trappola logistica naturale, un labirinto dove è facile perdersi e impossibile scappare. Ma entriamo nel vivo. Che cosa rappresenta  in concreto il G8? Parliamo dell’appuntamento annuale in cui i leader e i rappresentanti  delle otto potenze più industrializzate del pianeta si riuniscono per blindare le linee guida dell’economia globale.

Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Canada e Russia si coordinano a porte chiuse muovendosi a rotazione tra i vari stati membri. Nel 1994 era toccato a Napoli. Ora la macchina si sposta a Genova e fin dal primo istante si intuisce che non sarà un vertice come gli altri.

Organizzare un incontro del genere significa mobilitare un vero e proprio esercito. Capi di stato, ministri e delegazioni pretendono sicurezza assoluta. L’11 settembre non è ancora avvenuto, le torri gemelle svettano ancora a New York, ma lo spettro del terrorismo alleggia nell’aria da sempre. È una minaccia strisciante e poi c’è il problema più grave, imminente  e inevitabile, l’ordine pubblico.

Fuori dai palazzi del potere il mondo sta ribollendo. C’è chi non accetta questa visione del pianeta governata da al profitto, che rifiuta il mercato, il neoliberalismo selvaggio, lo strapotere delle multinazionali. È un movimento vasto, eterogeneo che urla che un altro mondo è possibile. Il loro slogan è chiaro, martellante, stampato su magliette e striscioni.

Voi Go, noi 6 miliardi. Per fronteggiare i leader nasce il Genoa Social Forum. Non immaginatevi un manipolo di facinorosi nascosti nell’ombra. È una galassia sterminata e alla luce del sole. Tranquilo, organizziamoci e andiamo in corteo tutti quanti per far liberare chi hanno preso e chi hanno arrestato per mandare un segnale a quelli che non sono venuti a Camero ti presenti in piazza.

>> Riunisci almeno 700 sigle italiane a cui se ne aggiungono tantissime straniere. Ci sono i cattolici del movimento Pax Cristi, i ragazzi del centro sociale Leono, Lega Ambiente, l’Arci, i giovani della sinistra, ci sono i pacifisti convinti della rete Lillip, persone normali, armate soltanto delle proprie idee, vogliono manifestare pacificamente, hanno elaborato il patto per Genova, chiedendo che tutte le manifestazioni siano autorizzate e assolutamente non violente, ma le istituzioni italiane si  preparano al peggio. Fin dall’autunno

del 2000 i vertici della sicurezza tracciano un piano di contenimento che non ha precedenti. Genova viene letteralmente sezionata, divisa in tre zone concentriche. La zona rossa è il cuore blindato del potere, l’aria intorno a Palazzo Ducale, inaccessibile praticamente a tutti. Poi c’è la zona gialla dove i manifestanti possono entrare ma non tenere cortei e infine la zona verde aperta alle proteste.

L’11 giugno del 2001 entra in carica il secondo governo Berlusconi, ma la strategia repressiva non muta nella sua essenza. La zona rossa viene trasformata in un fortino inespugnabile. Vengono innalzate reti metalliche montate su blocchi di cemento e container. La città viene ingabbiata da 8 km di sbarramenti.  30.

000 residenti genovesi finiscono prigionieri in casa propria. Vengono controllati regolarmente dalle forze dell’ordine a ogni passo. Genova si tramuta in una città fantasma in stato d’assedio. Molti abitanti sbarrano le finestre, chiudono le vetrine dei negozi, altri se ne vanno proprio via dalla città. Qua so che chiudono tutti in zona, quindi probabilmente chiuderemo anche noi.

>> Io non sono preoccupato, però chiudiamo come ci hanno imposto tutti di chiudere. >> I miei colleghi mi sembra che chiudano tutti. Lo sentite?  Qualcheaduno ha già chiuso, gli altri chiuderanno.  >> All’aeroporto vengono perfino piazzate batterie di missili contro eventuali attacchi.

È una psicosi collettiva che toglie il fiato. Le voci alimentano un terrore cieco. L’allarme parte dai servizi segreti. Diramano rapporti inquietanti su gruppi sovversivi pronti a usare armi a basso costo. Il questore mette in guardia dal lancio di frutta con dentro la mette dal rasoio. Si parla di pneumatici incendiati da far rotolare contro la polizia.

Si temono attacchi con le fionde e cani pitbull. Si diffonde la macabra notizia che il governo ha acquistato 200 sacchi di plastica con la cerniera in cui mettere i cadaveri. Body bags, come si fa in guerra per i soldati uccisi. L’aria si fa insopportabile. A Genova vengono concentrati 11.000 uomini, polizia, carabinieri, Guardia di Finanza e Forestali.

Molti provengono da reparti speciali dotati di un nuovo tipo di manganello in alluminio chiamato tonfa. A rendere lo scenario ancora più cupo si aggiunge un rapporto confidenziale intercettato a inizio giugno a  Roma. Le analisi degli apparati di sicurezza descrivono una situazione esplosiva e lanciano un monito preciso.

Le forze sul campo saranno sottoposte a una pressione fisica e psicologica insostenibile, al punto  che bastano l’isolamento e la stanchezza accumulate in giorni di allerta. per provocare reazioni a colpi d’arma da fuoco. I proiettili  sono già in canna. In questo clima tossico, la miccia è già accesa. Da una parte lo stato chiuso nella sua gabbia d’acciaio, dall’altra centinaia di migliaia di persone  in marcia.

La tensione è un gas che satura ogni vicolo di Genova. Manca solo una scintilla e la scintilla sta per scoccare. I media amplificano la psicosi. I telegiogiornali bombardano gli schermi con le immagini di Luca Casarini. è il portavoce delle tute bianche. >> La giornata della disubbidienza civile, la giornata delle tute bianche, era cominciata così, tra paure e speranze  allo stadio Carlini, dove migliaia di giovani sono accampate da giorni.

>> È la giornata in cui gli eserciti dell’Impero direranno tutta la loro arroganza, la loro forza. Noi non possiamo abbassare la testa neanche  di fronte ai cari armati. >> Quando vi fermerete? Dove? >> Noi ci fermeremo 1 metro dopo la zona rossa.  parla apertamente di guerra ai potenti della terra, di lotta all’ingiustizia e alla miseria.

Le telecamere mostrano i suoi ragazzi che si allenano a resistere alle cariche indossando caschi imbottiture di gommapiuma. brandiscono  scudi di plexiglass, si muovono in formazione protetta, la chiamano la testugine. Per l’opinione pubblica quella è l’immagine del pericolo, ma la realtà dentro i reparti mobili dello Stato  è ancora più complessa e instabile.

Gli uomini schierati in prima linea hanno un’età media bassissima. Ragazzi di 20 anni, 22 anni spesso non hanno una coscienza politica negli strumenti per decifrare la marea umana che si troveranno di fronte. Sono addestrati allo scontro puro, quello domenicale,  fuori dagli stadi, abituati a una logica binaria elementare.

Da una parte le divise, dall’altra  il nemico. In quella piazza non vedono sfumatore, non distinguono i cattolici dal pacifista, vedono solo un muro umano da abbattere o da cui difendersi. Chi conosce davvero le dinamiche della piazza, però sa che la vera miccia non veste di bianco.

Il pericolo ha un altro colore, il nero,  i black. La stampa li liquida sbrigativamente come anarchici, ma la loro è un’organizzazione paramilitare che con l’anarchia classica ha poco a che fare. Il nome lo conia alla polizia di Amburgo negli anni 80 per identificare la frangia più violenta degli autonomi tedeschi.  Il blocco nero compare per la prima volta su scala internazionale  durante le proteste contro la prima guerra del Golfo, per poi prendersi la scena mondiale a Seattle nel 1999, devastando il vertice

dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Da quel momento il copione della devastazione si ripete ovunque. A Praga nel settembre del 2000 finisce con centinaia di feriti e quasi 1000 arresti. A Gotenburg, appeno un mese prima di Genova, la polizia svedese spara sulla  folla perendo gravemente un manifestante.

I Black Block non sono un movimento strutturato,  non hanno capi, non hanno tessere, non hanno una gerarchia, sono un metodo di guerriglia, una tattica che attira estremisti ideologizzati,  ma anche teppisti da stadio, delinquenti comuni, amanti della distruzione fine  a se stessa.

Prima di loro la protesta era noiosa, dichiara uno dei simboli del movimento di Seattle. Molti di questi soggetti sono già schedati dalle polizie di mezza Europa. Lo Stato italiano lo sa e pianifica una controffensiva preventiva. Viene sospeso il trattato di Schengen, quell’accordo storico che garantisce la libera circolazione dei cittadini senza controlli alle frontiere in mezzo a Europa. Viene congelato.

Si torna alle sbarre e ai posti di blocco blindando le frontiere esterne. L’obiettivo è intercettare i sospetti ai confini, respingerli prima che mettano piede in Liguria. C’è un piano preciso della magistratura e delle forze dell’ordine. Arrestare chiunque venga trovato con armi o oggetti contundenti con l’accusa pesante di associazione a delinquere finanziata alla devastazione al saccheggio è una trappola legale perfetta.

Sfruttando al massimo i tempi della carcerazione preventiva. Tra la convalida del fermo, l’intervento del pubblico ministero e il visto del Jeep, si arriva a 4 giorni e mezzo di isolamento. Significa che se ti prendono il giorno prima del vertice esci quando il G8 è già finito. E per gestire questa massa di potenziali detenuti, alle 8:00 del mattino del 17 luglio, il Ministero dispone l’apertura di due centri di raccolta temporanei, la caserma di Bolzaneto e il Forte di San Giuliano.

Strutture speciali che diventeranno presto sinonimo di oscurità. Nelle informative dei servizi segreti la piazza viene catalogata per colori in ordine di pericolosità. Il nero per i guerriglieri, il rosa per gli ambientalisti, il giallo per le tute bianche, il blu per gli autonomi. È una classificazione geometrica fredda, una profezia che si autoavvera, alimentata da una stampa esasperata che soffia sul fuoco del terrore.

E il terrore a Genova arriva  prima dei leader politici, arriva con le bombe. Siamo nel piano di luglio, l’atmosfera è già satura quando la strategia della tensione  alza il tiro. La mattina del 16 luglio nella caserma dei Carabinieri di San Fruttuoso esplode un pacco bomba. Ad aprirlo è un giovane militare di leva, l’ausiliario Stefano Storry, un portafoglio da donne imbottito di esplosivo, gli salta in faccia devastandogli le mani e il volto.

E non è un  caso isolato. Poche ore dopo la polizia ne trova altri due, fortunatamente inesplosi vicino allo stadio Carlini, proprio  dove si stanno accampando i primi manifestanti. Il giorno successivo, la stessa sorte, tocca la redizione del TG4 a Milano. Una busta indirizzata al direttore Emilio Fede esplode tra le mani della sua segretaria, lasciandola gravemente ustionata.

La strategia della paura è operativa. In questo scenario surreale, mentre i reparti speciali affilano le armi e gli ospedali si preparano all’emergenza, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi cura personalmente i dettagli estetici della zona rossa. Controlla il posizionamento delle fioriere in piazza Matteotti di fronte a Palazzo Ducale, firma un’ordinanza che vieta ai cittadini di stendere i panni bagnati ai balconi.

Genova deve apparire perfetta, pulita, una cartolina rinascimentale da mostrare  ai grandi del mondo. Un paravento di decoro per nascondere il sangue che sta per scorrere. Mercoledì 18 luglio sembra ancora prevalere l’illusione della festa. La città si riempie di colori, dibattiti, incontri culturali.

La sera più di 20.000 persone si radunano per il concerto di Manuo. Si canta, si  balla, l’atmosfera è serena, ma è solo la calma prima della tempesta.  >>  >> Il giorno dopo, giovedì 19 luglio, il movimento cala la prima carta. È il pomeriggio del corteo dei migranti. 50.000 persone invadono le strade.

È una sfilata pacifica, ordinata, coloratissima, con delegazioni da oltre 100 paesi del mondo. Partono da Piazza Sarzana e arrivano a Piazza Kennedy senza che si registri un solo scontro. Sembra la dimostrazione che la convivenza è possibile, ma se si guarda bene in fondo a quel fiume umano, in coda al corteo iniziano a intravedersi le prime sagome scure.

Volti coperti da sciarpe, abiti total black. L’avanguardia del blocco nero si è posizionata. Venerdì mattina arrivano i grandi della terra. Il palcoscenico è pronto e l’inferno sta per spalancare le sue porte. Siamo a venerdì 20 luglio, l’ora di pranzo. Nel cuore blindato di Palazzo Ducale, l’aria condizionata congela il sudore e le paure.

I grandi della terra si siedono a tavola tra stucchi dorati e velluti. Ci sono George W. Bush, Tony Blair, Jacques Shirac e tutti gli altri leader. A fare gli onori di casa sorridente e impeccabile il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi brindano, discutono di povertà globale fissando il destino del mondo dall’interno di una bolla blindata, totalmente schermati dal caos e dalla rabbia della strada.

A pochi chilometri di distanza, fuori dal grate d’acciaio della zona rossa, va in scena un’altra rappresentazione. Le piazze tematiche allestite dal Genoa Social Forum si riempiono. Ci sono 20.000 persone per le strade. Il sole picchia forte sull’asfalto ligure. C’è musica, ci sono i tamburi, i colori, sembra davvero una festa di popolo.

Tutto appare sotto controllo. Niente problemi, niente scontri, ma è un’illusione ottica, una bugia che sta per esplodere. Sta già succedendo qualcosa. Fin dalle 10:00 del mattino in piazza Dannovi, proprio nel perimetro assegnato al presidio dei Cobas, si raduno un gruppo anomalo. Sono un centinaio di ragazzi vestiti completamente di nero, calmi,  spietatamente metodici.

Non urlano slogan, non sventolano le bandiere arcobaleno della pace. lavorano,  iniziano a smantellare il selciato, estraggono le pietre con la precisione clinica di operai della distruzione, sradicano i pali della segnaletica stradale  del cemento, digono le pesanti ringhiere di metallo dalle aiuole.

Stanno trasformando l’arredo urbano in un arsenale da guerra. Pietre come proiettili, tubi come  spranghe. A pochi metri di distanza ci sono decine di giornalisti e operatori televisivi che  riprendono tutto, ma il dettaglio che fa gelare il sangue è un altro. A due passi da loro ci sono le forze dell’ordine  in assetto antisommossa.

Sono lì, guardano e non muovono un dito. Nessuno interviene per fermarli, li lasciano fare. Poco più in là, da piazza Trento, parte il grosso del contingente nero. Sono almeno 500. sfilano dietro uno striscione enorme che recita una sola parola, un ordine secco. Smash, spacca. Sono anarchici, insurrezionalisti stranieri e  scheggia impazzite dell’estrema sinistra italiana.

Della zona rossa non gliene frega assolutamente niente. Non provano nemmeno ad avvicinarsi al muro di metallo e polizia. Puntano dritto alle viscere aperte della zona gialla. Si muovono a macchia di leopardo tra piazza D’Annovi,  piazza Tommaseo, piazza Giusti. Assaltano le banche, devastano le agenzie di lavoro interinale, sfondano le vetrine dei negozi a colpi di mazza, spaccano le auto parcheggiate dei residenti e appiccano il fuoco.

Quando incrociano le pattuglie lanciano sassi per tenerle a distanza e poi si sciolgono come neve al sole nei vicoli. Colpiscono e spariscono. Si disperdono in mille rivoli scuri per riformarsi intatti, tre isolati più in là. La città comincia a bruciare per davvero. Verso le 3:00 del pomeriggio l’escalation, un gruppo si stacca e punta dritto verso il carcere di Marassi.

Volano le prime bottiglie molotov. Le fiamme avvolgono il portone d’ingresso della prigione. Il reparto dei carabinieri schierato lì davanti va in confusione, cede di schianto. I militari sono costretti a scappare. I Black Blocker restano padroni del campo e bersagliano le finestre indisturbati. Si fermano soltanto quando gli agenti della polizia penitenziaria aprono le finestre, estraggono le pistole d’ordinanza e gliele puntano contro.

Solo a quel punto arretrano,  scappano via correndo, imboccando le strade in discesa e puntano verso piazza Manin. Ed è qui, in piazza Manin, che la narrazione precipita nell’assurdo. Questa è una piazza  tematica autorizzata dal Ministero. Qui ci sono i pacifisti della rete Liliput, cattolici, preti, suore, volontari delle ONG, famiglie.

I più innoc, i meno aggressivi, hanno le mani dipinte di bianco  alzate al cielo, il simbolo visibile della loro resa non violenta. All’improvviso vedono arrivare questi ragazzi vestiti di nero. Hanno il fiato corto, corrono, tagliano la piazza in diagonale e svaniscano tra le vie laterali. Pochi secondi dopo, alle spalle dei pacifisti, arriva l’inferno.

Dietro ai fantasmi neri non ci sono altri manifestanti. C’è un esercito, un fiume di camionette della polizia blindati che sgommano e occupano tutta l’ampiezza della strada. I pacifisti si bloccano ingenui, pensano: “Questa è la polizia, sta inseguendo i tempisti, ora ci proteggono”.

E invece  no, la polizia non insegue i black perché i black non ci sono più. La polizia carica i pacifisti, i blindati avanzano, gli agenti scendono, sparano i lacrimogeni ad altezza uomo e menano fendenti alla ceca. >>  >> dentro di finanza. >>  >> L’aria

diventa irrespirabile, densa di fumo chimico. I manganelli si abbattono su corpi inermi. La gente alza le mani bianche implorando pietà e un istante dopo quelle  stesse mani sono ricoperte di sangue. Donne, anziani, volontari calpestati, presi a calci e bastonate senza logica. 60 feriti gravi in pochi minuti.

Gente che perde i sensi  per i gas urticanti. Volti spaccati, ossa rotte. Il disastro del G8 di Genova, con la sua violenza cieca inspiegabile inizia esattamente in questa piazza. L’ordine pubblico non esiste più. Le forze dello Stato stanno massacrando il bersaglio sbagliato.  E mentre a piazza Manin si consuma la mattanza degli innocenti, a 1 km di distanza dallo stadio Carlini, si è appena messo in marcia un mostro da 15.

000 La teste è il corteo ufficiale dei disobbedienti, guidato  dalle tute bianche chiuse nella loro testugine di scudi e plexglass. Si muovono verso via Tolemaide. Loro non lo sanno ancora, ma stanno  marciando dritti verso l’esplosione finale.   Siamo alle 2:30 del pomeriggio. L’asfalto di via Tolemaide scotta sotto il sole di luglio.

Questa strada è una trappola geometrica perfetta. Da un lato, a delimitare la carreggiata, si innalza il muraglione cieco  e insuperabile della ferrovia. Non ci sono vie di fuga laterali da quella parte, non ci sono cortili in cui ripararsi. È un lungo imbuto di cemento che si estende per 1 km fino a sfociare in piazza delle Americhe e dentro questo imbuto si sta riversando  un fiume umano di 15.000 persona.

In testa al corteo marciano le tute bianche. Il loro equipaggiamento non ha nulla di militare. È un bizzarro e disperato campionario di sbarramenti fai da te.  Indossano caschi da moto, imbottiture di gomma recuperate chissà dove. Giubotti salvagente acquistati  nei negozi balneari. Hanno bottiglie di plastica tagliate legate agli avrambracci con il nastro adesivo da pacchi e sul viso portano occhialini da piscina per proteggere gli occhi dalle nuvole di gas  urticante.

Tra le mani stringono grandi scudi quadrati di plexiglass. È la testugene, una struttura difensiva concepita per assorbire  i colpi, per fare muro contro i manganelli delle forze dell’ordine. Loro avanzano convinti di essere al sicuro, protetti da un percorso concordato e da un’autorizzazione ufficiale dello Stato.

Trai i corridoi della questura si sussura persino di un accordo segreto, di una sceneggiata concordata, un’azione dimostrativa, una spinta simbolica contro le inferiate della zona rossa per dare sfogo alla protesta e poi lo scioglimento pacifico del corteo. Ma il copione scritto a tavolino sta per essere strappato e calpestato nel sangue.

Spostiamoci all’interno della centrale operativa della questura. L’atmosfera è quella di un bunker sotto bombardamento.  I telefoni squillano a vuoto. Le mappe si riempiono di segnalazioni caotiche. Le notizie che arrivano dalla periferia nord descrivono una città fuori controllo. Poco o più a nord in Piazza Giusti, i Black Block stanno devastando ogni cosa, bruciando auto e assaltando le filiali delle banche.

I vertici della sicurezza vanno nel panico. Serve una forza pesante, un contingente d’urto per bonificare la piazza e disperdere i guerriglieri urbani. La sala a comando contatta via radio il primo dirigente della polizia di Stato,  Mario Mondelli. Sotto la sua diretta responsabilità c’è la compagnia Alfa del contingente di contenimento.

È una delle cinque unità speciali dei carabinieri create e addestrate specificamente per i giorni del G8. Un vero e proprio braccio armato formato da 200 uomini, 19 camion blindati, quattro auto e due fuoristrada  Land Rover Defender. Un piccolo esercito comandato sul campo dal capitano Antonio Bruno.

Dalla centrale operativa parte un  ordine categorico tassativo. Mondelli, prendi la compagnia Alfa e corri in Piazza Giusti. Muoviti in fretta. L’operatore radio aggiunge un dettaglio cruciale, una raccomandazione che dovrebbe evitare il disastro. Fai attenzione, da via Tolemaide sta scendendo il corteo dei disobbedienti. Non devi incrociarli.

Loro non sono il problema. Loro sono autorizzati.  Il tuo obiettivo sono i black che stanno più in su. Per eseguire la manovra in sicurezza, la colonna di Blindati dovrebbe  percorrere Corso Torino, svoltare a sinistra e piombare sui violenti alle spalle. Ma in quel preciso istante l’apparato tecnologico dei soccorsi collassa.

Il sistema delle comunicazioni radio si azzera, le frequenze sono sature, distorte da un fruscio metallico continuo che rende le voci incomprensibili. Le parole si troncano, gli ordini arrivano frammentati o deformati dal rumore di fondo. I comandanti sul campo, isolati dentro gli abitacoli d’acciaio condizionati, non riescono più a coordinarsi con la centrale.

Molti ufficiali, in preda alla frustrazione, tirano fuori i telefoni cellulari privati per cercare di chiamare i colleghi e capire cosa fare agirando i canali ufficiali. È il caos tattico assoluto. Dalla questura viene trasmesso un nuovo contrordine. I Black Block stanno attaccando il carcere di Marassi. Bisogna deviare la colonna verso la prigione.

Ma Mondelli non sente oppure non capisce. Nel buio informativo della battaglia la compagnia Alfa continuò a muoversi alla ceca puntando i musi dei suoi blindati dritto verso l’unico punto in cui non avrebbe mai dovuto trovarsi l’incrocio di via Tolemaide. Mentre un altro reparto di polizia impiega appena 8 minuti per raggiungere Marassi e disperdere i pacifisti di Liliput per errore, la compagnia Alfa impiega 20 lunghissimi minuti di ritardo per percorrere poche centinaia di metri. Sono le 14:50.

I 19 camion d’acciaio dei Carabinieri sbucano all’incrocio tra vie Invrea e Corso Torino, proprio mentre la testa della testugine delle tute  bianche sta transitando lungo via Tolemaide. Invece di tirare dritto, invece di liberare l’incrocio per svoltare verso Corso Terino, esegue la manovra concordata.

Il dirigente Mondelli e il capitano Bruno prendono una decisione fatale. Ordinano lo sbarramento, i blindati frenano di schianto, bloccano la strada, le portiere posteriori si aprono e gli uomini scendono sull’asfalto, schierati in linea di battaglia con i fucili lancialacrimogeni spianati. Nelle relazioni di servizio scritte a fine giornata, gli ufficiali metteranno a verbale di essere stati bersagliati da un lancio fitto e violento di sassi da parte di centinaia di manifestanti aggressivi.

Ma i nastri magnetici delle telecamere, i filmati girati dall’alto degli elicotteri e i video degli attivisti raccontano un’altra verità. documentata secondo per secondo. Le tutte bianche sono immobili, i loro scudi sono abbassati in segno di attesa. A scagliare quegli oggetti è stato un manipolo isolato di black block, una dozzina di provocatori vestiti di nero che sono sbucati dall’angolo, hanno lanciato tre pietre contro le camionette e non sono scappati via nei vicoli in meno di 10 secondi.

Sono già svaniti, sono fantasmi, ma i carabinieri sono stremati, nervosi, surriscaldati dal calore soffocante delle tute protettive dopo ore di veglia. Non vedono una manciata di fuggitivi, vedono la massa umana, vedono il nemico. Qualunque sia la scintilla, l’ordine di aprire il fuoco viene eseguito.

L’aria viene squarciata da colpi sordi dai lanciatori. Una pioggia densa di candelotti al gas CS cade sul lato sinistro della strada. Ma lì non ci sono i neri della guerriglia urbana. Il gas tossico avvolge e soffoca i cameramen  della RAI e i giornalisti internazionali che stanno riprendendo l’evento. Il panico si diffonde in un istante.

Il fiume umano dei disobbedienti si arresta congelato dallo shock di un attacco imprevisto. Ed è in questo preciso secondo che l’errore di comando si trasforma in una tragedia programmata. Invece di arretrare, invece di comprendere la gravità del posizionamento, i carabinieri della compagnia Alfa compiono una conversione a 90° verso destra.

Puntano i loro scudi e le loro armi direttamente contro il ventre molle della manifestazione autorizzata. I motori dei blindati suonano l’allarme, gli scarichi fumano, la carica a inizio. 200 uomini e 19 mezzi d’acciaio si lanciano a tutta velocità contro un muro di 15.000 persone intrappolate in un corridoio di cemento.

La trappola di via Tolemaide è scattata e l’asfalto sta per riempirsi di sangue. La testugine si sgretola in pochi secondi. I grandi scudi di plessiglass delle tute bianche, pensati per assorbire gli urti, vanno in frantumi sotto i colpi secchi e brutali dei manganelli. Non sono sfollagenti normali, sono i tuonfa in alluminio e insieme a quelli compaiono arme fuori ordinanza, bastoni impugnati per fare male. L’aria si satura di gas.

CS, un fumò chimico denso che brucia la gola e acceca la vista. È il caos assoluto. 15.000 persone sono intrappolate, schiacciate in un corridoio di cemento. Davanti a loro c’è un muro armato che avanza. Dietro di loro una marea umana che preme, ignara di ciò che accade in prima linea. A destra il muraglione invalicabile della ferrovia chiude ogni via di fuga.

Non si può andare avanti, non si può tornare indietro. La gente è terrorizzata. Gli occhi sono rossi, gonfi di lacrime chimiche, il panico si impadronisce della carne e del respiro. Inizia il massacro. Dall’altra parte di via Tolemaide, in piazza Verdi, il dirigente della polizia Gaggiano osserva il disastro.

Invece di far defluire la folla, prende una decisione che trasforma la strada in una morsa mortale. Ordina ai suoi uomini di caricare.  I blindati della polizia avanzano a sirene spiegate, sparano altri lacrimogeni, azionano i potenti getti d’acqua degli idranti. I manifestanti sono presi tra due fuochi, schiacciati  come insetti in una scatola. La testa del corteo cete.

La folla arretra disperatamente calpestandosi. L’unica via d’uscita è svoltare  a sinistra, infilandosi nel dedalo di strade laterali. Via Casaregis, via Montevideo, piazza Alimunda. Ma non è una ritirata pacifica, è una caccia all’uomo. I carabinieri inseguono i fuggitivi fin sui marciapiedi.

Si lanciano all’inseguimento a bordo dei furgoni blindati. Guidano ad altissima velocità tra la  gente in fuga. Sono manovre spietate, vietate, che non si vedevano in Italia dei plumbre ai anni 70, dei tempi in cui i camion militari schiacciavano i civili sull’asfalto. L’istinto di sopravvivenza scatta, l’aggressione genera una reazione feroce.

Alcuni manifestanti smettono  di scappare. Rovesciano i pesanti cassonetti dell’immondizia per sbarrare la strada ai blindati. Raccolgono salsi, calcinacci, tutto ciò che trovano a terra e lo scagliano contro i mezzi delle forze dell’ordine. È una battaglia senza regole. In questo scenario di guerriglia un blidato dei carabinieri rimane isolato.

L’equipaggio va nel panico, abbandona il mezzo e scappa. In pochi istanti i manifestanti lo circondano  e gli danno fuoco. Le fiamme si alzano alte, illuminando un pomeriggio di follia. In mezzo a questo inferno, le storie individuali diventano incubi da cui non ci si sveglia. Voglio portarvi dentro uno di questi incubi per farvi respirare l’aria di quel giorno.

Un testimone racconta di essere stato travolto dalla  folla inritirata. cercavezza imboccando quella che sembra una via laterale in discesa, ma è un’illusione. È il cortile interno di un condominio, un vicolo cieco. In fondo al cortile c’è un ragazzo ferito, buttato  a terra, coperto di sangue.

Accanto a lui, un’infermiera improvvisata con la maglietta bianca chiede disperatamente dell’acqua. Il testimone fa per poggere la sua borraccia, ma non fa in tempo. Dall’alto della strada piombano giù i carabinieri, hanno i caschi allacciati, le tute protettive, le maschere antigas. Non fanno domande, non distinguono chi soccorre e chi distrugge.

Piombano nel garage sotterraneo e iniziano a picchiare segiamente con i manganelli. Il testimone alza le mani,  si arrende, dimostra di essere in erme, ma da dietro le lenti di una maschera antigas. Esce un ordine secco, crudele, prendiamo questo qui. La divisa non garantisce più la legge,  impone solo il terrore.

Poco a poco l’onda d’urto delle cariche respinge il grosso del corteo fuori dalla zona. Le strade laterali da via Caffa piazza Tommaseo vengono brutalmente sgomberate. “Bonificate”, dicono i bollettini ufficiali. Il manifestanti si disperdono. Resta soltanto l’odore acre  del fumo chimico e un silenzio irreale.

Ma la violenza non si è ancora saziata. In piazza Limonda l’aria è ancora densa e carica di elettricità. È qui  che staziona un gruppo di carabinieri del Battaglione Sicilia, la compagnia Ecco comandata dal vice questore Adriano Lauro. Vedono un gruppo di manifestanti in fondo alla strada e decidono di avanzare per fronteggiarli.

È un continuo, estenuante  lancio di sassi e lacrimogini, un clima di guerra che offusca la lucidità di chi comanda. Dietro lo schieramento dei militari ci sono due fuoristrada, due Land Rover Defender, si muovono a ridosso degli agenti. È un  errore tattico madornale, un errore procedurale gravissimo.

I mezzi blindati non dovrebbero mai trovarsi intrappolati  dietro una fanteria in movimento durante gli scontri di piazza.  E infatti, quando i carabinieri, bersagliati e sotto pressione ricevono l’ordine di ripiegare, si scontrano con i propri veicoli.  I due defender si ostacolano a vicenda, si bloccano, il motore va su di giri, le ruote slittano, ma non riescono a fare marcia indietro.

Mentre  le truppe a piedi scappano per mettersi al riparo, i fuoristrada rimangono lì, piantati in mezzo alla piazza, abbandonati al contrattacco di una ventina di manifestanti inferociti. Il destino sta per compiere il suo passo più drammatico, il tempo  sta per fermarsi e la storia di questa giornata sta per sporcarsi di morte in un modo irreparabile.

Tra quei ragazzi armati di  rabbia e sassi che corrono verso il fuoristrada bloccato c’è un giovane di 23 anni. Il suo nome è Carlo  Giuliani. Siamo nel cuore di venerdì 20 luglio, ore 17:27. L’aria Genova è ferma, irrespirabile, satura di gas e di un’elettricità sinistra. C’è un punto preciso sulla mappa dove il destino di questa giornata decide di rompersi per sempre.

Piazza Alimonda, una piazza che si trasforma in un teatro di guerra, un perimetro  di asfalto rovente dove la tensione accumulata in ore di scontro sta per trovare la sua valvola di sfogo più tragica. Dimenticate i resoconti edulcorati, dimenticate le giustificazioni politiche. Questa è la ricostruzione clinica di un dramma.

Al centro della piazza c’è un fuoristrada dei carabinieri, un Land Rover Defender. Guardatelo bene. È rimasto tagliato fuori, isolato dopo la ritirata dei militari a piedi, incastrato contro  un pesante cassonetto dell’immondizia rovesciato. Dentro l’abitacolo d’acciaio ci sono  tre carabinieri.

Uno di loro si chiama Mario Placanica. È un giovane ausiliario di leva. Ha solo 21 anni. È un ragazzo terrorizzato, sudato, esausto, dopo ore di allerta e assediato da una piazza fuori controllo. Sente i colpi sulla carrozzeria, vede i vetri che cedono sotto i sassi. Il panico dentro quell’abitacolo è una bestia che morde  la gola e azzera la lucidità.

Fuori, tra la marea dei manifestanti che avanzano e reagiscono alle cariche precedenti, c’è un altro giovane. Ha 23 anni, il suo nome è Carlo Giuliani. Carlo non è un capo della guerriglia urbana, è un ragazzo normale. Nei giorni precedenti ha partecipato alla sfilata pacifica dei migranti. Ha cantato al concerto di Manu Ciao solo due ore prima, alle 3:00 del pomeriggio, ha telefonato a suo padre per dirgli che la situazione è difficile e pesante.

Suo padre gli ha raccomandato di stare attento, di non rischiare  un avvertimento che risuona nel vuoto. Ora Carlo è lì in piazza Limonda, è il volto coperto da un passamontagna per proteggersi dal fumo dei lacrimogeni. Vede la camionetta bloccata, raccoglie da terra un estintore rosso abbandonato, lo solleva sopra la testa, fa un passo deciso verso il veicolo.

In quel frammento di secondo lo scenario precipita. Il lunotto posteriore del difender è già andato in frantumi. Da quello squarcio nel vetro spunto una mano armata. Impugno una pistola d’ordinanza, una beretta calibro nove. Il braccio è teso parallelo all’asfalto puntato dritto verso l’esterno. Non c’è esitazione.

L’area viene squarciata da due detonazioni secche, assordanti, che coprono il rumore della piazza. Il primo proiettile c’entra Carlo Giuliani in piano volto, proprio sotto lo zicomo sinistro. Il ragazzo crolla a terra all’istante  come stroncato. L’estintore cade con un rumore sordo sul selciato. Carlo è steso, immobile,  mentre un lago di sangue si allarga rapidamente intorno alla sua testa, ma l’orrore di Piazza Alimonda va oltre  lo sparo.

L’autista del Defender in preda un panico cieco, ingrana la retromarcia per liberare il mezzo. Il motore ruggisce, le ruote posteriori passano sopra il corpo del povero ragazzo a terra. Poi l’autista cambia  marcia, innesta la prima e accelera in avanti. Il defender calpesta il corpo di Carlo per la seconda volta.

>>  >> Il fuoristrada riesce a sbloccarsi, agire il cassonetto e fugge via a tutta velocità, lasciando sulla strada un corpo esanimo.   Oddio, cazzo, c Oddio, carabinieri. >> Andate in Piazza Monda che i carabinieri hanno messo fuoco un ragazzo dalla testa. >> Come? Non si è capito niente.

>> Allora, un’ambulanza velocissimo in  piazza Limonda. >> Piazza limonda? Cos’è successo? >> I carabinieri hanno fatto ripromarcia. C’è un ragazzo con la festa sfasciata. >> Ma un carabiniere o un ragazzo? >> Non si chiama. Va bene, a posto. Mandiamo subito. Mandiamo subito. >> Eccolianco.

Ecco, lo vedete >> l’ambulanza. Assassino. Bastardo. L’hai ucciso tu. L’hai ucciso, bastardo. Tu l’hai ucciso. Con tuo sasso, pezzo di merda. >>  >> Lasciami subito, Enrico, per favore. >> La piazza si congela. In pochissimi minuti il cadavere di Carlo viene blindato da un cordone impenetrabile di poliziotti.

Tra di loro c’è il vice questore Adriano Lauro. Le telecamere e i giornalisti registrano scene surreali con funzionari dello Stato che tentano subito di costruire  una prima spiegazione dei fatti per alleggerire le responsabilità della divisa. Placanica ammetterà di aver premuto il grilletto invocando la legittima difesa in quel caos.

Ma la realtà è scritta sull’asfalto. Ci è scappato il morto. Come bordo sotto lo zigomo  sinistro. Ripeto, la fonte della notizia sono una sanitaria volontaria e un legale volontario del GSF che con i carabinieri li ho visti con i miei occhi, hanno accertato,  hanno confermato il decesso. Intorno alle 17:15 si dovrebbe essere verificato.

>> No, però un ragazzo è stato ucciso dai poliziotti. Questo è chiaro, è ovvio. Un ragazzo dicine  è stato ucciso dai poliziotti. >> Una pozza di sangue a terra. Cioè, ma questa gente fa schifo. >> C’è un ragazzo che comunque sicuramente aveva uno scudo e basta addosso. Tutto il giorno che caricano in un modo spaventoso, addirittura hanno caricato stamattina quelli della rete Liliput che avevano le mani bianche.

>> Parliamo delle indagini e di quella verità ufficiale che verrà blindata nei decreti di archiviazione della magistratura. I periti d’ufficio elaboreranno una tesi balistica singolare. Il carabini avrebbe sparato verso l’alto per spaventare i manifestanti, ma il proiettile avrebbe intercettato un sasso volante lanciato da un dimostrante.

Si sarebbe frammentato e la scheggia avrebbe deviato la sua traiettoria colpendo Carlo. Un proiettile magico, una ricostruzione scientifica che si scontra frontalmente con le prove fotografiche che mostrano l’arma impugnata in linea retta  ad altezza uomo. E poi ci sono le dichiarazioni dello stesso Placanica  che cambiano continuamente nel tempo.

Prima mette a verbale di aver puntato l’arma gridando di andarsene, convinto di avere la sicura  inserita, attribuendo lo sparo a un errore o a un riflesso involontario. Successivamente cambia versione, giurando al Corriere della Sera di aver mirato esclusivamente verso l’alto.  Infine, chiamato a rispondere davanti ai giudici nei processi successivi, sceglierà la strada del silenzio definitivo, avvalendosi della facoltà di  non rispondere.

La verità giudiziaria si chiude, ma i dubbi restano intatti. C’è un dettaglio ancora più cupo in questa storia.  Sollevate dalle controinchieste della famiglia e dei legali della vittima. L’esame meticoloso delle sequenze fotografiche fa emergere una discrepanza spaventosa.  In un primo scatto, subito dopo l’allontanamento del Defender, si nota una pietra a circa 1 metro di distanza dalla testa del ragazzo.

In una fotografia successiva quella stessa pietra appare spostata, intrisa  di sangue e posizionata esattamente vicino alla fronte di Carlo con il passamontagna  parzialmente rimosso. La famiglia chiede verità. Chi ha colpito la fronte di Carlo quando era già a terra agonizzante? Chi ha alterato la scena  del crimine per simulare un linggio a colpi di pietra? Una macchia profonda che pesa sulla catena di comando.

>> Provo sgomento e dolore immenso per la giovane vita spezzata.  Vi rivolgo ai dimostrante perché cessi da subito questa cieca violenza che non dà contributo  alcuno alla soluzione dei problemi della povertà nel mondo. >> Siamo a sabato 21 luglio, la mattina dopo il sangue di piazza Alimonda.

Genova si sveglia sotto un cielo strano, pesante  che sembra schiacciare i tetti d’ardesia dei carruggi. L’aria sa ancora di fumo, di plastica bruciata e di lacrimogeni chimici. rimasti intrappolati nei vicoli della città, la morte di Carlo Giuliani ha cambiato tutto, ha spezzato un equilibrio già precario e ha radicalizzato lo scontro.

Ma la macchina del G8 non si ferma e nemmeno la marea umana che sta per abbattersi sul liturale ligure.  Questo è il giorno del giudizio per le strade di Genova. I leader politici dentro il fortino condizionato di Palazzo Ducale  continuano le loro ossessioni fotografiche e i loro vertici bilaterali protetti dalle grate d’acciaio.

Fuori  la realtà è un fiume in piena che nessuno può arginare. Nelle stazioni ferroviarie di Brignole e Principe, fin dalle prime luci dell’alba, lo scenario è impressionante. Arrivano treni speciali da ogni angolo d’Italia  e dal resto d’Europa. Dai finestrini spuntano bandiere, striscioni, volti stanchi ma determinati.

I pullman si incolonnano lungo le autostrade, i traghetti scaricano migliaia di giovani al porto. Il Genoa Social Forum ha preso la decisione più difficile, non annullare la manifestazione  internazionale. Sarebbe d’altronde impossibile farlo. 300.000 persone sono già qui. Non puoi rimandarle indietro. >>  >> Non puoi cancellare la storia con un comunicato stampa.

L’atmosfera che si respira  nelle piazze di raccolta è una miscela tossica di dolore, rabbia e totale incredulità. Molti manifestanti portano una striscia di stoffa nera legata al braccio in segno di lutto. Altri stringono tra le mani la foto di Carlo stampata in fretta durante la notte, nelle pochissime coppesterie  rimaste aperte.

C’è chi piange in silenzio seduto sui marciapiedi e chi urla la propria rabbia contro i blindati  delle forze dell’ordine che presidiano ogni incrocio strategico della città. Ma c’è anche un’incredibile forza collettiva. Sindacate, associazioni cattoliche, delegazioni straniere, tute bianche, ambientalisti, famiglie, si uniscono tutti in un unico immenso corpo che si muove all’unisono.

La più grande manifestazione antiglobalista della storia sta per partire. Il percorso concordato con le autorità si snoda lungo la costa partendo da Corso Italia per poi piegare verso la foce e piazza Kennedy. Sulla carta è una scelta coreografica straordinaria. Da un lato le palazzine storiche di Genova, dall’altro l’immensità del Mar Ligure che luccica sotto un sole accecante.

Ma per chi sa leggere la mappa di una città in stato d’assedio, quella strada è un’altra trappola geometrica. Corso Italia è un lungo rettilineo esposto, privo di vie di fuga laterali significative. Se succede qualcosa, sei letteralmente schiacciato tra il cemento dei palazzi e l’acqua del mare.  Alle 2:00 del pomeriggio il corteo si mette finalmente in marcia.

È un serpente colorato lungo chilometri. I tamburi battono il ritmo, gli slogan rimbalzano contro le facciate degli edifici. Sembra una prova di forza pacifica, oceanica, invalicabile, ma dietro l’angolo l’ombra del blocco nero è già operativa. I guerriglieri urbani si muovono rapidamente sui fianchi della manifestazione, non si mescolano con la folla dei pacifisti.

Usano il corteo come uno scudo umano per avvicinarsi agli obiettivi istituzionali. Iniziano i primi assalti alle banche in corso Buenos Aires. Le prime auto dei residenti che prendono fuoco. Una colonna di fumo nero si alza nel cielo azzurro, visibile da ogni punto di Genova. È il segnale che la centrale operativa della Questura stava aspettando  per scatenare l’inferno.

La risposta dello Stato questa volta non è chirurgica, è totale, massiccia, spietata e completamente indiscriminata. Verso le 3:30 del pomeriggio la testa del corteo Pacifico sta transitando nella grande area della foce. All’improvviso il cielo viene squarciato dal rombo assordante degli elicotteri della polizia che volano a bassissima quota, quasi a sfiorare le teste della gente e poi senza alcun preavviso l’assalto inizia il bombardamento di lacrimogeni.

I candelotti al gas CS non vengono sparati solo ad altezza uomo dalle strade laterali, piovono direttamente dagli elicotteri in volo, cadendo come meteore chimiche nel cuore della folla densa. Immaginate la scena, 300.000 persone ammassate su un lungomare. Non ci sono black block in quel punto. Ci sono i pacifisti della rete Liliput, ci sono anziani, ci sono i parlamentari dell’opposizione in prima linea.

Il gas si diffonde in pochi secondi, denso, bianco, irrespirabile.  È un agente chimico che brucia la pelle, acceca gli occhi e stringe i polmoni come una morsa che toglie completamente il fiato. Il panico si impadronisce della marea umana in un istante. La gente non sa dove scappare, dove trovare riparo.

Davanti ci sono i blocchi impenetrabili della polizia in assetto antisommossa. Dietro la folla continua a premere Ignara dell’attacco. L’unica salvezza diventa il mare. Migliaia di persone scavalcano le ringhiere di Corso Italia e si lanciano sulle spiagge sottostanti. Si buttano in acqua vestiti con le scarpe e gli zaini sulle spalle, pur di trovare un briciolo di aria pulita e sfuggire dalla sfissia.

Le immagini di quella giornata sembrano quelle di uno sbarco militare in tempo di guerra, un dramma bellico consumato su una spiaggia delle vacanze estive. Sulla strada principale, intanto le camionette dei carabinieri iniziano a caricare a tutta velocità, investendo le barricate improvvisate  e disperdendo la folla a colpi di manganello.

È una caccia all’uomo generalizzata. Le forze dell’ordine non fanno distinzioni di sigle o di comportamenti. Picchiano chiunque si trovi sul loro cammino. Chi cade  viene calpestato. Chi prova a rialzarsi viene colpito di nuovo con ferocia. Le ambulanze non riescono a passare, bloccate dal caos e dalle cariche continue.

Le strade della foce si trasformano in un lazzaretto a cielo aperto con centinaia di feriti abbandonati sui marciapiedi, i volti coperti di sangue e gli occhi bruciati dai gas tossici. Lo Stato ha deciso di spezzare la manifestazione con la forza bruta. La giornata di sabato si chiude così nell’aria irrespirabile della foce. Ma la vendetta più pianificata, l’atto finale di questa follia ligure, deve ancora essere consumato.

La notte sta per calare su Genova e con la notte arriverà il momento della scuola Diaz. Siamo alla notte di sabato 21 luglio. Il vertice dei potenti è praticamente concluso. I leader mondiali stanno lasciando l’Italia, ma la scia di sangue di Genova deve ancora toccare il suo punto di non ritorno. È mezzanotte -15. Il termometro segna una temperatura umida. pesante.

Ci spostiamo nel quartiere di Albaro in via Cambiaso. Qui si trova il complesso scolastico Diaz Pertini. Di fronte c’è la sede del Genoa Social Forum, il cervello mediatico e  legale della protesta. La scuola Diaz invece è stata concessa dal Comune come dormitorio pubblico, un rifugio temporaneo. Dentro quelle aule non ci sono guerrigliari urbani,  ci sono 93 persone, ragazzi, studenti, giornalisti stranieri, avvocati, semplici cittadini europei arrivati a Genova per manifestare.

Molti sono già infilati nei sacchi a pelo, distesi sui materassini, stesi sul pavimento delle palestre. Altri stanno scrivendo gli ultimi articoli al computer, si lavano i denti nei bagni della scuola, chiacchierano a bassa voce prima di dormire. Fuori la strada è apparentemente deserta, ma è una calma apparente, una quiete che sta per essere disintegrata.

All’improvviso i fari di decine di mezzi della polizia illuminano a giorno la via. Il rumore dei motori diesel imballati rompe il silenzio della notte. Non è una normale pattuglia, è un contingente d’urto enorme. 150 genti del  settimo nucleo sperimentale antisommossa, supportati da altri 300 poliziotti e carabinieri che isolano completamente l’intero isolato.

Circondano l’edificio. Chi sta dentro sente le grida salire dalla strada, vede le ombre delle divise proiettate sui muri delle aule. Qualcuno corre a sbarrare il portone d’ingresso della scuola in preda a un panico istintivo. Sanno che non c’è posto per la legge stanotte. Il primo accadere è un giornalista inglese.

Si chiama Mark Covell. Si trova in strada davanti al cancello e sta cercando di capire cosa stia succedendo. Quando vede l’ondata delle divise avanzare, alza le mani ed esibisce il suo tesserino stampa gridando: “Journalist! Journalist”. La risposta dello Stato è immediata e spietata. Viene travolto da una camionetta in movimento, scaraventato sul marciapiede e preso a calci e manganellate da una dozzina di agenti.

Gli spaccano otto costole, gli perforano un polmone, gli frantumano la mascella e gli strappano diversi denti. Lo lasciano a terra esanime in un lago di sangue. Sarà solo il primo di una lunga lista. Il portone in ingresso della scuola non resiste alla spinta dei blindati, viene letteralmente  scardinato.

Gli agenti del reparto d’assalto entrano a catena con i manganelli tonfalsati. Non c’è un ordine di perquisizione formale da mostrare. Non c’è un magistrato che coordina l’operazione, c’è solo la furia della rappresaglia.  I poliziotti entrano nelle aule gridando insulti, spaccando banchi e porte. I ragazzi nei sacchi a pelo si svegliano di soprassalto, accecati dalle torce  tattiche.

Molti alzano le mani in segno di resa mostrando i loro passaporti europei, implorando pietà in tutte le lingue del mondo. Non serve a nulla. Inizia quello  che un funzionario di polizia stesso, Michelangelo Fornier, definirà successivamente nei verbali dei processi come una macelleria messicana, una definizione che resterà impressa nella storia giudiziaria del nostro paese.

Gli agenti picchiano alla  cieca con una violenza metodica, geometrica e insensata. Colpiscono alla testa, al volto, sulle braccia sollevate per difendersi. Arnaldo Cestaro, un pensionato vicentino di 62 anni, viene massacrato mentre è seduto con le spalle al muro e le mani alzate. Una ragazza tedesca viene colpita così duramente alla testa da subire un trauma cranico con perdita di conoscenza.

Gli agenti continuano a colpirla anche mentre è stesa a terra immobile. Le pareti della scuola Diaz si  macchiano di schizzi di sangue alti fino al soffitto. I pavimenti diventano scivolosi, coperti di liquidi biologici, capelli strappati e frammenti di denti. Le urla di terrore e gemiti dei feriti rimbombano nei corridoi della scuola, come in un lazzaretto medievale.

Chi prova a nascondersi sotto i banchi o dietro gli armati viene scovato e trascenato fuori per i capelli per subire ulteriore dose di violenza. L’assalto dura poco meno di 15 minuti, un quarto d’ora di sospensione totale dello stato di diritto. >> Sono il dottor Murgolo. Porca com’è che non rispondete al 113, guardi che >> E tu tanti che non rispondete a sto cazzo di 113.

Se avete una sala operativa che sembra un reattore non rispondete. Dammi un attimo dottore perché comunque noi stiamo rispondendo con chi vuole parlare? Mi dica con Dov’è quel pullman? Quale pullman? Quale pullman? Qual pullman che >> è un dottore. Ci parla un attimo lei perché ragiona. >> Pronto? >> Chi è? >> Son dottor Gullo.

Chi è? >> Sono Murgolo. >> Sì. Dimmi. >> Dov’è quel pullman? Dov’è? Dove sono le volanti che stanno sportando quel pullman? >> Eh, stanno arrivando, stanno arrivando, >> stanno arrivando. Te lo dicora che stanno arrivando. Siamo smerzi circondati qua. >> Oh, vieni vieni. >> Polizia. >> Il collega è una cortesia.

Noi siamo la doppia Roma 702. >> Sì, >> ci troviamo a Piazza del Caricamento. >> Sì, >> era previsto per noi il cambio. Ma che cosa sta succedendo? >> Eh, il cambio che ci sta un casino perché stanno hanno fatto un blitz lì a via Battisti la foce >> e stanno di è morto un collega nostro. >> No, io questo non lo so.

So che si sono tanti feriti. >> Più voci dicono che un collega nostro è morto. >> No, guarda, io ti posso dire che ci sono tanti feriti perché ho contattato io personalmente gli ospedali, però no. Fediti di questi qua, dei manifestanti per ora. Sì, sì, sì, ma infatti troppo poco per essere feriti, guarda. >> Ho capito. Va bene, va bene, va bene.

Allora, noi facciamo capo a un funzionario che è montato adesso, e poverino, lui non sa niente. Va bene, va bene. Vè, dopo. >> Ciao. Ciao. >> Sì, ho sentito un trabusto. Eh, pensavo che fossero i break  invece era la nostra polizia. Ma non era neanche polizia, erano delle belve a >> a lei.

Che cosa è successo? Cosa le hanno fatto? >> A me m’hanno rotto il primo che ha preso le botte, l’ultimo portato via. Ho viste tutta la matanza in diretta. Vabbè, m’hanno rotto un braccio, una gamba, 10 costole, avevo la testa  come una palla di rugby. Tutti chimosi dappertutto delle le bastonate. >> Come l’hanno picchiata?  Con che cosa? >> Eh, qui manga anelli rovesci.

È una cosa incredibile che  sia successo questo. >> Che sentenza vorrebbe lei oggi? Quale sarebbe una sentenza giusta? Che condannassero dei poliziotti giustamente per quello che hanno fatto e che non saranno mai processati veramente fino in fondo. E resta una brutta storia, una pagina nera della storia della nostra Repubblica.

>> Ma l’orrore della Diaz non si esaurisce nella violenza fisica dei manganelli. Ha una coda ancora più sinistra. legata alla  falsificazione delle prove. I vertici della polizia capiscono subito che quel massacro indiscriminato su civili in nermi diventerà un boomerang internazionale clamoroso. Bisogna giustificare l’azione a ogni costo.

Bisogna inventare un pericolo che non è mai esistito. Un funzionario porta all’interno dell’edificio due bottiglie molotof sequestrate nel pomeriggio in un altro punto della città e le posiziona su un banco per simulare la presenza  di un arsenale dei Black Block. Un altro agente, Massimo Nucera, taglia con un coltello la propria giacca d’ordinanza, innescando un finto accoltellamento da parte di un manifestante per dimostrare che le forze dell’ordine hanno dovuto difendersi da un attacco armato.

Quando le prime ambulanze arrivano in via Cambiaso, lo scenario che si presenta ai medici è spaventoso. I barilieri portano fuori i corpi dei ragazzi avvolti nelle coperte isotermiche argentate,  le facce deformate dalle tumefazioni, le barelle grondanti di sangue. Dei 93 occupanti della scuola, 61 sono feriti gravi.

Tutti e 93 vengono dichiarati in arresto con l’accusa pesantissima di associazione a delinquere finalizzata alla devastazione al saccheggio. Vengono caricati su mezzi e portati via nel cuore della notte. destinazione l’ospedale d’urgenza o le celle di isolamento della caserma  di Bolzaneto.

La trappola dello Stato si è chiusa perfettamente e l’ultimo capitolo di questa discesa all’inferno sta per consumarsi dietro le  sbarre di una prigione. I potenti della Terra se ne vanno, lasciano Genova a bordo dei loro aerei di stato,  isolati nelle cabine pressurizzate di prima classe.

lasciano dietro di sé una città devastata, vetrine infrante, carcasse di automobili carbonizzati e un asfalto che puzza ancora di sangue, sudore e gas CS. Il vertice del G8 è ufficialmente concluso. Le dichiarazioni finali parlano di economia e di sviluppo globale, ma la ferita aperta in quei giorni di luglio del 2001 non si è mai chiusa, continua a sanguinare ancora  oggi.

I numeri di questa guerra urbana sono un bollettino agghiacciante. Migliaia di feriti accertati, centinaia di arresti illegali, ossa rotte, denti spaccate, dignità calpestate e un ragazzo  di 23 anni fermo per sempre sull’asfalto di piazza Alemonda. Ma il vero bilancio, quello più buio e inconfessabile, non si conta in prigionieri o in finestrini rotti, si conta in diritti sospesi, in una democrazia occidentale nel cuore civile dell’Europa.

Lo Stato ha deciso di togliersi la divisa del garante per indossare  la maschera spietata del carnefice. Cosa succede dopo che l’ultimo elicottero si è allontanato dal cielo ligure? Succede quello che nessuno vorrebbe mai sentirsi raccontare. Inizia la lunga, logorante battaglia nei tribunali. Una guerra di carte, perizie alterate, testimonianze ritrattate, silenziombo.

Le inchieste sulla scuola Diaz e sulla caserma di Bolzaneto svelano un sistema di coperture reciproche che fa letteralmente tremare i polsi e pensare che le telecamere c’erano,  c’erano i telefonini, i registratori, gli obiettivi dei fotografi indipendenti. Ogni single istante di quella mattanza è stato documentato da decine di angolazioni diversi.

Le immagini ci sono, i suoni dei festaggi e delle urla ci sono, le prove urlano vendetta. Eppure la macchina della giustizia italiana si scontra con un gigantesco muro di gomma. All’epoca dei fatti, nel nostro codice penale non esiste il reato di tortura. >>  >> È un vuoto normativo clamoroso, un buco nero legale che permette a molti responsabili fisici e materiali  di evitare le accuse più pesanti.

Le condanne arrivano, sì, ma dopo anni di processi estenuanti e molte vengono spazzate via dal colpo di spugna della prescrizione. Ma c’è un dettaglio che brucia ancora di più sulla pelle di chi ha subito quelle violenze. I vertici delle forze dell’ordine, i comandanti che hanno diretto, avvallato o semplicemente chiuso gli occhi di fronte a quella macelleria non vengono allontanati con disonore dalle istituzioni.

Vengono promossi, raggiungono i gradi più alti della gerarchia, siedono sulle poltrone più potenti della sicurezza nazionale. Lo Stato protegge se stesso, chiude i ranghi, blinda i suoi uomini e tira dritto. >> Vergogna, vergogna, vergogna, vergogna. Vergogna, vergogna, >> ci vorrà la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo  anni dopo per condannare pesantemente l’Italia, mettendo nero su bianco la parola definitiva.

A Genova le forze dell’ordine italiane hanno praticato la tortura. In quei tre giorni a Genova non hanno fallito soltanto le tattiche di ordine pubblico o i sistemi di comunicazione radio. Ha fallito l’idea stessa nostro patto sociale.  I panni sporchi di una democrazia non si lavano in casa, non si nascondono dentro una stanza buia della questura o dietro un finto verbale di sequestro di armi inesistenti.

Si espongono alla luce del sole. Si esige la verità totale, per quanto possa essere dolorosa, vergognosa o devastante per l’immagine delle istituzioni. Ma il sistema ha scelto la strada della rimozione collettiva, ha provato a  seppellire quei giorni sotto una coltre di silenzio, di depistaggi e di giustificazioni politiche di facciata.

L’eredità del G8 di Genova è un’eredità irremediabilmente tossica. Quella generazione di ragazzi scese in piazza in modo pacifico per chiedere un mondo più giusto e meno diseguale ha imparato la lezione nel modo più spietato e  traumatico possibile. Hanno scoperto sulla propria pelle che la linea di confine tra  la democrazia tutelata e la repressione è un filo sottile, sottilissimo, e che basta un ordine dall’alto, un corto circuito nella catena di comando per trasformare chi dovrebbe proteggerti in una milizia

fuori controllo. Molti di loro sono tornati a casa muti, molti non sono mai più tornati a manifestare in una piazza. Hanno  perso l’innocenza in un attimo. Schiacciati contro i muri scrostati di Bolzaneto, soffocati  dai gas chimici sulla spiaggia della foce. Siamo arrivati alla fine di questo viaggio nel cuore di tenebra della nostra Repubblica.

Ho voluto raccontarvi questa storia guardandovi negli occhi, senza filtri, senza sconti e senza facili buonismi, perché i fatti restano fatti e il sangue versato non si cancella con le sentenze definitive dei tribunali né con i talk show in televisione. Questo documentario non è stato realizzato per puntare il dito in modo sterile, né per giustificare chi ha messo a ferro e fuoco una città.

È stato  scritto e prodotto per un motivo molto più viscerale, per restituire dignità alla memoria, per onorare chi è sceso in piazza con le mani sporche solo di speranza e se n’è tornato a casa con la  carne a brandelli per chi ha perso la vita su un asfalto rovente a 23 anni e per ricordare a tutti noi che la democrazia non è un diritto acquisito  per sempre.

È un patto fragile, sottile come il cristallo e a Genova quel patto lo abbiamo mandato in frantume. Sono la Franci e questa non era finzione, era la nostra storia, quella cruda, inconfessabile, senza sconti. Grazie per aver avuto il coraggio di  guardarla in faccia insieme a >>

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