Dopo 25 anni, perché Anna Craxi non è mai tornata in Italia?

L’ultima notte del 1999. Una casa sulla collina di Hammamet. Un uomo e una donna davanti la televisione aspettano una parola che potrebbe riportarlo in Italia. Quella parola non arriverà. Lui era stato l’uomo più potente del paese, Bettino Craxi. Accanto a lui, in silenzio, la moglie Anna, la donna che tutti avevano visto senza mai guardarla.

Poche settimane dopo lui morirà e lei, libera di tornare a casa, non lo farà mai. Stasera raccontiamo perché c’è una casa su una collina che guarda il mare. Siamo ad Amamet, in Tunisia, a poche ore di volo dall’Italia. Dalla finestra si vede l’acqua e oltre l’acqua lontano c’è un paese. Quel paese è l’Italia.

In quella casa ancora oggi vive una donna anziana. Si chiama Annaria Moncini. Per gli italiani, per quasi tutti, è soltanto un nome accanto a un altro nome. La moglie di Bettino Craxi. Ha vissuto qui gli ultimi 6 anni di vita del marito e qui è rimasta anche dopo. Poteva tornare in Italia quando voleva, nessun tribunale glielo aveva mai impedito. Eppure non è tornata.

Non è tornata quando l’uomo che tutti avevano insultato cominciò. lentamente a essere ricordato in modo diverso. Non è tornata neanche quando, 10 anni dopo la morte del marito, arrivò da Roma un messaggio del presidente della Repubblica. Un messaggio che riconosceva Bettino Craxi un trattamento, sono parole ufficiali, di una durezza senza uguali.

Molte allora pensarono che quella donna avrebbe finalmente fatto le valigie, che sarebbe tornata nella sua Milano tra la sua gente. Non lo fece, continuò a vivere là sulla collina con la pensione da parlamentare del marito. “Vivo nella nostra casa sulla collina” ha raccontato una volta.

Poche parole dette senza clamore. Per capire perché una donna sceglie di restare per sempre lontana dalla propria terra, bisogna tornare molto indietro a quando quella terra la amava, a quando il suo nome, il nome De Craxi, non faceva pensare a un cimitero tunisino, ma al centro esatto del potere italiano.

Bisogna tornare a una ragazza, figlia di un ferroviere che a 19 anni incontrò un giovane che voleva cambiare l’Italia. un giovane che si chiamava Bettino e che di lì a pochi anni tutta l’Italia avrebbe imparato a conoscere. Nessuno dei due allora poteva immaginare come sarebbe finita e soprattutto dove. Torniamo agli anni 50, c’è una ragazza di Milano, figlia di un ferroviere socialista.

Non viene da una famiglia ricca, viene da una famiglia di lavoratori, di gente che al mattino prende il treno e la sera torna a casa stanca. Si chiama Anna Maria Moncini. A 19 anni conosce un giovane pieno di idee, di parole, di ambizione. Anche lui è milanese. Anche lui parla di socialismo, ma in un modo tutto suo. Il suo nome è Benedetto Craxi.

Tutti però lo chiamano Bettino. Si sposano nel 1959. Lei ha poco più di 20 anni. Nascono due figli, Stefania e Bobo. E per molto tempo Anna è semplicemente questo, una moglie e una madre. Dentro una famiglia come tante, poi lentamente qualcosa cambia, perché quel giovane che parlava tanto comincia a salire. Sale nel partito il Partito Socialista.

Nel 1976 ne diventa il segretario e in pochi anni quel ragazzo di Milano arriva dove pochi arrivano. Nel 1983 Bettino Craxi diventa presidente del Consiglio, il capo del governo italiano. Sono gli anni 80. L’Italia corre, spende, si diverte. È il decennio dei colori accesi, delle televisioni private, del benessere che sembra non finire mai.

E in mezzo a tutto questo c’è lui, Craxy, potente, deciso, temuto, un uomo che quando parlava tutta l’Italia ascoltava. Accanto a lui, nelle fotografie ufficiali, alle prime della scala, ai grandi eventi c’è sempre lei. Anna, elegante, composta. con quella sua chioma ramata, ma quasi sempre un passo indietro.

Mentre i giornali raccontavano ogni parola del marito, di lei scrivevano poco, anzi quasi nulla. E fu proprio per questo che il Corriere della Sera, molti anni dopo, la definì con una frase che le rimase addosso. La chiamò La first lady più discreta della politica italiana. Discreta. Una donna che c’era sempre, ma che non si faceva mai notare.

Il paese credeva di conoscere quella coppia. I Craxi erano lì, sotto gli occhi di tutti, sulle copertine, nei telegiornali. Sembravano una famiglia solida al centro esatto del potere italiano. Ma dietro quelle fotografie, dietro quei sorrisi ufficiali, stava già crescendo qualcosa che nessuno allora poteva vedere.

Per capire questa storia bisogna fermarsi su una domanda. Perché una donna resta? Perché resta accanto a un uomo che non le rende la vita facile? Bettino Craxi era un uomo che viveva per la politica, lavorava fino a notte fonda, riceveva persone a ogni ora, viaggiava di continuo. La sua vita pubblica riempiva ogni spazio e in quella vita così piena c’era poco posto per la famiglia.

Molti anni dopo Anna lo avrebbe raccontato con parole semplici, senza rancore. Non si è occupato mai molto di me, di noi ha detto. Negli ultimi anni specialmente pensava solo al suo paese. Sono parole di una moglie che sapeva bene con chi aveva scelto di vivere. Ma non era solo la politica a togliere spazio a quel matrimonio, c’erano anche altre donne.

Negli anni il nome di Bettino Craxi venne accostato a diverse relazioni. Alcune restarono voci di corridoio, altre furono raccontate molto tempo dopo dalle donne stesse. Un’attrice, Ania Pieroni, parlò apertamente di una lunga storia con lui durata quasi 10 anni. Ne parlò lei stessa anni dopo in più di un’occasione. Un’altra donna, Patrizia Caselli, raccontò di essergli stata vicina fino agli ultimi anni in Tunisia.

Furono loro, con le loro interviste, a rendere pubblico ciò che per anni era rimasto nell’ombra e in almeno un caso la cosa arrivò direttamente ad Anna. Patrizia Caselli ha raccontato che un uomo, il suo ex compagno, scrisse una lettera proprio ad Anna Craxi per avvertirla di quella relazione. Anna sapeva dunque, non tutto forse, ma molto.

Eppure non se ne andò, non fece scenate pubbliche, non rilasciò interviste rabbiose, non trasformò il suo dolore in spettacolo, restò. E qui viene la parte più difficile da capire per chi guarda questa storia da fuori, perché per molti oggi restare in una situazione così sembra debolezza, ma per Anna e per tante donne della sua generazione restare aveva un altro significato.

Era una promessa fatta una volta davanti a Dio e davanti alla gente che non si rompeva. Era il senso di una parola data. Non sappiamo cosa provasse davvero nel silenzio della sua casa. Nessuno può saperlo e nessuno ha il diritto di inventarlo. Sappiamo solo cosa fece. E ciò che fece anno dopo anno fu restare al suo posto.

Mentre fuori da quella casa l’Italia stava per cambiare per sempre e il nome dei Craxi, quel nome che significava potere, stava per diventare qualcosa di molto diverso. All’inizio degli anni 90 l’Italia cambia in poche stagioni. Chi ha vissuto quegli anni se li ricorda bene. Era un tempo di paura e di rabbia. L’economia traballava.

Nell’estate del 1992 il governo arrivò persino a prelevare di notte una piccola parte dei soldi dai conti correnti degli italiani. Molti si svegliarono al mattino con qualcosa in meno in banca senza averlo deciso. C’era il terrore della mafia che proprio in quei mesi uccise i giudici Giovanni Falcone e Paolo Bursellino.

E in mezzo a tutta questa paura cominciò un’altra tempesta. cominciò con un arresto a Milano. Un uomo del Partito Socialista, Mario Chiesa, venne fermato per una tangente. Da quel primo filo i magistrati di Milano ne tirarono un altro e un altro ancora. Nacque così l’inchiesta che tutti ricorderanno con un nome, Mani Pulite.

E quell’inchiesta, mese dopo mese, arrivò sempre più vicino al vertice. Arrivò a Bettino Craxi. Nel dicembre del 1992 alivoiò il primo avviso di garanzia, poi un altro. Alla fine saranno più di 20. L’uomo che per anni aveva comandato si trovava adesso doversi difendere. E il 3 luglio del 1992 Craxi salì al centro della Camera dei Deputati e pronunciò un discorso che entrò nella storia.

non negò il finanziamento illegale del suo partito, anzi guardò l’aula e disse una frase che nessuno avrebbe dimenticato. “Buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale”, disse. E aggiunse che tutti in quell’aula lo sapevano, che se quello era un sistema criminale, allora era criminale l’intero sistema, non lui soltanto.

Su quella frase l’Italia si divise e si divide ancora oggi. Per alcuni Craxi stava dicendo una scomoda verità che gli altri tacevano. Per altri stava soltanto cercando di trascinare tutti nella sua stessa caduta. Non spetta a noi decidere chi avesse ragione, spetta ai fatti e ai tribunali che negli anni successivi lo condanneranno in via definitiva per corruzione e finanziamento illecito.

Passò quasi un anno e la tempesta non si fermò. Il 29 aprile del 1993 Craxi tornò davanti alla Camera. Quel giorno i deputati dovevano decidere se autorizzare i magistrati a procedere contro di lui. Parlò a lungo per quasi un’ora davanti a un’aula in un silenzio pesante. Alla fine quattro richieste su sei vennero respinte.

Per Craxi sembrò una piccola vittoria, ma fu una vittoria che durò poche ore perché fuori nel paese la rabbia era arrivata a un punto di non ritorno. E mentre l’uomo pubblico combatteva la sua ultima battaglia, dentro le mura di casa c’era una donna che vedeva tutto. Anna, la stessa donna che lo aveva visto salire, adesso lo vedeva cadere.

Vedeva arrivare i giornali ogni mattina come il suo cognome in prima pagina. non più accanto a parole come governo o potere, ma accanto a parole come tangenti, avvisi, processo. Vedeva le persone che un tempo si affollavano attorno al marito farsi una a una più lontane. potere. Quel potere che li aveva circondati per anni si stava ritirando come la marea e ogni giorno che passava restava sempre meno gente attorno a quel nome.

Craxi si trovò presto a combattere quasi da solo. Anna questo lo vedeva, non parlava, non si difendeva sui giornali, non diceva la sua in televisione, faceva ciò che aveva sempre fatto, restava in casa e teneva insieme la famiglia, mentre il mondo di fuori crollava pezzo dopo pezzo.

Ma il colpo più duro, quello che sarebbe rimasto impresso nella memoria di tutti gli italiani, doveva ancora arrivare e sarebbe arrivato in una sera di primavera davanti un albergo di Roma. Roma, 30 aprile del 1993 e sera. Nel centro della città c’è un albergo elegante, l’Hotel Rafael, a due passi da Piazza Navona. Da anni, quando è a Roma, Bettino Craxi vive lì.

Quella sera, fuori dall’albergo, si è radunata una folla. Non è una folla qualsiasi, è una folla arrabbiata. Sono passate poche ore da quando la Camera ha respinto quattro richieste di magistrati contro di lui e per molti italiani quella è la prova che il potere protegge se stesso. La gente aspetta, aspetta che l’uomo esca da quella porta.

Craxi lo sa. Sa che dietro l’albergo c’è un’uscita di servizio, una via di fuga. Poteva usarla. Nessuno lo avrebbe biasimato, ma sceglie di uscire dalla porta principale a testa alta davanti a tutti e appena mette piede fuori comincia. Prima le urla, poi la pioggia. Non una pioggia d’acqua, una pioggia di monetine.

Monete da 50 lire, da 100 lire, lanciate contro di lui, una dopo l’altra. E insieme alle monete, sassi, mozziconi di sigaretta, pezzi di vetro. Qualcuno agita banconote e grida: “Bettino, vuoi pure queste?” È una scena che l’Italia non aveva mai visto. Un uomo che fino a pochi anni prima era il capo del governo, colpito in strada come un ladro comune.

Craxi non corre, attraversa quella pioggia di monete, sale in macchina e la scorta lo porta via. Ma qualcosa in quella sera si è per sempre. Non solo la sua cadera, un’intera stagione della storia italiana finisce lì davanti a quell’albergo. Ora fermiamoci perché di quella sera esistono molti racconti. C’è la versione ufficiale, quella dei giornali del giorno dopo.

Un titolo su tutti resta famoso. Vergogna scrisse un grande quotidiano. Per quella parte d’Italia le monetine erano la giusta punizione di un uomo colpevole. Poi c’è una seconda versione che sarebbe emersa con gli anni. Chi la sostiene ricorda un dettaglio. Secondo quanto raccontato dal Corriere della Sera, tra la folla c’era anche un uomo politico, Teodoro Buon Tempo, arrivato con due sacchetti pieni di monete da 50 e 100 lire.

Per chi crede a questa versione, quella sera non fu un moto spontaneo di popolo, ma qualcosa di preparato, quasi una messa in scena. Anche Craxy, molto tempo dopo avrebbe definito quella sera con una parola dura, la chiamò una forma di rogo. Chi ha ragione tra queste versioni ancora oggi non è chiaro. Non spetta a noi decidere.

Ma c’è una terza cosa, una cosa di cui quella sera quasi nessuno si occupò. Perché mentre tutta l’Italia guardava l’uomo sotto la pioggia di monete, c’era una famiglia che guardava a sua volta da lontano, dalla televisione. La figlia Stefania ha raccontato molti anni dopo quel momento, ha detto che vide tutto in diretta in televisione e che poi arrivò una telefonata del padre.

Bettino, l’uomo appena colpito e umiliato davanti al paese intero, al telefono disse a sua figlia solo due parole: “Non piangere”. Fermatevi su quella scena. Da una parte c’è l’immagine pubblica, l’uomo delle monetine, il simbolo di un potere che cade. Dall’altra c’è una famiglia davanti a un televisore che vede il proprio padre e il proprio marito trattato così.

E in mezzo a quella famiglia c’è Anna. I giornali del giorno dopo raccontarono l’uomo. Nessuno raccontò cosa significasse per una moglie vedere l’uomo con cui aveva diviso la vita colpito in quel modo davanti agli occhi di tutti. Non lo sappiamo e non lo inventeremo. Sappiamo solo cosa accadde dopo, perché da quella sera per i Craxi la strada cominciò a chiudersi.

Passò meno di un anno, nella primavera del 1994 Craxi non si ricandidò. perse la protezione che come parlamentare lo aveva riparato fino a quel momento e a quel punto poteva essere arrestato. Il 12 maggio venne deciso il ritiro del suo passaporto, ma era troppo tardi. Bettino Craxi era già partito. Era già dall’altra parte del mare in una casa affacciata sulla costa della Tunisia.

Poco dopo l’Italia lo avrebbe dichiarato latitante. L’uomo più potente degli anni 80 era diventato un fuggitivo e questa volta accanto a lui in quel viaggio senza ritorno, c’era ancora lei, Anna. Hammamet è una cittadina sulla costa della Tunisia. Mare, sabbia, case bianche. Per gli italiani prima era solo un posto dove andare in vacanza.

Dal 1994 quel nome cominciò a significare un’altra cosa. Cominciò a significare l’esilio di Bettino Craxi. In una casa su una collina, l’uomo che aveva guidato l’Italia passò i suoi ultimi anni lontano da Roma, lontano da Milano, lontano da tutto ciò che era stato. E accanto a lui, in quella casa, c’era Anna.

Chi è andato a trovarli in quegli anni, ha raccontato com’era la vita là. C’era un lungo tavolo nel patio della casa. era il suo ultimo ufficio. Su quel tavolo Craxi scriveva fino alle 2:00 alle 3:00 di notte. Scriveva lettere, discorsi, appunti. Lettere che in Italia molto spesso finivano cestinate senza essere lette.

Dipingeva anche dipingeva vasi. Su alcuni di quei vasi disegnava delle lacrime con i colori della bandiera italiana, il verde, il bianco, il rosso, le lacrime di un paese, il suo che piangeva. Nel pomeriggio scendeva nel centro di Ammaet, in un piccolo caffè della Medina. Là la gente del posto lo conosceva, lo rispettava, lo chiamava Messier Craxi.

Per i tunisini era ancora un uomo importante, per l’Italia ufficialmente era un latitante. Ed è qui che comincia una battaglia diversa. Non più una battaglia nei tribunali, una battaglia sul significato di tutta questa storia. Chi era davvero Bettino Craxi? Per una parte dell’Italia era un corrotto, un uomo condannato che era scappato per non pagare.

Per un’altra parte era un capro espiatorio, un uomo colpito più di tutti gli altri per una colpa che, dicevano, era di un intero sistema. Questa battaglia non è mai finita, va avanti ancora oggi a più di 20 anni dalla sua morte. E in mezzo a questa battaglia, sempre più spesso, restava sola una figura, quella di sua moglie, perché mentre l’Italia discuteva, litigava, si divideva sul nome di Craxi, Anna era là nella casa sulla collina, a vivere giorno per giorno la parte più semplice e più dura di tutta la vicenda. L’attesa. L’attesa

di un permesso per tornare, l’attesa di una parola da Roma che dicesse che quell’uomo malato poteva rientrare in Italia a curarsi. Perché Craxi in quegli anni si era ammalato gravemente e quella parola, quel permesso non arrivava. Arriviamo così a una notte precisa, l’ultima notte del 1999, la notte di San Silvestro, il capodanno che chiudeva il secolo.

Anna lo ha raccontato molti anni dopo con parole semplici. Erano lì tutti e due davanti alla televisione in quella casa di Ammamet. Bettino aspettava. aspettava il messaggio di fine anno del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Era convinto, quasi certo, che quella sera il presidente avrebbe parlato di un’amnistia, di un perdono.

Era l’anno del giubileo, l’anno santo. E nei giubilei, pensava lui, un perdono era sempre arrivato. Quella sera Bettino aspettava la sua ultima speranza. Il presidente parlò, ma non disse nulla di tutto questo. Nessuna amnistia, nessun perdono. Anna ha raccontato che a quel punto suo marito si alzò e lasciò la stanza.

Aveva capito, non sarebbe tornato in Italia da uomo libero. Poche settimane dopo quella notte, il 19 gennaio del 2000, Bettino Craxi morì in quella casa, lontano dalla sua Italia. E accanto a lui, fino all’ultimo respiro, c’era ancora la stessa donna. quella che c’era sempre stata. Anna Bettino Claxi riposa in un piccolo cimitero cristiano ad Amamet, non a Milano la sua città, non in Italia il paese che aveva guidato, ma là dall’altra parte del mare.

Ogni anno, il 19 gennaio, davanti a quella tomba arrivano delle persone. Vecchi compagni, amici, semplici cittadini. Vengono dall’Italia, attraversano il mare per ricordarlo. Anna una volta ha detto una frase semplice su quel giorno. Ha detto che con gli anni davanti a quella tomba sono sempre di più. Il rumore intanto si è spento.

Le urla di quella sera di Roma, le monetine, i titoli dei giornali. Tutto questo appartiene ormai al passato e quando il rumore tace resta una domanda. La domanda da cui siamo partiti. Perché Anna è rimasta? Poteva tornare dopo la morte del marito. Nessuno glielo impediva più. Anzi, con gli anni l’Italia cominciò persino a guardare quella storia in modo diverso.

Nel 2010, 10 anni dopo la morte di Bettino, arrivò da Roma quel messaggio del presidente della Repubblica. Le parole ufficiali riconoscevano che Kraxi era stato trattato con una durezza senza uguali. Molti pensarono che a quel punto la vedova sarebbe tornata, che avrebbe rivisto la sua Milano, la sua gente, la sua terra. Non lo fece.

Rimase là nella casa sulla collina, la stessa casa dove il marito aveva passato gli ultimi anni, la stessa casa da cui ancora oggi si vede il mare e oltre il mare lontano l’Italia. Anna non ha mai spiegato con grandi parole la sua scelta. Ha detto solo cose semplici che vive nella loro casa con la pensione da parlamentare del marito, che lui era un uomo di parola.

Forse è tutto qui. Forse una donna che aveva dato la sua parola una volta. A 19 anni ha semplicemente continuato a mantenerla anche quando l’uomo a cui l’aveva data non c’era più. Anche quando restare significava vivere lontana da tutto ciò che aveva conosciuto. C’è un’immagine in questa storia che resta più di ogni altra.

Una donna anziana, sola in una casa su una collina straniera che guarda il mare e oltre il mare una terra dove potrebbe tornare quando vuole e che semplicemente sceglie di non tornare. Ha seguito quell’uomo quando era il più potente d’Italia, lo ha seguito quando l’Italia gli ha voltato le spalle. Lo ha seguito nell’esilio fino all’ultima notte.

E anche adesso che lui non c’è più, non lo ha lasciato, è rimasta accanto a lui dall’altra parte del mare, continuando a guardare ogni giorno verso casa. M.

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