Roma, primavera del 1979. In un elegante appartamento del quartiere Parioli, dove le persiane veneziane filtravano la luce del tramonto, si consumava un incontro che avrebbe potuto riscrivere la storia della prima repubblica italiana. Lei aveva 32 anni, capelli corvini raccolti in una coda severa, occhi che tradivano un’intelligenza pericolosa.
Lui, Licio Gelly, il venerabile maestro della loggia massonica P2, l’uomo che teneva nelle sue mani i fili del potere italiano, la guardava con un’intensità che andava oltre il desiderio carnale. Sul tavolino di Mogano, tra due tazze di caffè ormai freddo, giacevano documenti che nessun magistrato avrebbe mai dovuto vedere: liste di nomi, conti bancari svizzeri, piani per destabilizzare il governo.
Ma quello che nessuno sapre mai è che quella donna non era solo la sua amante, era la sua confidente, la sua archivista segreta, la custode di segreti che avrebbero potuto far crollare l’intera classe dirigente italiana. Chi era veramente questa misteriosa figura che condivideva il letto e i complotti del più potente burattinaio d’Italia? Perché il suo nome è stato cancellato da tutti i verbali, da tutte le inchieste, da tutti i documenti ufficiali sulla P2 e soprattutto cosa sapeva esattamente e dove sono finiti i suoi diari dopo la sua morte improvvisa e mai chiarita nel
- Per comprendere questa storia d’amore e di potere, dobbiamo tornare indietro di oltre 40 anni agli anni in cui Licio Gelli costruiva il suo impero nell’ombra. Era il periodo più convulso della storia italiana del dopoguerra. Gli anni di piombo insanguinavano le strade, le stragi di stato seminavano terrore.
I servizi segreti giocavano partite sporche con la mafia e con la CIA. In questo caos orchestrato, Jelly si muoveva come un ragno al centro della sua tela, tessendo alleanze impossibili tra generali golpisti, boss mafiosi, banchieri senza scrupoli e politici corrotti. La loggia P2 non era una semplice associazione massonica, era uno stato nello Stato, un governo parallelo che decideva le sorti dell’Italia nelle sue riunioni segrete, lontano dagli occhi del Parlamento e della magistratura, ma anche l’uomo più potente ha suoi momenti di debolezza. E
licio Jelly, nonostante la sua facciata di freddo calcolatore, nascondeva un segreto che lo rendeva vulnerabile. Era disperatamente innamorato, non della moglie legittima Vanda, che viveva nella villa di Arezzo Ignara, o forse complice silenziosa delle sue attività. No, il suo cuore batteva per un’altra donna, una che aveva incontrato in circostanze che ancora oggi restano avvolte nel mistero.
Secondo alcune testimonianze mai confermate ufficialmente, i due si sarebbero conosciuti a Ginevra nel 1976, durante uno di quei convegni internazionali che servivano da copertura per ben altri incontri. Lei lavorava come interprete, parlava perfettamente italiano, francese, inglese e tedesco.
Una donna colta, raffinata, con un passato nebuloso che alcuni volevano legato ai servizi segreti francesi, altri al Mossad israeliano. Il suo fascino non era quello evidente delle starlette che popolavano i salotti romani dell’epoca. Era qualcosa di più sottile, più pericoloso, l’intelligenza di chi capisce i meccanismi del potere, la capacità di ascoltare nel modo giusto, di fare le domande giuste al momento giusto.
Jelly se ne innamorò perdutamente. Per un uomo abituato a controllare tutto e tutti, questo sentimento doveva essere al tempo stesso inebriante e terrificante. Le loro conversazioni, secondo quanto raccontato da un ex collaboratore del Venerabile, in un’intervista concessa poco prima della sua morte e mai pubblicata, andavano ben oltre i convenevoli amorosi.
Parlavano di filosofia, di strategia politica, di storia. Lei aveva una mente brillante e Jelly, narcisista come tutti i grandi manipolatori, amava sentirsi compreso da qualcuno che fosse alla sua altezza intellettuale. Ma c’era dell’altro. La donna iniziò presto a svolgere un ruolo molto più importante di quello di semplice amante.
Jelly le affidava compiti delicati: consegnare documenti, organizzare incontri riservati. tenere i contatti con alcuni dei membri più importanti della P2 quando lui non poteva muoversi personalmente. In pratica divenne la sua assistente nell’ombra, l’unica persona oltre a lui a conoscere tutti i dettagli della ragnatela che aveva tessuto.
Una scelta incredibilmente pericolosa per un uomo del suo calibro, abituato a non fidarsi di nessuno. Cosa l’aveva spinto a correre un rischio simile? Forse l’amore, quello vero e accecante, o forse qualcosa di più calcolato, la necessità di avere qualcuno che potesse portare avanti i suoi piani nel caso gli fosse successo qualcosa.
Ricordiamoci che Jelly viveva in un mondo dove gli incidenti fatali erano all’ordine del giorno, dove chi sapeva troppo finiva spesso in fondo a un lago o vittima di inspiegabili suicidi. aveva bisogno di una scatola nera, un archivio vivente delle sue operazioni e aveva scelto proprio lei.
Gli incontri tra i due avvenivano sempre in luoghi diversi, mai prevedibili, a volte in quell’appartamento del Parioli, intestato a una società di comodo, altre volte in ville isolate sulle colline umbre o in alberghi discreti della Svizzera italiana. Jelly era paranoico, cambiava continuamente i suoi spostamenti, usava identità false autointestate ad altri, eppure con lei abbassava la guardia, le permetteva di entrare nel suo mondo segreto, di vedere i documenti che custodiva nelle sue varie cassette di sicurezza sparse per mezza Europa.
Nell’appartamento romano, protetto da porte blindate e sistemi di allarme sofisticati per l’epoca, la donna trascorreva ore a catalogare informazioni che avrebbero fatto tremare le fondamenta dello Stato italiano. Non era solo una questione sentimentale. Lei possedeva una memoria fotografica straordinaria e capacità organizzative che Jelly aveva imparato ad apprezzare.
Mentre lui orchestrava colpi di stato mancati e trame internazionali, lei annotava tutto in quaderni dalla copertina nera, scritti in un codice personale che mescolava lingue diverse e simboli massonici. Questi diari, secondo testimonianze frammentarie, contenevano dettagli esplosivi.
I nomi dei politici corrotti con le relative tangenti, le connessioni tra la P2 e il golpe borghese del 1970, i legami con la strage di Piazza Fontana, le riunioni segrete con Michele Sindona prima del suo arresto. Ma chi proteggeva questa donna? Chi garantiva che nessuno dei tanti nemici di Gelly decidesse di eliminare quella che era diventata la custode dei suoi segreti più pericolosi? La risposta a questa domanda ci porta nel cuore oscuro dei servizi segreti italiani di quegli anni.
Alcuni documenti desecretati negli anni 2000 suggeriscono che la donna godesse di una protezione speciale, una sorta di immunità che proveniva dall’alto. Il generale Pietro Musumeci, capo del sismi e membro della P2, avrebbe dato ordini precisi ai suoi agenti. Quella donna non doveva essere toccata, non doveva essere seguita, non doveva nemmeno apparire nei rapporti di sorveglianza.
Era come se non esistesse ufficialmente un fantasma che si muoveva liberamente nel mondo sotterraneo del potere italiano. Eppure qualcuno la osservava. Nel 1980, quando lo scandalo P2 stava per esplodere e la Guardia di Finanza si preparava a perquisire la villa di Gelly ad Arezzo, misteriosi visitatori iniziarono a interessarsi alla donna.
Un vicino dell’appartamento del Parioli, intervistato anni dopo da un giornalista freelance il cui articolo non venne mai pubblicato, raccontò di aver visto uomini in auto scure sostare per ore davanti al palazzo. Non sembravano poliziotti né finanzieri. Si muovevano con la disciplina di militari o agenti speciali. Chi erano? Proteggevano la donna o la sorvegliavano per eliminarla al momento opportuno? La notte tra il 17 e il 18 marzo 1981 rappresentò il momento cruciale.
Mentre i finanzieri facevano irruzione nella villa la dignità di Arezzo, sequestrando documenti, liste di affiliati e corrispondenza compromettente, Licio Gelly era già fuggito, ma prima di sparire, secondo ricostruzioni mai confermate ufficialmente, fece una cosa sorprendente. chiamò lei una telefonata breve, criptica, fatta da una cabina pubblica sulla Via Cassia.
Le disse solo tre parole in francese. Un codice che avevano stabilito per le emergenze. Significavano distruggi tutto, sparisci, ti contatterò io la donna obbedì solo parzialmente. Alcune fonti sostengono che quella stessa notte bruciò documenti nell’appartamento del Parioli, riempiendo l’aria di cenere e odore di carta carbonizzata, ma non distrusse tutto.
I quaderni neri, il cuore pulsante di quell’archivio segreto, vennero nascosti in un luogo sicuro. Dove esattamente? Questo rimane uno dei misteri più fitti di tutta la vicenda P2. C’è chi parla di una cassetta di sicurezza in una banca svizzera, chi di un convento nelle Marche dove aveva trascorso parte dell’infanzia, chi addirittura di una cripta familiare in un cimitero della periferia romana.
Dopo quella notte la donna scomparve dalla circolazione, non nel senso letterale del termine. Continuava a vivere, a muoversi, ma era diventata invisibile al sistema. Non risultava in nessun registro, non aveva più un indirizzo fisso, usava documenti falsi. Per oltre 2 anni, mentre l’Italia veniva scossa dallo scandalo P2 e Gelly, latitava tra Svizzera e Sudamerica, lei visse come un fantasma.
Alcuni sostengono che si fosse rifugiata in Francia, altri che avesse trovato protezione in Vaticano attraverso contatti che risalivano agli anni giovanili. Una testimonianza particolarmente intrigante viene da un ex carabiniere del Ross che negli anni 90 sotto copertura infiltrò alcuni ambienti neofascisti romani.
Quest’uomo raccontò in forma anonima di aver sentito parlare di una signora del Venerabile che viveva sotto falso nome in un appartamento nei pressi di San Pietro, protetta da prelati legati alla massoneria ecclesiastica. Durante questo periodo di latitanza volontaria, Jelly e la sua amante riuscirono comunque a mantenere i contatti, non direttamente, ovviamente usavano intermediari fidatissimi, sistemi di comunicazione elaborati che coinvolgevano annunci cifrati sui giornali, lettere spedite committenti falsi, persino messaggi nascosti in
fotografie inviate per posta. L’amore tra i due, temprato dalla clandestinità e dal pericolo, sembrava essersi rafforzato, invece che spezzarsi. Nelle rare testimonianze di chi li vide insieme in quegli anni, emerge un’immagine sorprendente, non più solo l’uomo di potere e la sua amante, ma due complici legati da un vincolo quasi morboso, due anime dannate che si erano scelte e che ora erano condannate a vivere ai margini del mondo legale.
Ma come faceva Jelly affidarsi così ciecamente? Non temeva che lei sotto pressione potesse tradirlo consegnando i quaderni neri alla magistratura in cambio di immunità. La risposta a questa domanda ci porta nel territorio più oscuro della psicologia del potere. Secondo uno psichiatra che negli anni 2000 analizzò il profilo di Gelly per uno studio mai pubblicato, il venerabile era un narcisista patologico contratti da sociopatico, ma anche un uomo capace di attaccamenti ossessivi verso poche persone scelte. Quella donna
rappresentava per lui non solo un amante o una collaboratrice, era lo specchio nel quale vedeva riflessa la propria grandezza. l’unica persona che veramente comprendeva la portata del suo genio manipolatorio. Tradirlo avrebbe significato per lei negare se stessa e Jelly lo sapeva. Nel 1983 accadde qualcosa che cambiò gli equilibri.
Jelly venne arrestato in Svizzera mentre tentava di prelevare una fortuna dal conto della banca Ambrosiano. La cattura del burattinaio fece notizia in tutto il mondo, ma mentre i giornalisti e gli investigatori si concentravano su di lui, nessuno si accorse che una donna misteriosa si presentò più volte al carcere di Ginevra, chiedendo colloqui che le vennero sempre negati.
era lei oppure qualcun altro che agiva per suo conto. I registri delle visite al carcere di Champdollon mostrano effettivamente il nome di una donna italiana, ma con un’identità che risultò poi essere falsa, un dettaglio che nessun giornale riportò mai, sepolto negli archivi giudiziari svizzeri. L’arresto di Gelly in Svizzera avrebbe dovuto segnare la fine della sua influenza.
Eppure il venerabile continuava a muovere pedine invisibili dalla sua cella. Gli avvocati che lo assistevano riferivano di istruzioni precise, di messaggi da recapitare a persone specifiche, di ordini che dovevano essere eseguiti con tempistiche millimetriche. Chi coordinava realmente questa rete di comunicazioni dall’esterno? La risposta più probabile porta ancora una volta a lei, la donna ombra che nessuno riusciva a identificare con certezza.
Alcuni investigatori svizzeri, leggendo tra le righe dei rapporti di sorveglianza, notarono un particolare curioso. Diversi avvocati di Gelly ricevevano telefonate da una voce femminile che parlava un italiano perfetto, ma con una leggera inflessione straniera impossibile da collocare geograficamente. Le chiamate provenivano sempre da cabine telefoniche diverse sparse tra Ginevra, Lugano e alcune città francesi di confine.
Ma cosa stava realmente organizzando in quegli anni? Le indagini giudiziarie italiane sulla P2 procedevano a rilento, ostacolate da depistaggi, documenti scomparsi, testimoni che improvvisamente perdevano la memoria o morivano in circostanze sospette. Nel 1984 un magistrato particolarmente determinato, il cui nome rimane coperto da segreto istruttorio in alcuni documenti ancora seati, si convinse dell’esistenza di un archivio parallelo a quello sequestrato ad Arezzo.
Qualcuno da qualche parte custodiva i veri segreti della P2, quelli che potevano ancora danneggiare i potenti. Le sue indagini lo portarono a ipotizzare l’esistenza di una donna molto vicina a Gelly, ma ogni volta che sembrava stringere il cerchio, le tracce svanivano come nebbia al sole. Testimoni che avevano accettato di parlare si rimangiavano tutto.
Documenti bancari sparivano dagli archivi. Intercettazioni telefoniche venivano casualmente cancellate per problemi tecnici. C’era qualcuno ai vertici dello Stato che proteggeva attivamente quella donna? Oppure era semplicemente così abile da muoversi sempre un passo avanti rispetto agli investigatori? La verità probabilmente stava nel mezzo.
Lei possedeva informazioni che potevano distruggere carriere politiche ancora in corso, smascherare intrecci tra criminalità organizzata e istituzioni, rivelare connivenze tra servizi segreti italiani e stranieri. in altre parole, deteneva quella che nel gergo dell’intelligence si chiama polizza assicurativa, materiale così compromettente che garantiva la sua incolumità, perché renderlo pubblico avrebbe significato far crollare l’intero sistema.
Durante la detenzione svizzera di Gelly, avvenuta tra il 1983 e il 1985, quando riuscì rocambolescamente a evadere, la donna iniziò a tessere una rete propria. Non era più solo la custode passiva dei segreti altrui, ma stava diventando un’attrice autonoma del grande teatro dell’Occulto potere italiano. Alcune fonti, di cui è impossibile verificare l’attendibilità completa, parlano di suoi incontri con esponenti della nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, con boss della mafia siciliana, persino con membri dei
servizi segreti francesi. Cosa offriva in cambio di protezione e sostegno? presumibilmente informazioni contenute nei quaderni neri, dosate con intelligenza strategica, mai rivelate completamente, ma sufficienti a dimostrare che possedeva materiale esplosivo. Un episodio particolarmente significativo, ricostruito attraverso testimonianze indirette, si verificò nell’estate del 1984.
A Parigi, in un elegante appartamento del Marais, si tenne un incontro tra la donna e un alto funzionario del Sismi che ufficialmente si trovava nella capitale francese per tutt’altre ragioni. L’incontro durò meno di un’ora, ma quando il funzionario uscì, secondo quanto riferì anni dopo a un collega che poi lo raccontò sotto anonimato, aveva il volto pallido e le mani tremanti.
La donna gli aveva mostrato fotografie, presumibilmente copie di documenti originali custoditi altrove, che provavano il suo coinvolgimento personale in operazioni illegali risalenti agli anni di piombo. Il messaggio era chiaro: “Non provate a toccarmi perché ho abbastanza materiale per portarvi tutti alla rovina”.
Questa strategia della deterrenza funzionò perfettamente per anni. La donna visse in una sorta di limbo giuridico ufficialmente inesistente, ma realmente molto attiva. Si spostava con libertà tra Italia, Svizzera e Francia, utilizzando documenti che risultavano sempre in regola quando venivano controllati, come se qualcuno dall’alto garantisse che i suoi passaggi di frontiera non venissero mai ostacolati.
Nel frattempo Jelly era evaso dalla Svizzera nell’estate del 1985 in circostanze che ancora oggi sollevano interrogativi. Ufficialmente approfittò di un permesso di uscita dal carcere per cure mediche, ma la facilità con cui riuscì a dileguarsi fa pensare a complicità ad alto livello.
E indovinate chi fu una delle prime persone che Jelly contattò una volta tornato in libertà? I due si incontrarono in Uruguay nel 1986 in una villa sulla costa atlantica che apparteneva a un imprenditore italiano legato alla P2. Fu una riunione quasi coniugale dopo anni di separazione forzata. Testimoni riferiscono di averli visti passeggiare sulla spiaggia, abbracciati come una coppia qualsiasi, lontani dalle tensioni e dai pericoli del mondo che avevano lasciato alle spalle.
Ma erano davvero al sicuro. L’intelligence israeliana, quella americana, persino i servizi segreti sovietici avevano interesse a sapere cosa contenessero quegli archivi segreti. La guerra fredda era ancora in corso e le informazioni detenute da Gelly e dalla sua amante riguardavano operazioni NATO, strategie di contenimento del comunismo, trame golpiste sostenute dalla CIA.
In altre parole, materiale di interesse strategico internazionale. Durante quel periodo sudamericano la donna iniziò a compilare qualcosa di nuovo, non più solo annotazioni e documenti, ma una sorta di memoriale personale. Scriveva di notte nella villa uruguayana, mentre Jelly dormiva o partecipava a riunioni con esuli fascisti e trafficanti d’armi.
scriveva della loro storia d’amore impossibile, delle trame cui aveva assistito, dei potenti che aveva conosciuto, delle morti sospette che aveva visto da vicino. stava forse preparando la sua assicurazione finale, un documento che sarebbe stato pubblicato solo in caso di sua morte violenta, oppure era semplicemente il bisogno di una donna, ormai non più giovane di lasciare una testimonianza della sua vita straordinaria e terribile.
Nessuno lo sa con certezza, perché quel memoriale, se davvero esistette, non è mai stato trovato, o almeno non ufficialmente. Circolano voci insistenti nell’ambiente del giornalismo investigativo ed italiano di un manoscritto di oltre 500 pagine che sarebbe custodito in una cassetta di sicurezza a Zurigo con istruzioni di renderlo pubblico solo 30 anni dopo la morte della donna.
Se queste voci fossero vere, il materiale diventerebbe accessibile proprio in questi anni. Ma fino ad oggi nessun documento del genere è emerso. È possibile che sia solo una leggenda metropolitana, l’ennesima suggestione nata intorno alla figura mitica di Licio Gelly. Oppure qualcuno ha già messo le mani su quel manoscritto e ha deciso di farlo sparire per sempre.
Nel 1988, mentre l’Italia viveva gli ultimi anni della prima repubblica ignara del terremoto giudiziario che l’avrebbe travolta di lì a poco, Jelly e la sua compagna decisero di rientrare in Europa, non in Italia ovviamente, dove sul venerabile pendevano ancora mandati di cattura e processi in corso, ma nella più accogliente riviera francese.
si stabilirono in una villa nei pressi di Nizza, intestata a una società panamense i cui reali proprietari erano impossibili da identificare. La proprietà era circondata da mura alte, telecamere di sorveglianza sofisticate per l’epoca e custodita da guardie private che secondo alcuni, erano ex membri dei servizi segreti sudafricani.
Perché tanta sicurezza? Cosa temevano realmente? La risposta arrivò nell’autunno di quello stesso anno, quando un tentativo di effrazione venne sventato all’ultimo momento. Gli intrano comuni ladri, si muovevano con precisione militare, avevano attrezzature per scassinare casse forti e soprattutto sembravano sapere esattamente dove cercare.
Volevano i documenti, gli archivi, i quaderni neri. Chi li aveva inviati? Le indagini della polizia francese, stranamente superficiali, si chiusero nel giro di poche settimane senza identificare i responsabili, ma un rapporto riservato della direction della surveillance du territoire, il servizio di controspionaggio francese desecretato solo nel 2017 rivela dettagli inquietanti.
Gli aggressori parlavano italiano con accento settentrionale. Uno di loro era stato riconosciuto come ex appartenente ai servizi segreti militari italiani e l’operazione aveva tutte le caratteristiche di un’azione di intelligence professionale. Qualcuno a Roma voleva disperatamente mettere le mani su quei documenti, ma Gelly e la sua compagna erano preparati a ogni even.
Dopo l’attacco trasferirono i materiali più compromettenti in un luogo ancora più sicuro e secondo testimonianze frammentarie ne depositarono delle copie presso tre diversi notai europei con l’istruzione di renderle pubbliche in caso di morte violenta di entrambi. Era il sistema della chiave morta usato da spie informatori per garantirsi protezione.
Se qualcosa ci succede, tutto viene alla luce. un deterrente efficace che garantì loro tranquillità per diversi anni. In quel periodo la donna iniziò a mostrare segni di stanchezza, non fisica, ma psicologica. Aveva vissuto per oltre un decennio nell’ombra, sempre in fuga, sempre guardandosi alle spalle, custodendo segreti che pesavano come macigni sulla coscienza.
Alcuni conoscenti di quegli anni, intervistati molti anni dopo, raccontano di una donna cambiata. Il fascino e l’intelligenza erano rimasti intatti, ma negli occhi c’era qualcosa di spento, una malinconia profonda che nessuna ricchezza o sicurezza poteva cancellare. Parlava sempre meno, trascorreva ore a guardare il mare dalla terrazza della villa, fumava sigarette francesi una dietro l’altra.
Jelly, dal canto suo, invecchiava, ma non perdeva la sua natura di cospiratore. Continuava a ricevere visite misteriose, a fare telefonate in codice, a tramare nuovi affari che mescolavano armi, politica e finanza. Il crollo del muro di Berlino nel 1989 e la fine della guerra fredda cambiarono radicalmente lo scenario geopolitico.
Molti dei segreti custoditi negli archivi di Gelly perdevano improvvisamente di valore strategico. Chi si interessava ancora dei piani golpisti degli anni 70, quando l’Unione Sovietica non esisteva più e il comunismo italiano si stava trasformando in qualcosa di completamente diverso. Eppure alcuni di quei documenti mantenevano intatto il loro potere distruttivo, le liste dei finanziamenti illeciti ai partiti, i nomi dei magistrati e dei politici corrotti, le prove dei legami tra P2 e stragi terroristiche.
Questo materiale restava pericolosissimo per molte persone che nel frattempo erano salite ai vertici delle istituzioni. Nel 1991, mentre in Italia esplodeva lo scandalo Tangentopoli che avrebbe spazzato via l’intera classe politica della prima repubblica, Gelly ricevette una proposta allettante: tornare in patria in cambio della consegna di parte dei suoi archivi alla magistratura.
L’offerta, secondo quanto trapelò anni dopo da ambienti giudiziari, venne veicolata attraverso intermediari di altissimo livello, probabilmente esponenti dei servizi segreti che agivano su mandato politico. La donna si oppose con forza a qualsiasi tipo di negoziato. Per lei cedere anche solo una parte di quei documenti significava perdere l’unica protezione che avevano, diventare vulnerabili, esporsi alla vendetta di chi nei decenni aveva prosperato proprio grazie al loro silenzio.
La discussione tra i due, secondo un testimone che all’epoca lavorava come giardiniere nella villa e che anni dopo raccontò alcuni dettagli a un giornalista locale, fu aspra e dolorosa. Per la prima volta in tutti quegli anni Jelly e la sua compagna si trovarono su posizioni opposte. Lui, ormai vecchio e stanco, forse tentato dall’idea di poter trascorrere gli ultimi anni in Italia invece che dalla Titante.
Lei, irremovibile, convinta che cedere anche solo 1 cm significasse la fine per entrambi. Alla fine prevalse la posizione della donna e Jelly rifiutò ogni negoziato con le autorità italiane. Fu una decisione che probabilmente gli salvò la vita, perché di lì a poco diversi pentiti e collaboratori di giustizia morirono in circostanze mai chiarite, come se qualcuno stesse sistematicamente eliminando chi deteneva informazioni scomode.
Ma la salute della donna iniziava a declinare. Nel 1992 le venne diagnosticato un tumore, un male silenzioso che la stava consumando dall’interno. Rifiutò le cure aggressive che i medici le proponevano, preferendo trattamenti palliativi che le permettessero di mantenere lucidità mentale. Sapeva di non avere molto tempo e quello che le restava voleva dedicarlo a mettere in ordine la sua eredità segreta.
trascorse mesi a riorganizzare i documenti, a creare copie di sicurezza, a scrivere istruzioni dettagliate su cosa fare con quel materiale dopo la sua morte. Jelly assisteva impotente a questo declino e per la prima volta nella sua vita il grande burattinaio si trovava di fronte a qualcosa che non poteva controllare né manipolare, la morte dell’unica persona che aveva veramente amato.
Gli ultimi mesi del 1993 furono strazianti. La donna, ormai ridotta a un’ombra di sé stessa, continuava ostinatamente a lavorare sui suoi archivi, come se mettere ordine in quei documenti fosse l’ultima missione della sua vita. Dettava a Gelly disposizioni precise. Questo va consegnato al tal giornalista. Se succede questa cosa, quello va fatto avere a quel magistrato se si verifica quella condizione.
Quest’altro deve rimanere segreto per almeno 30 anni. Era un testamento politico complesso quanto quello di un capo di stato e forse, in un certo senso, lo era davvero, perché quella donna aveva vissuto nell’ombra del potere per così tanto tempo da esserne diventata parte integrante. La morte arrivò in una fredda mattina di febbraio del 1994.
La donna si spense nella camera da letto della villa di Nizza con Gelly che le teneva la mano. Ufficialmente, secondo il certificato di morte redatto da un medico locale, fu un’insufficienza cardiaca conseguente alla malattia oncologica che la affliggeva da tempo. Ma alcuni dettagli di quella mattina non tornano e hanno alimentato per anni sospetti e interrogativi mai risolti.
Il medico che firmò il certificato, un professionista stimato della comunità italiana di Nizza, morì 3 anni dopo in un incidente stradale che gli investigatori francesi archiviarono come semplice fatalità. Prima di morire, però aveva confidato a un collega alcune perplessità su quella morte.
Il corpo presentava segni che non erano del tutto compatibili con un decesso naturale, ma quando aveva provato a sollevare la questione era stato invitato con fermezza a lasciar perdere. Il funerale fu una cerimonia privata, quasi clandestina. Nessun annuncio sui giornali, nessuna partecipazione di parenti che del resto sembravano non esistere o erano stati tenuti deliberatamente all’oscuro.
Oltre a Gelli erano presenti solo tre persone. Un avvocato svizzero che aveva gestito alcune delle questioni finanziarie della coppia, un uomo anziano che nessuno riuscì mai a identificare con certezza e una donna sulla cinquantina che potrebbe essere stata una sorella. o una cugina. La salma venne cremata immediatamente dopo la cerimonia, le ceneri affidate a Gelly che le fece trasportare in Italia e disperdere in un luogo che non rivelò mai a nessuno.
Perché tanta fretta nella cremazione? forse semplicemente per rispettare le volontà della defunta oppure per eliminare ogni possibilità di una futura autopsia che avrebbe potuto rivelare dettagli imbarazzanti. Nei giorni successivi alla morte accaddero cose strane. La villa di Nizza venne perquisita dalla polizia francese con un mandato che parlava genericamente di verifica fiscale, ma gli agenti si comportarono come se stessero cercando qualcosa di molto specifico.
Aprirono casse forti, smontarono pannelli delle pareti, controllono persino il giardino con metal detector. non trovarono nulla di rilevante, o almeno questo è quanto risulta dai verbali ufficiali. Jelly assistette impassibile a quella perquisizione con il suo solito sorriso enigmatico stampato sul volto.
Aveva già messo al sicuro tutto quello che contava, seguendo probabilmente le istruzioni che la compagna gli aveva lasciato prima di morire. Ma dove erano finiti i famosi quaderni neri e tutti gli altri documenti? Questa domanda tormentò gli investigatori italiani per anni. Alcune fonti sostengono che Gelly li avesse fatti trasferire in Argentina, nascosti in una estancia nella pampa che apparteneva a vecchi camerati dei tempi della guerra.
Altri parlano di una banca nelle isole Can, altri ancora di un monastero in Grecia. dove il venerabile aveva stabilito contatti durante i suoi anni di latitanza. La verità è che nessuno lo sa con certezza e forse questo era esattamente lo scopo, creare così tante false piste che sarebbe stato impossibile seguirle tutte.
Jelly, dopo la morte della compagna, cambiò. Chi lo conobbe in quegli anni parla di un uomo improvvisamente invecchiato, come se avesse perso la voglia di combattere. continuava a vivere tra Francia e Sudamerica, evitando accuratamente l’Italia dove lo aspettavano ancora processi e condanne. Ma l’antico fuoco si era spento, non organizzava più trame, non tesseva più complotti, sembrava essersi ritirato in una sorta di esilio interiore.
Riceveva ancora visite occasionali di vecchi affiliati alla P2, ma gli incontri erano brevi e sempre meno frequenti. trascorreva le giornate leggendo, scrivendo memorie che non avrebbe mai pubblicato, guardando fotografie di una donna che il mondo non aveva mai conosciuto veramente. Nel 1997 accadde qualcosa di significativo.
Un editore francese specializzato in saggi storici venne contattato da un intermediario che proponeva la pubblicazione di un libro esplosivo. le memorie di una donna molto vicina al liceo Gelly con documenti inediti sulla P2 e rivelazioni clamorose sui misteri italiani degli ultimi 30 anni. L’editore, incuriosito, accettò di incontrare l’intermediario in un caffè di Parigi.
L’uomo si presentò con una cartella contenente un campione del materiale. 50 pagine datilo scritte che raccontavano in dettaglio alcuni episodi fino ad allora sconosciuti con allegati fotocopie di documenti che sembravano autentici. L’editore rimase sconvolto dalla qualità e dall’esplosività del materiale e chiese tempo per riflettere sulla proposta.
Ma quando tre giorni dopo tornò al secondo appuntamento, l’intermediario non si presentò. Tutte le telefonate rimasero senza risposta. L’indirizzo che aveva fornito risultò falso e di quell’uomo non si seppe più nulla. Cosa era successo? Chi aveva bloccato quella pubblicazione? L’editore, intervistato anni dopo per un documentario televisivo mai andato in onda, sostenne di aver ricevuto pressioni molto forti affinché lasciasse perdere quella storia.
pressioni che provenivano non da ambienti criminali o estremisti, ma da canali istituzionali, quasi diplomatici. Gli fu fatto capire con chiarezza che pubblicare quel materiale avrebbe avuto conseguenze molto serie per la sua casa editrice e per lui personalmente. impaurito, decise di non insistere e le 50 pagine che aveva ricevuto finirono in un cassetto della sua scrivania, dove rimasero per anni prima di essere distrutte in un trasloco.
Ma chi era stato veramente a proporre quella pubblicazione? Era un tentativo di qualcuno di portare finalmente alla luce la verità oppure una manovra più sottile per testare le reazioni e capire chi si sarebbe mosso per impedire la diffusione di quelle informazioni. C’è una terza ipotesi più inquietante che fosse stato lo stesso Jelly a orchestrare quella finta proposta editoriale per verificare se il sistema di protezione creato dalla sua compagna morta funzionava ancora.
se c’erano ancora persone ai vertici disposte a intervenire per mantenere sepolti quei segreti. Nel frattempo in Italia esplodevano nuovi scandali e inchieste giudiziarie. Tangentopoli aveva spaz la vecchia classe politica, ma le ombre della P2 continuavano ad allungarsi sulla seconda repubblica.
Ogni tanto riemergevano legami, connessioni, affiliazioni che dimostravano come la loggia di Gelly avesse davvero tessuto una ragnatela che aveva intrappolato l’intero sistema paese. Eppure, nonostante decine di processi, centinaia di testimonianze, migliaia di documenti sequestrati, c’erano ancora pezzi del puzzle che mancavano e molti di quei pezzi mancanti erano probabilmente custoditi negli archivi segreti che la donna aveva organizzato prima di morire.
Jelly tornò finalmente in Italia nel 1998, arrestato all’aeroporto di Fiumicino, mentre rientrava da uno dei suoi viaggi sudamericani. Aveva 82 anni, era stanco e forse aveva deciso che era arrivato il momento di affrontare la giustizia italiana, invece di continuare a fuggire. venne condannato in vari processi, ma per la sua età avanzata scontò la pena agli arresti domiciliari nella sua villa di Arezzo.
In quegli anni molti giornalisti tentarono di intervistarlo, di fargli raccontare i segreti della P2, di scoprire cosa fosse realmente accaduto negli anni di piombo. ell parlava volentieri, ma sempre in modo ambiguo, criptico, lasciando intuire più di quanto dicesse esplicitamente. Non menzionò mai la donna, non una sola volta.
Era come se quella parte della sua vita fosse sigillata in un compartimento della memoria al quale nessuno poteva accedere. Gli ultimi anni di vita di Licio Gelly, trascorsi nella villa Aretina, sotto sorveglianza, ma in relativo comfort, furono segnati da un silenzio ostinato su alcuni temi specifici. Ogni volta che qualcuno provava a indagare sulla sua vita privata, sulle sue relazioni sentimentali, sui suoi anni di latitanza, il vecchio venerabile si chiudeva come un’ostrica.
Parlava volentieri di massoneria, di politica, persino di alcune operazioni della P2, ma su quella donna che era stata al suo fianco per quasi 20 anni nemmeno una parola. Questo silenzio assoluto insospettì diversi investigatori e giornalisti che negli anni 2000 provarono a ricostruire quel pezzo mancante della biografia di Gelly.
Uno di questi investigatori era un giornalista freelance lombardo che aveva dedicato gran parte della sua carriera alle inchieste sui misteri italiani. Nel 2005 questo reporter riuscì a rintracciare in Francia un ex agente della DST, il servizio segreto francese ormai in pensione e disposto a parlare. L’uomo confermò quello che molti sospettavano.
I servizi francesi avevano tenuto sotto osservazione Gelly durante gli anni della sua permanenza a Nizza e nei loro rapporti compariva regolarmente la presenza di una donna. Non avevano mai cercato di identificarla ufficialmente perché erano stati invitati a non approfondire quella pista. L’invito era arrivato dall’alto, probabilmente dal Ministero degli Esteri francese che a sua volta aveva ricevuto pressioni da canali diplomatici italiani.
In altre parole, qualcuno a Roma non voleva che si indagasse su quella donna. Ma perché? Cosa la rendeva così pericolosa anche dopo morta? La risposta più logica è che i documenti da lei custoditi contenessero informazioni che potevano ancora danneggiare gravemente persone viventi e al potere. Ricordiamoci che molti degli affiliati alla P2 non erano stati mai identificati pubblicamente.
Le liste sequestrate ad Arezzo nel 1981 contenevano 962 nomi, ma secondo varie testimonianze la loggia aveva in realtà oltre 2000 membri. Dove erano finite le liste complete? Chi erano gli altri affiliati mai emersi? È possibile che la donna custodisse proprio queste informazioni insieme a dettagli sulle attività di ciascuno, sui loro crimini, sulle loro complicità.
Nel 2006 si verificò un episodio che riaccese l’interesse sul caso. Un antiquario romano venne contattato da una persona che voleva vendere un lotto di documenti d’epoca. Tra questi c’erano alcune lettere datate anni 70 e 80 scritte in un italiano elegante e con una grafia femminile. Le lettere erano indirizzate a L e parlavano in termini vaghi ma inequivocabili di operazioni finanziarie, di incontri con persone influenti, di documenti da conservare.
L’antiquario, insospettito dal contenuto, fece fotografare le lettere e le mostrò a uno storico esperto del periodo. Lo storico rimase colpito dall’importanza potenziale di quel materiale e suggerì di contattare la magistratura. Ma quando l’antiquario provò a ricontattare il venditore per concludere l’affare, questi era scomparso.
Le lettere originali non vennero mai più ritrovate. Rimasero solo le fotografie scattate dall’antiquario, troppo poche e di qualità insufficiente per verificarne l’autenticità. Era un tentativo di qualcuno di vendere materiale autentico proveniente dall’archivio della donna, oppure un falso creato ad arte per alimentare il mito e confondere ulteriormente le acque.
Impossibile dirlo con certezza. Quello che è certo è che dopo quell’episodio l’appartamento dell’antiquario venne svaligiato e tra le cose rubate c’erano proprio quelle fotografie. Un furto molto mirato che non toccò oggetti di valore, ma si concentrò su documenti e materiale cartaceo. Chi aveva un interesse così forte a far sparire anche solo le copie di quelle lettere.
Jelly morì il 15 dicembre 2011, all’età di 96 anni nella sua villa di Arezzo. Con lui se ne andava uno degli ultimi protagonisti di quella stagione oscura della storia italiana. I giornali dedicarono ampio spazio alla sua scomparsa, ripercorrendo la sua vita avventurosa, le sue trame, i suoi misteri del tutto chiariti.
Ma anche in quegli articoli necrologici la donna, che era stata al suo fianco per quasi 20 anni rimaneva una presenza fantasmatica, appena accennata, mai approfondita. Era come se esistesse un patto non scritto tra i media italiani per non scavare in quella direzione. Dopo la morte di Jelly, molti si aspettavano che finalmente qualche archivio segreto venisse alla luce, che emergessero documenti fino ad allora nascosti, che qualcuno parlasse liberandosi dal vincolo di fedeltà verso il venerabile.
Invece non accadde nulla di tutto questo. Gli eredi di Gelly, interrogati dai giornalisti, sostennero di non aver trovato nulla di particolare tra le carte del defunto. La villa di Arezzo venne svuotata, i beni inventariati, ma non emerse alcun archivio segreto, nessun documento compromettente, nessuna rivelazione sensazionale.
possibile che Jelly avesse distrutto tutto prima di morire, oppure aveva preso accordi per far trasferire il materiale in un luogo sicuro, seguendo le istruzioni che la sua compagna gli aveva lasciato 17 anni prima. Nel 2013 un colpo di scena inaspettato. Un avvocato svizzero specializzato in successioni internazionali annunciò pubblicamente di essere depositario di un testamento redatto da una donna italiana morta in Francia nel 1994.
Il testamento conteneva disposizioni precise sulla gestione di alcuni beni e documenti che sarebbero dovuti rimanere sigillati fino al 2034, cioè 40 anni dopo la morte della testatrice. L’avvocato non rivelò l’identità della donna né il contenuto specifico del testamento, limitandosi a dire che si trattava di materiale di interesse storico e giornalistico che a suo tempo avrebbe fatto luce su alcuni episodi controversi della storia italiana.
Era lei? Era finalmente la prova dell’esistenza di quegli archivi segreti di cui si era parlato per decenni. L’annuncio fece scalpore per qualche giorno, poi stranamente i media italiani smisero di parlarne. L’avvocato svizzero rifiutò di rilasciare ulteriori dichiarazioni dicendo che aveva già detto tutto quello che poteva dire e che si sarebbe limitato a eseguire le disposizioni testamentarie quando sarebbe arrivato il momento.
Alcuni giornalisti investigativi provarono a indagare, a scoprire l’identità di questa misteriosa testatrice, ma si scontrarono con il ferreo segreto bancario e legale svizzero. L’unica cosa certa è che quella cassetta di sicurezza esiste davvero. È depositata presso una banca di Zurigo e contiene qualcosa che qualcuno ha ritenuto importante custodire per 40 anni prima di renderlo pubblico.
Ma cosa succederebbe se davvero nel 2034 venissero aperti quegli archivi? Dopo così tanti anni avrebbero ancora un impatto sulla società italiana? Molti dei protagonisti di quella stagione sono morti. I contesti politici sono completamente cambiati. Le logiche della guerra fredda che animavano quelle trame appartengono a un’epoca remota.
Eppure la storia insegna che i segreti del potere hanno una capacità straordinaria di rimanere esplosivi anche a distanza di decenni. I crimini non cadono in prescrizione solo perché passa il tempo e le responsabilità morali rimangono intatte. Se quei documenti contenessero prove definitive sul coinvolgimento di istituzioni statali in stragi terroristiche, se rivelassero i nomi di mandanti di omicidi politici mai risolti, se dimostrassero connivenze tra servizi segreti e criminalità organizzata, l’impatto sarebbe
devastante anche oggi. C’è poi un altro aspetto da considerare. Molti degli affiliati alla P2 hanno avuto figli, nipoti, eredi che oggi occupano posizioni di rilievo nel mondo degli affari, della politica, delle istituzioni. Se emergessero prove delle attività criminali dei loro padri o nonni, anche loro potrebbero essere coinvolti, almeno moralmente e mediaticamente.

Questo spiegherebbe perché ancora oggi esistano forti interessi a mantenere sepolti quei segreti, a impedire che quella cassetta di sicurezza venga mai aperta o a farla sparire prima che arrivi il 2034. Negli ultimi anni alcuni ricercatori indipendenti hanno provato a ricostruire l’identità di questa donna misteriosa attraverso un paziente lavoro di confronto tra fonti diverse.
Hanno analizzato i registri anagrafici francesi degli anni 90, cercando donne italiane morte a Nizza nel 1994. hanno incrociato questi dati con le poche informazioni disponibili su chi frequentava Gelly in quegli anni hanno intervistato testimoni ormai anziani, alcuni dei quali hanno accettato di parlare solo in forma anonima e solo dopo aver ottenuto garanzie sulla loro sicurezza.
Da questo lavoro Certosino è emerso un profilo interessante, anche se ancora incompleto. La donna avrebbe avuto origini venete o friulane proveniente da una famiglia della media borghesia con tradizioni cattoliche, ma anche legami con ambienti massonici. Avrebbe studiato lingue all’Università, forse a Padova o a Trieste, laureandosi con il massimo dei voti alla fine degli anni 60.
Dopo la laurea la sua biografia diventa nebulosa. Alcuni sostengono che abbia lavorato per qualche anno come traduttrice presso organizzazioni internazionali a Ginevra, altri che sia stata impiegata in ambito diplomatico. In questo periodo avrebbe sviluppato quella rete di contatti internazionali che poi le sarebbero stati così utili negli anni successivi.
Non si sposò mai ufficialmente. non ebbe figli, visse una vita apparentemente dedicata al lavoro e ai viaggi. L’incontro con Gelly, avvenuto presumibilmente nella metà degli anni 70, cambiò radicalmente la sua esistenza. Da donna libera e indipendente divenne la compagna nell’ombra dell’uomo più pericoloso d’Italia.
Una scelta consapevole o una trappola nella quale cadde senza rendersene conto. Chi l’ha conosciuta in quegli anni? parla di una donna estremamente intelligente, incapace di essere manipolata facilmente, quindi probabilmente sapeva esattamente in cosa si stava cacciando e lo fece per ragioni che possiamo solo ipotizzare.
Forse era attratta dal potere, forse condivideva davvero le idee di Jelly, forse semplicemente si innamorò dell’uomo dietro la maschera del cospiratore. o forse tutte queste cose insieme. Quello che è certo è che negli anni trascorsi accanto a Gelly divenne molto più di una semplice amante. Acquisì un potere proprio, una capacità di influenza che derivava dalla conoscenza dei segreti altrui.
era diventata, in un certo senso, pericolosa quanto Jelly stesso, forse anche di più perché la sua esistenza era meno nota e quindi più difficile da controllare. Alcuni ex membri della P2, intervistati in forma anonima nel corso degli anni hanno confermato di aver avuto contatti con lei, di aver ricevuto messaggi tramite lei, di averla vista presente a riunioni riservate.
la descrivono come una donna di poche parole, che ascoltava più di quanto parlasse, ma che quando interveniva lo faceva sempre con osservazioni penetranti che dimostravano una comprensione profonda delle dinamiche del potere. Ma torniamo alla domanda fondamentale. Dove sono finiti gli archivi? Nei 10 anni che ci separano dal 2034, quando teoricamente quella cassetta di sicurezza svizzera dovrebbe essere aperta, sono emersi alcuni indizi interessanti.
Nel 2019 un giornalista argentino pubblicò un articolo in cui sosteneva di aver parlato con un ex collaboratore di Gelly residente a Buenos Aires. Quest’uomo, ormai molto anziano e in fin di vita, aveva raccontato di un viaggio fatto in Europa nel 2011, poche settimane prima della morte di Jelly. Il vecchio venerabile gli aveva affidato una missione delicata, recuperare alcuni documenti da un deposito segreto e trasferirli in un luogo ancora più sicuro.
L’ex collaboratore eseguì l’incarico, ma si rifiutò di rivelare dove si trovasse questo deposito e dove avesse portato il materiale. Disse solo che si trattava di un posto dove nessun governo potrà mai mettere le mani. Questo racconto, se veritiero, suggerirebbe che gli archivi siano stati spostati poco prima della morte di Jelly, forse perché il vecchio cospiratore temeva che dopo la sua scomparsa qualcuno potesse individuare i nascondigli originali, ma spostandoli seguiva un piano già predisposto dalla sua compagna morta oppure agiva di sua
iniziativa. E soprattutto chi ha oggi il controllo materiale di quei documenti? Esiste una sorta di cerchia ristretta di vecchi piduisti che ha ereditato la custodia di quegli archivi, oppure Jelly li ha affidati a qualcuno completamente estraneo all’ambiente della P2, proprio per garantire che non cadessero nelle mani sbagliate.
Un’altra pista interessante emerge da alcune intercettazioni telefoniche effettuate nel 2017 dalla direzione distrettuale antimafia di Palermo nell’ambito di un’inchiesta su Cosa Nostra. In una conversazione tra due boss mafiosi, captata quasi per caso, uno dei due accenna a certi documenti che sono al sicuro e che tengono buoni i politici di Roma.
L’altro risponde che la donna del venerabile aveva organizzato tutto bene e che finché quelle carte stanno dove stanno nessuno osa toccarci. La conversazione poi devia su altri argomenti e non torna più sul tema. Gli investigatori al tempo non diedero particolare peso a quello scambio di battute, concentrati com’erano su altri aspetti dell’inchiesta.
Ma riletto oggi quel dialogo assume un significato inquietante. Esisterebbe un collegamento tra Cosa Nostra e la gestione degli archivi segreti della P2? L’ipotesi non è così peregrina come potrebbe sembrare. Sappiamo che Jelly aveva rapporti stretti con esponenti della mafia siciliana e della camorra napoletana. Alcuni boss erano affiliati alla P2, altri collaboravano con la loggia in operazioni specifiche.
È possibile che dopo la morte della donna e poi di Jelly stesso, la custodia di parte di quei documenti sia stata affidata proprio a organizzazioni criminali come garanzia reciproca. Le mafie proteggerebbero i segreti dei potenti e in cambio i potenti garantirebbero protezione e impunità alle mafie.
Un patto diabolico che spiegherebbe molte delle anomalie e delle zone d’ombra che ancora oggi caratterizzano la lotta alla criminalità organizzata in Italia. Ma forse la verità è ancora più complessa. Forse quegli archivi non esistono più nella forma fisica originale. Forse sono stati digitalizzati, frammentati, distribuiti in più copie sparse in luoghi diversi del mondo, affidati a server criptati.
accessibili solo con chiavi che nessuno possiede più, oppure sono stati distrutti, bruciati in una notte senza luna da qualcuno che ha deciso che quei segreti erano troppo pericolosi per continuare ad esistere. O forse semplicemente non sono mai esistiti nella forma clamorosa che l’immaginario collettivo ha costruito nel corso degli anni.
Forse erano solo pochi documenti già noti agli inquirenti e il mito dell’archivio segreto è stato alimentato proprio per distogliere l’attenzione da altre questioni più concrete. La storia di Licio Gelly e della sua amante segreta è, in fondo, lo specchio perfetto di un’epoca italiana fatta di misteri irrisolti, di verità negate, di segreti che attraversano i decenni senza mai venire completamente alla luce.
È la storia di un potere che si è esercitato nell’ombra, lontano dal controllo democratico, seguendo logiche che mescolavano interessi personali, ideologie eversive, calcoli geopolitici internazionali. Ed è anche la storia di una donna che ha scelto di vivere in quell’ombra pagando un prezzo altissimo in termini di libertà personale, di identità pubblica, forse anche di coscienza.
Oggi, a distanza di oltre 30 anni dalla sua morte, questa donna rimane un enigma. Non conosciamo il suo vero nome, non abbiamo visto il suo volto, non possiamo leggere le sue parole se non attraverso testimonianze indirette e spesso inattendibili. è diventata un simbolo, un’icona del segreto assoluto, la prova vivente che nella storia ci sono protagonisti che rimangono per sempre dietro le quinte e forse è proprio questo il suo successo finale, essere riuscita a mantenere il suo anonimato anche dopo la morte, quando
molti altri segreti della P2 sono stati svelati. Tra 10 anni, nel 2034, sapremo se davvero esiste quella cassetta di sicurezza a Zurigo e cosa contiene. Oppure anche quella si rivelerà l’ennesima pista falsa, l’ennesimo depistaggio in una storia che sembra costruita appositamente per non avere mai una conclusione definitiva.
Nel frattempo la figura della donna del Venerabile continuerà ad alimentare speculazioni, ricerche, indagini giornalistiche. continuerà a essere il fantasma che si aggira per i corridoi del potere italiano, il ricordo vivente di un’epoca che molti vorrebbero dimenticare, ma che continua a proiettare la sua ombra lunga sul presente.
Grazie per aver seguito questa storia fino alla fine. Se questo viaggio nei misteri del potere italiano vi ha interessato, vi invito a iscrivervi al canale e a lasciare un like. Continuate a seguirci per altre storie che esplorano i lati oscuri della storia contemporanea, quei segreti che il potere vorrebbe tenere sepolti per sempre, ma che prima o poi trovano sempre il modo di emergere alla luce, perché la verità, anche quando viene nascosta per decenni, ha una forza inesorabile che alla fine la porta sempre a galla.
La domanda è solo quando saremo pronti ad accettarla.